“Stare Bene”, il nuovo disco di Andrea Giraudo è una ricetta per… stare bene 0 339

“La musica non fa guarire; è la musica che mette a disposizione gli strumenti per guarire.”

Dal 18 gennaio è disponibile in tutti gli store l’ultimo album di Andrea Giraudo: Stare Bene. Un lavoro nel quale mostra accuratamente ciò che sta dietro il suo approccio musicale; un modo di operare che invita gli ascoltatori a lasciarsi andare al suono della musica, alla alla ricerca dello stare bene, a riflessioni sul circostante per capire meglio non stessi e ciò che ci circonda. Un pensiero che rispecchia la realtà musicale/generale italiana e non; un mondo – quello della musica – fortemente cambiato, diventato molto “statico”, che si mostra come una sorta di copia e incolla a causa dell’intento che sta dietro: quello economico. Bisogna recuperare la vera essenza della musica, quella che predilige lo stare bene, che dà forza per affrontare le difficoltà, i problemi e il quotidiano; ricercare la purezza, la semplicità, la vera espressione artistica, e diffonderla soprattutto per il bene degli altri, perché è una delle poche armi che ci restano per andare avanti.

Credo sia proprio questo il messaggio che Andrea vuole comunicare, e se non lo fosse mi prendo la responsabilità; anche se credo che in fondo, dietro le mie parole, ci sia una sorta di positività. Un carattere sempre ben accetto, al di là dei messaggi principali e degli intenti prestabiliti. In fondo la musica è questo: interpretazione e riflessione.

Riflessioni, come quelle quelle che facciamo ogni giorno su chi ha lasciato la nostra vita per diversi motivi e su chi c’è ancora, raccontate in quest’album nel brano A Chi Resterà. O come le riflessioni che ritroviamo in Virgole In Pasto; traccia che attraverso il blues, un sound “sentito” e semplice, riflette sulla società attuale. Credo che non ci sia mood migliore del blues per affrontare una tematica e mandare un messaggio del genere; e Andrea ha capito perfettamente che è questa l’unica via per raccontare una simile realtà, mescolando pop, blues e rock ‘n roll; cercando armonia, semplicità e condivisione; quest’ultima spesso troppo trascurata in ogni situazione. Non dimentichiamoci che tutto parte dal condividere, nulla è nostro, tutto è di tutti. Aiutiamoci a vicenda.
Stare Bene è una condizione che dovremmo raggiungere tutti, dovrebbe stare alla base di ogni situazione, come in questo album; in cui viene indicata sia nel titolo come tema principale, sia attraverso un brano omonimo introdotto dal delicato pianoforte di Andrea e dalla sua voce che rimanda ad un certo Lucio Dalla.

Questi messaggi analizzati fanno soltanto da cornice a tutti i sentimenti, stati d’animo e desideri che il lavoro contiene. Il coraggio per esempio, individuato nel brano Potere e Volere; o l’amore, c’è sempre l’amore eh? E in questo caso lo notiamo principalmente nella traccia che apre l’album: Dieci Anni; descritta come la canzone d’amore che ogni donna vorrebbe sentire; “raccontata” attraverso il soffice tocco delle mani di Andrea con il suo pianoforte. C’è anche l’amicizia, riscontrata nella canzone Chi Sarai Mai; brano che molti individuerebbero nella categoria “canzoni da spiaggia” ma che, come ogni “canzone da spiaggia”, contiene profondi messaggi che mettono in secondo piano l’apparente superficialità dell’arrangiamento.

E poi arriva la forza, quella di andare avanti, la consapevolezza che rimargina le ferite; che guarisce, come ne La Guarigione, seconda traccia dell’album accompagnata da un particolare organo; l’arte, quella contenuta nel brano L’isola in Due o nell’elegante Poker con “l’arte” del bluff; il tempo, riscontrato ne la Clessidra, titolo che fa capire da subito il contenuto e soprattutto il messaggio se associato a quanto detto finora.

E infine – non per ordine di importanza – arrivano Cuore Amico e Un Mondo nel Cassetto. La prima traccia parla dell’amore, quello serio, delle paure che comporta e delle scelte che purtroppo si fanno dettate dal momento; mentre la seconda racchiude in un certo senso il succo, uno dei messaggi che l’artista vuole mandare: la forza, l’urlo di un ragazzo che finalmente diventa uomo. Una sorta di rinascita; un obiettivo raggiunto; la speranza che non muore mai.

