“Storia di un Equilibrista”: il primo album di Massimo Stona 0 154

Chi è Massimo Stona? È un cantautore piemontese attivo dal 2008. L’anno successivo pubblica il primo EP e da lì in avanti diversi singoli, mentre continua la sua attività live e la partecipazione a vari festival.

Cosa ha fatto recentemente Massimo Stona? Nel 2017 ha iniziato a collaborare con Guido Guglielminetti, storico bassista – tra le altre cose – di Francesco De Gregori, mentre da poco ha pubblicato il suo primo album intitolato “Storia di un equilibrista“.

Che genere fa Massimo Stona? Diciamo Indie Pop con qualche influenza brasiliana. Un po’ Mannarino, un po’ Negrita, un po’ Brunori.

La title track Storia di un equilibrista apre le danze con un buon mix tra chitarra acustica e base di batteria. Le altre percussioni sembrano non amalgamarsi in modo molto naturale, ma il risultato è comunque un pezzo orecchiabile.

Nell’armadio ci introduce all’anima vagamente latin e lounge di Stona. Si aggiungono piano e percussioni per creare una canzone rilassante, con qualche piccola variazione ogni tanto per non rischiare di annoiare.

Streaming ha la giusta dose di energia e un ritornello che funziona bene.

Con Belladonna ci troviamo un altro ritornello che sa prendere. Anche gli stop improvvisi nelle strofe risultano abbastanza interessanti.

Ascoltando i primi secondi L’agio del naufragio non si può che rimanere un po’ spiazzati: cosa ci fanno queste cosine bippanti in un album del genere? Poi si torna alla normalità. Cori e voce femminile sono un’ottima aggiunta a una base musicale semplice ma efficace.

Con Troppo pigro abbiamo un cambio di ritmo che movimenta un po’ la situazione. Arrivati a metà disco c’è da dire una cosa: la voce che si abbassa in un sussurro pieno di pathos a ogni fine di verso inizia a stufare un po’.

Il suono dello shaker di Gamberi ci riporta brevemente in territorio latino, mentre le strofe della successiva Mannequin ricordano qualcosa dei Bluvertigo. Anche qui non può comunque mancare un rapido intervento di percussioni.

Il suono che richiama quello di un sonar dà il via all’omonimo pezzo – Sonar, appunto. L’ormai immancabile chitarra acustica cede il passo a una batteria e a una tastiera anni ’80. Ancora una volta è il ritornello il vero punto forte.

In Santa pazienza i suoni di pianoforte e archi si mescolano per dare vita a un lentone che non sarebbe male se non ci fosse qualche imprecisione a livello di voce.

Com’è “Storia di un Equilibrista” di Massimo Stona? È un album variegato, che spazia da uno stile all’altro, pur mantenendo in ogni traccia una stessa impronta distintiva data dalla voce e dalla chitarra acustica di Stona. In generale è ben fatto e di facile ascolto, con linee vocali e di basso ritmicamente varie e interessanti. D’altro canto non mancano alcune imprecisioni nella voce e nella chitarra, i testi peccano di rime interne un po’ facilotte (come “agio del naufragio”, per dirne una). Insomma, i margini di miglioramento sono chiari ma la base di partenza non è malvagia.

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Intervista a Yamba: “Tanta roba in cantina, presto fuori” 0 272

