“Submerge”, la black music 2.0 di Francess 0 794

Voce soul, animo gospel, attitudine pop. Così si potrebbe sinteticamente definire Francess (alias Francesca English), che da pochi giorni ha pubblicato il suo ultimo LP: Submerge.

Nata a New York da padre giamaicano e madre italiana, la giovane cantautrice ha iniziato a muovere i suoi primi passi nel mondo della musica nel 2012, anno in cui – grazie all’inedito “Notes and Words” – vinse il prestigioso Canevel Music Lab. Di lì sono seguite la colonna sonora per un film indipendente, un disco di inediti (“APNEA”, 2015) e uno di cover di vecchi classici della canzone italiana, rivisitati in lingua inglese e sonorità “black” (A Little Bit of Italiano, 2017). Un percorso importante e formativo, grazie al quale la cantante italo-giamaicana avrà sicuramente avuto modo di affinare le sue indubbie qualità vocali e delineare le diverse influenze musicali che l’accompagnano sin da bambina (quando si addormentava sulle note delle ninna nanne gospel intonate dalla nonna).

Almeno questa è l’impressione che si ha ascoltando Submerge: un disco maturo, consapevole e capace di affondare le proprie radici nel passato, pur restando ben ancorato al presente. Con questo suo ultimo lavoro, infatti, Francess attinge a piene mani dal nutrito background musicale afro-americano in suo possesso, mescolando ciò che vi trova con il pop e l’elettronica dei giorni nostri. Il risultato è un disco di “black music 2.0”, che sicuramente non deluderà i fan di James Blake e, più in generale, della recente ondata “elettronica” che ha investito la neo soul.

L’apertura è affidata alla title track Submerge, che colpisce sin dal primo ascolto grazie al suo irresistibile groove di piano, al ritmo sincopato e alle melodie gospel dell’orecchiabilissimo ritornello. Un blues raffinato e trascinante che ci “sommerge” anche grazie ai virtuosismi (mai gratuiti) della voce calda e potente di Francess. Se il buon giorno si vede dal mattino!

Echi di rockabilly nella successiva Ready Set Go, con la quale Francess ci racconta (con un più marcato accento afro) la storia di un metaforico super eroe sopraffatto dalla casualità e dall’incontrollabile susseguirsi degli eventi. Atmosfere da poliziesco americano anni ’80 per un brano che rappresenta la prima di molteplici variazioni di tema di un disco che, pur mantenendo una chiara matrice soul, dimostra di saper spaziare nelle direzioni più disparate.

Ne è dimostrazione il terzo brano della tracklist, nonché primo singolo ufficiale: Follow Me”. Cogliendo al volo il suo invito, seguiamo Francess nelle atmosfere gipsy di questo pop/jazz dal sapore estivo. In realtà quel che troviamo non rispecchia la parte più ispirata di questo, comunque più che positivo, lavoro. Sebbene l’alternanza di lingua inglese e italiana del testo sia simbolica espressione dell’identità multiculturale della cantante, il brano (per arrangiamento e sonorità) non sembra sposarsi in maniera convincente con l’anima soul/blues del resto del disco.

Accantonate fisarmoniche e violini gitani veniamo condotti verso i sentieri electro-folk della successiva Ivory. Un vorticoso arpeggio di chitarra acustica, sorretto dall’irregolare andamento di beat elettronici, ci accompagna verso uno struggente e cinematico ritornello sul quale si stende un avvolgente tappeto d’archi.

Ma è con Evolutionche le incursioni elettroniche iniziano a farsi sempre più presenti. Il minaccioso arpeggio di synth bass iniziale si apre ben presto in un ballabilissimo ritornello dal ritmo battente e incalzante. Il testo presenta un metaforico parallelismo tra l’evoluzione degli esseri viventi sulla terra e la vita di ciascuno di noi.

Proseguendo con l’ascolto ci imbattiamo nella ballad pop The Show Must go Wrong, che alterna le dinamiche più contenute della strofa, eretta su un’intelaiatura di percussioni e drum machine, con quelle più intense del ritornello. Poggiandosi su un saliscendi di un basso morbido e gommoso, Francess sprigiona la sua voce ricordandoci che sul palco, così come nella vita, niente è perfetto. Lo show può anche andare male ma, siccome si vive una volta sola, l’importante è che vada avanti, sempre.