Insomma, arrivati a questo punto è chiaro che collocare Andrea Giraudo in uno specifico contesto, filone, risulta abbastanza difficile; è forse proprio questa la cosa bella di tutto questo lavoro e di chi ci sta dietro: essere innovativo e dinamico attraverso una voce roca e profonda e soprattutto tramite l’ausilio di un semplice pianoforte, strumento posto al centro di tutto, nella sua composizione. Come un migliore amico che sa dare ottimi consigli in ogni situazione.

 

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Medimex: Liam Gallagher porta gli anni Novanta a Taranto 0 64

Dopo l’apertura di Cigarettes After Sex ed Editors, il Medimex prosegue la sua cavalcata trionfante a Taranto con un altro concerto di successo: Liam Gallagher. L’ex Oasis ha regalato poco più di un’ora di concerto ai propri fan, cantando i vecchi successi della band che ha fatto grande il britpop, qualcosa dell’ultimo disco solista ed il suo nuovo singolo.

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Il concerto inizia intorno alle otto, quando sul palco salgono i JoyCut, gruppo musicale dark-wave elettronico formatosi nel 2003 a Bologna. La giusta alchimia fra synth, batteria e tastiere dà la carica al pubblico che aveva già iniziato ad affollare la rotonda del lungomare dalle 18, molto prima del concerto di ieri.

Dopo un’ora sale sul palco King Hammond, musicista londinese accompagnato dalla sua band: un po’ B-52s, un po’ sagra di paese in senso buono, King Hammond suona per quaranta minuti il suo raggae-ska movimentando la folla, ormai in trepida attesa di Liam Gallagher.

Alle 22.20 sale sul palco l’ex Oasis: classico giaccone invernale, storico tamburello in mano e tutti gli anni 90 sulle spalle. Il concerto si apre con Rock ‘N’ Roll Star, singolo datato 1995 uscito dal disco Definitely Maybe del 94: uno dei brani più rappresentativi degli Oasis. E non è da meno il secondo brano in scaletta, Morning Glory, title track del disco che fece grandi gli Oasis con sedici milioni di dischi venduti, terzo disco più venduto di sempre in Inghilterra, dietro a Beatles e Queen. Piccolo siparietto per concludere l’introduzione al concerto, con Liam che si “libera” del suo tamburello lanciandolo nel pubblico (se sei il fortunato ad averlo preso, mandaci una foto in DM su Facebook e Instagram!)

Il concerto prosegue con Wall of Glass, singolo di punta del disco solista di Liam Gallagher, As You Were. Da qui parte una piccola parentesi di tre canzoni estratte da questo disco, fra cui l’altro singolo di successo, For What it’s Worth. Ed è proprio dopo quest’ultima che arriva un bel momento: l’anteprima italiana del nuovo singolo, Shockwave, pubblicato il giorno prima ed estratto dal nuovo disco in arrivo del cantante inglese: Why Me? Why Not.

Liam Gallagher è esattamente come te lo immagini, come lo hai visto dai video: mani dietro la schiena, espressione costantemente arrogante, non sai mai chi del pubblico manderà a fanculo. È per questo che gli si vuole tanto bene, penso. Intanto che penso, il live prosegue e sul palco si suona una bellissima Some Might Say, cui segue Universal Gleam, fino ad arrivare alla spettacolare Lyla.

foto panoramica di Rosa De Benedetto

Il pubblico risponde benissimo, molti sventolano le maglie del Manchester City, qualcuno alza una maglia dei Noel Gallagher’s High Flyin’ Birds; Liam risponde in inglese: “Preferisco altre maglie. Preferisco la mia!” indicandone una lì vicino. E riprende a suonare: Cigarettes and AlcoholEh La, e si arriva al momento atteso da tutti: Wonderwall. Salti, urla, occhi lucidi.

Liam saluta, ma si sa che è solo per poco. Rientra e riattacca a suonare: la potenza di Roll With It, brano di apertura di quel What’s The Story Morning Glory di cui prima, risuona in tutta la città. E risuona forte anche nel cuore dei fan, che non sentivano questo pezzo live da ben dieci anni. Finisce Roll With It e Liam annuncia l’ultima canzone, partono le note e tutti sanno che si tratta di Champagne Supernova, alla quale viene affidata quasi sempre la chiusura dei suoi concerti.

Ci son poche parole per descrivere il momento storico che ha vissuto ieri la città di Taranto e la gente accorsa da tutto il Sud per questo live. Chi ha vissuto gli anni ’90 può desiderare solo tre cose nella vita: un appuntamento con Jennifer Aniston, una settimana col Drugo e un concerto di uno dei Gallagher. Ieri almeno uno di questi desideri si è avverato.

Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 127

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

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