Yamba, rapper romano classe 1994, è uno degli artisti più promettenti della scena. Apprezzato dalla critica ed elevato come enfant prodige del genere, il giovane rapper è sempre stato acclamato per la sua musica visionaria, in grado di farsi precursore e anticipare di tre anni buona parte degli artisti odierni. Qualcuno aveva anche sussurrato potesse essere l’erede di Noyz. Niente male per un ragazzo di 24 anni ancora alle prese con l’uscita del suo primo disco.
L’artista ha collaborato nel progetto Junior Broda insieme al rapper Rio Carrera ed al produttore Lou Carola. Subito dopo questa breve parentesi, nel 2015 Yamba ha iniziato a rilasciare una serie di singoli, creando molta hype attorno alla sua musica. Molto legato ai contesti romani vicini al 3Tone Studio di Depha, Yamba ha iniziato a collaborare con molti producer ed artisti di spicco come Drefgold, Gast e Capo Plaza, finendo per aprire i concerti a Sfera Ebbasta.
Oggi Yamba appare più concentrato sul da farsi: sono da poco usciti due singoli che hanno battezzato questo 2019 a colpi di barre, e gli intoppi che hanno rallentato il suo flusso artistico nel 2018 – quando molti speravano nell’uscita del suo disco – sembrano svaniti. Abbiamo parlato di questo con Biagio: delle tante cose successe da tre anni fa ad oggi, delle collaborazioni con gli artisti più forti del momento e, soprattutto, dei progetti futuri che tutti fremono di ascoltare.

Yamba Intervista Young B Junior Broda

Ciao Yamba, sono molto contento di sentirti, abbiamo tante cose di cui parlare. Per aprire quest’intervista la prima domanda che volevo porti è: cos’è Junior Broda, e cos’è cambiato da quando esiste ad oggi?
Junior Broda è un progetto nato intorno al 2015, anche prima, in una situazione di forte amicizia, quasi in famiglia. Si tratta di un progetto a lungo termine, più inteso come marchio di fabbrica che come crew. Non si tratta quindi di un collettivo strettamente legato all’hip hop che rappa e si muove sempre insieme, ma comprende tante persone e tante arti diverse. Ho fondato questa cosa con Lou Carola, con cui ci conoscevamo già da tempo, e Rio Carrera, ma adesso stiamo lavorando tutti singolarmente e siamo concentrati sulla nostra crescita artistica. Per me, da allora, è cambiato tantissimo. All’inizio facevo tutto da solo, curavo praticamente tutti gli aspetti della mia musica, dai testi alle grafiche, fino alla comunicazione. Ovviamente c’era chi mi faceva il beat, com’è normale, ma è sempre stato fatto tutto ‘in casa’, non so se mi spiego. Adesso ce le ho quattro/cinque persone che mi stanno appresso, lavoro con produttori di un certo calibro e con cui ho sempre voluto lavorare: Depha mi ha portato su un altro livello, abbiamo lavorato tantissimo in studio negli ultimi anni e sono super soddisfatto di quello che abbiamo già pubblicato e quello che pubblicheremo. C’è tanto materiale in cantina che presto verrà alla luce!”

Un’altra percezione di cambiamento che ho sentito dai Junior Broda ad oggi è stato il passaggio dal rap alla trap, una vera evoluzione, con quest’ultimo genere molto più presente nelle ultime uscite.
Beh, io vengo dalla strada, dai marciapiedi: non so minimamente cosa sia la trap (Ride, n.d.r.). No, scherzo. So cos’è, mi piace però vederla come un mezzo per arrivare alla gente, per affermarsi e per entrare nella testa delle persone, e non come il ‘mio’ genere. Trovo anche limitante ‘solo’ rappare, ‘solo’ fare trap o ‘solo’ fare pop. A me piace molto essere un ibrido, lasciarmi contaminare. Lo stesso Lou Carola, che è stato a Los Angeles per due anni, quando è tornato mi ha fatto ascoltare un sacco di roba americana che ha conosciuto in questo viaggio, e da cui ho tratto molta ispirazione: è in quell’ottica lì che, sperimentando, ho capito di trovarmi molto bene sulla trap. Ora come ora cerco di non chiudere la porta a nulla.

Ma poi alla tua età penso sia anche utile sperimentare, cercare la propria strada…
Esatto. Ma ti dico la verità, sento di avere – senza arroganza, giuro – un background rap in grado di rompere il culo a tutti i trapper di adesso. Non sento per niente la competizione con gli altri artisti: so di essere ‘fresco’ come trapper, so di rappare come un rapper e non mi risparmio il ritornello pop, se mi gira. Non mi chiudo porte, anche se mi rendo conto di non lasciare molti punti di riferimento agli ascoltatori. L’ultimo pezzo (Sotto Roma, n.d.r.) può leggersi anche in quest’ottica, lo dico proprio: ‘rap con trap’. È un po’ come dire ‘non mi cacate il cazzo, faccio come me pare!’

Sarà sicuramente qualcosa che definirai meglio col tuo primo disco, su cui ci diremo qualcosa più in là, questo è sicuro. Parliamo di collaborazioni adesso: come hai detto prima, stai iniziando a collaborare con tanti artisti e, soprattutto, produttori di un certo calibro. Uno fra tutti potrebbe essere Dr. Cream, ma anche MojoBeat e Depha rientrano in quest’ottica. Come ti stai trovando con queste collaborazioni?
Assolutamente bene! Sono contentissimo di lavorare con Mojo e Depha, ma sto collaborando anche con produttori che non voglio spoilerare: sono cose davvero fighe che usciranno presto. Ho incontrato da poco anche Sine, presto saprete. Non vi dico altro né altri, ma solo che si tratta di quello che mi mancava: una qualità che riuscisse a darmi spessore.”

E non sono solo i produttori a segnare ottime collaborazioni, ma ci sono anche quelle con Gast, Numi e gli emergenti Roma Guasta…
Avoja, bella per i Roma Guasta, spaccano un sacco. Non fanno trap, rimangono molto old school, ma come mentalità li ritengo molto simili a me. Ci troviamo benissimo, loro sono due fratelli e anche io ho sempre rappato con mio fratello, siamo in sintonia. Con Numi ci conosciamo da una vita, da quando abbiamo iniziato a fare musica, e per me è come un fratello. Non esce da tanto qualcosa insieme ma abbiamo lavorato ad alcune cose che presto faremo ascoltare. Gast è un grande. Per me è come uno zio, mi ha sempre elogiato nelle interviste, citandomi e facendomi complimenti. Ho un legame affettivo fortissimo con tutta questa gente. Gravitiamo tutti intorno a Depha, collaboriamo tutti con lui e spesso ci troviamo insieme in studio, quindi è anche più semplice lavorarci insieme. Poi io non ho limitazioni nello scegliere con chi collaborare, che tu faccia rap, trap o pop, se mi piaci voglio lavorare con te. Per Gast davvero big up, per me e tutti i miei amici poi è un sogno, son sempre stato in fissa col Truceklan…

Beh, sì, chi non c’è stato in fissa?
Esattamente, è culto. Lui mi ha portato una cifra di volte insieme, abbiamo anche fatto una serata mega figa con Noyz a Milano. È un top player. Essere aiutato e propsato da questi artisti è bello, non c’è altro da dire.

Cambiamo argomento adesso, parliamo di musica vera e propria: da un mesetto è uscito il tuo ultimo singolo, Sotto Roma. Di cosa parla questa canzone?
Il titolo è un riferimento a Suburra, la città. Nell’antichità la Suburra era il cuore di Roma, la parte più bassa e ‘segreta’ della città. Il paragone è legato al contesto che mi circonda: io abito in periferia, Roma Sud il che mi permette di viverla abbastanza ‘internamente’. Non è la Roma che vede il turista, che si ferma al centro, a Trastevere magari. Io ti farei fare un tour diverso della città: è la metropoli ‘nascosta’, quella che non vedi in TV, dentro i quartieri. Sicuramente un punto di vista che si sposa con la mia visione artistica di Roma. Sotto Roma mi rappresenta molto, e rappresenta molto il target a cui voglio arrivare: siamo nati e vissuti in periferia, abbiamo sempre fatto i danni al centro: Sotto Roma è tutto quello che non vede la gente. Ironia, poi, quando è uscita la track è uscita anche Suburra 2, la serie. In ogni caso, sono molto legato a questa traccia, l’ho registrata in un momento un po’ del cazzo e ci ho messo tutta la mia rabbia dentro: è un vero e proprio sfogo. Mojo ci ha fatto un mega beat, un po’ cupo, mentre AVA ha curato sul sound. Abbiamo registrato tutti insieme a Salerno, e mi è uscita così in freestyle. L’ho davvero sputata fuori, registrata in mezz’ora!

Negli ultimi anni hai fatto uscire un sacco di singoli ma mai un disco: come mai?
Eh, perché… Guarda, ti dico una cosa che non si dice sempre: per fare un album indipendente, anche con gli appoggi di una distribuzione come si deve e i contatti giusti, servono i soldi. Se non altro per fare una cosa come si deve. Negli ultimi anni ho cercato di pubblicare tanto, di farmi conoscere e di far girare il nome. Magari è una scelta un po’ rischiosa, perché uno può dire ‘Minchia, so’ tre anni che aspetto l’album tuo’, ma giuro che sto lavorando su tante cose, su tanti progetti: sto lavorando ad uno street album, ad un mixtape che uscirà dopo, ho un sacco di collaborazioni più grosse in cantina. Tre anni fa, quando ho iniziato a pubblicare i singoli, non ci pensavo neanche al disco. Ma adesso vedo che la gente lo cerca, ho una fanbase attiva, la roba va, la gente mi scrive, e questo mi fa un sacco piacere. Io, però, non sono mai stato un tipo positivo di mio, rimango molto all’angolo, non urlo ‘Ora spacco tutto’, quindi non sono mai partito nell’ottica di pubblicare un album. Ho sperimentato tanto coi singoli, ho testato le mie capacità e adesso so dove andare a parare per un disco. È logico che ci sarà un album: come ho detto, sto lavorando ad uno street album con le palle, fatto in un certo modo. In ogni caso, io quantifico il lavoro in qualità e non in quantità: quattro miei singoli valgono quanto il lavoro di chi, dopo sei mesi dall’esordio, fa uscire un disco.

Già l’anno scorso si parlava del tuo disco, molti dicevano che sarebbe uscito proprio nel 2018, ma poi non è successo. C’era davvero un disco in programma che poi non è uscito?
Sì, purtroppo non è uscito per vari motivi. In questo periodo ho anche cambiato management: prima stavo con Honiro, con cui comunque siamo rimasti in buonissimi rapporti. Ora sto con Lou Carola che, come dicevo, ha studiato a Los Angeles, ha un altro tipo di visione sull’industria che appoggio in pieno. Poi c’era anche una storia contrattuale che si è risolta da poco, e per quella storia son dovuto stare fermo per un po’, ero bloccato a livello contrattuale. Ora sono libero di muovermi e infatti sto lavorando tanto. Ho preferito sistemare le cose, magari andando un po’ più a rilento ma cercando di cadere in piedi: gli ultimi due singoli erano anche per vedere un po’ che aria tirava e mi sono accorto che la gente vuole un progetto. La data c’è già, ma non voglio spoilerarla per ora. Lo faremo uscire, promesso!”

Perfetto Yamba, ti ringrazio tantissimo per essere stato con noi!
Da paura, bella!”

Un bicchiere di Corochinato con gli Ex-Otago 0 76

Per chi non se ne fosse ancora accorto, l’indie italiano è entrato da svariati anni nel salotto buono della musica mainstream e ci sta bello comodo. Quindi non fa molto strano che l’uscita del sesto album in studio degli Ex-Otago, Corochinato – ovvero il nome di un tipico vino aromatizzato di Genova – abbia coinciso con la partecipazione a Sanremo, con il singolo Solo una Canzone.

Continuando un percorso già partito con il precedente disco Marassi, gli Ex-Otago hanno imbracciato a pieno la filosofia del mischiare le sonorità indie con un’anima pop contemporanea. A dirla tutta i germi di questo mix sono stati presenti fin dagli esordi, ma in questi ultimi lavori la cosa si è fatta quanto mai evidente. Corochinato è un po’ così: pop nel vestito e indie nell’anima. Dieci tracce che non superano mai la lunghezza aurea dei 3 minuti, testi ben scritti, nessuno strumento che primeggia ma un insieme ben amalgamato. Per usare le parole del chitarrista Francesco Bacciun calderone di tutti questi possibili episodi di una comunissima vita notturna”.

Ex-Otago Corochinato Blunote Music recensione
La copertina di Corochinato, il nuovo disco degli Ex-Otago

Partiamo con la pimpante Forse è vero il contrario. Quel synth e quel charleston in sedicesimi ci porta un po’ negli anni ’80, ma quasi non ce ne accorgiamo perché negli ultimi tempi si sono sentiti parecchio. Se mai Bugo e i Thegiornalisti dovessero fare pace e una canzone insieme, me la immagino così.

Bambini gioca con la malinconia e ci sguazza tranquillamente, come l’emblematica ripetizione di “voglio ritornare bambino” suggerisce senza mezzi termini. Un lieve crescendo ci porta in un ritmo certamente estivo, ma più da fine agosto, mentre il sole cala sempre più presto e l’aria si fa freschina.  

È la volta della passabile ma non indimenticabile Torniamo a casa. Nascosta sotto un beat pop che fa moltissimo Chainsmokers, con tastiere e battiti di mani annessi, troviamo una timida chitarra, che mescola un po’ le carte. 

In Questa notte si abbandona la via del pop propriamente detto, preferendo il vecchio sentiero dell’indie a cui ci avevano abituati soprattutto nei primi lavori. Il giro di accordi della chitarra acustica, il piano che marca i quarti e il groove semplice della batteria danno vita a una classica ballad ‘calcuttiana’.

Con Tutto bene si inverte la rotta e si torna sul dancefloor. Il ritmo spinge mentre un po’ ironicamente si fa il ritratto del giovane facoltoso, vegano, ottimista che fa la bella vita a suon di elettronica e prosecco. Combatti il “nemico” con le sue stesse armi insomma.

La stessa filosofia segue Solo una canzone:parte con un duetto piano e voce, fino a crescere e arrivare a un ritornello a effetto, da cantare ondeggiando. Avrebbe tutti gli elementi per essere una tipica canzone sanremese, se non fosse per la critica mica troppo velata alle solite canzoni sugli amori giovani e travolgenti.

In Le macchine che passano abbiamo diversi elementi che ben si bilanciano tra di loro: unritmo in shuffle, pochi accordi in levare, un arpeggio ostinato, qualche scratch e un quasi assolo. Nell’economia del disco si infila bene portando un po’ di freschezza.

Personalmente La notte chiama è la traccia che preferisco. Un piano e delle percussioni dal gusto un po’ latin mettono in piedi un bel ritmo danzereccio. Al contrario, il testo è un omaggio alla serata del giovane pantofolaio che preferisce il piumino di casa alla vodka della discoteca. Il dubbio rimane: si balla o si dorme? La risposta è nelle righe: ballare in cucina armati di vestaglia, mentre il cane abbaia come a dire “ma questo è scemo?”.

Ex-Otago Corochinato recensione BlunoteMusic

Infinito cerca di trasmette quel senso di spiazzamento che può prenderci inaspettatamente in ogni momento, mentre si guarda un film, osservando gli occhi di un nonno oppure girando dentro a un bar. Un bello in una malinconia consapevole.

Con Tu non mi parli più si finisce un po’ come si era iniziato: atmosfera di fine estate, tardo pomeriggio che tende al tramonto, viaggio in macchina e una base musicale rilassata. Una voce abbastanza spinta che grida le sofferenze di un amore rifiutato si alterna a un parlato che non riesce a non farmi pensare alla celebre telefonata nel finale di Servi della Gleba di Elio e le Storie Tese.

Corochinato si rivela essere un disco solido e ben costruito, con dei testi interessante e una capacità non indifferente di far emozionare. A livello musicale non bisogna aspettarsi grossi virtuosismi o trovate spiazzanti e innovative. Certo, ogni tanto capita di dire “ah, ma questa cosa l’ho già sentita”, però si fa fatica a non lasciarsi prendere. Insomma, gli Ex-Otago sanno cosa vogliono fare e lo fanno bene.

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