È la volta di Until Dawn, il brano più complesso e meno immediato di Submerge, nonché uno dei migliori. L’atmosfera cupa e tesa rimanda immediatamente ai Massive Attack di “Teardrop”, mentre la sezione centrale del pezzo rappresenta il momento più smaccatamente rock del disco.

Il livello non cala con la successiva Moon. Abbandonate le sonorità vagamente trip-hop di “Until Dawn”, Francess ci riporta nei più confortevoli confini della neo soul e dell’ Rn’B (sempre sapientemente rielaborati in chiave contemporanea). È ancora una volta il piano a farla da padrone grazie all’accattivante riff che accompagna un irresistibile ritornello, inaspettatamente affine alla coda di Firedei Kasabian.

A conclusione dell’ideale trittico di canzoni più convincenti del disco troviamo Memory Lane. Una ballata sospesa e ovattata nella quale Francess immagina di percorrere un’immaginaria “strada dei ricordi”, dove tutto è offuscato e ovattato dalla nebbia di un passato pieno di rimpianti. Il potente immaginario che scaturisce dal testo è reso alla perfezione dal sound mellifluo delle chitarre al reverse e dal vellutato incedere del violoncello.

Sulle dolci note di un mellotron si apre il brano al quale è affidata la chiusura dell’album, The Man I Love. Si tratta di un celebre brano scritto da George Gershwin e interpretato da Billie Holiday, qui brillantemente rivisitato in salsa motown da Francess e la sua band.

A cavallo dell’intrigante linea di basso di The Man I Love si conclude un disco che fa della sapiente rivisitazione di inconfondibili sonorità vintage in chiave moderna il suo punto di forza. Le ritmiche Rn’B, le fughe elettroniche, i groove di piano sono calibrati quanto basta per far da perfetta cornice alle efficacissime melodie pop cantate da Francess con la sua meravigliosa voce soul. Submerge è un’ondata di black music contemporanea che sommerge l’ascoltatore e che speriamo porti la sua talentuosa artefice ad emergere.

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“L’ottimista”, l’autobiografia musicale di Andrea Gioè 0 268

L’ottimista” è il settimo disco di inediti di Andrea Gioè, cantautore palermitano con un passato parigino alle spalle. Pubblicato lo scorso 14 settembre, sotto la distribuzione della Pirames International, “L’ottimista” si presenta come un lavoro fortemente personale, che ripercorre le tappe più importanti della carriera e della vita del suo autore. L’ascoltatore si ritrova così immerso in un viaggio iniziato nel 2002, fotografato da una tracklist di 12 brani all’interno della quale convivono composizioni recenti e altre ben più datate (per l’occasione riarrangiate e ricantate). Il tutto legato assieme da un pop rock ora più scanzonato, ora più riflessivo, che va a sposare il cantautorato semplice e immediato di Gioè.

L’apertura è affidata al blues rock di “Nel bene e nel male”, che invita l’ascoltatore a credere nei propri sogni sempre e comunque. Da un punto di vista dell’arrangiamento il brano strizza l’occhio a sonorità tipicamente statunitensi e, per certi versi, può ricordare i lavori del primo Ligabue.

Decisamente più indirizzata verso un synth pop patinato la title track “L’ottimista”, che fornisce il ritratto e la visione di un uomo che affronta la propria vita con l’atteggiamento positivo di chi non si lascia abbattere da imprevisti e dolori.

Tu seras le Midiè, invece, il lucido affresco dei 5 anni di vita trascorsi in terra d’oltralpe dal cantautore palermitano.

Si passa poi al folk scanzonato di “Premura”, che esorta l’ascoltatore a “spaccare il tempo e a fermarsi” per godere appieno della vita, abbandonando quell’impazienza che sembra accompagnarci in ogni momento della nostra quotidianità.

Toni più malinconici per la successiva “Ti lascio andare (…ma non scappare): una ballata sentimentale che racconta l’incertezza di chi, tra mille difficoltà, decide di rinunciare alla persona amata, senza però riuscire a chiudere definitivamente col passato.

Cambio repentino di atmosfera, sulle note leggere e allegre di un ukulele, per la spensierata “La coerenza”: ironico applauso che un uomo tradito fa alla sua cara vecchia “incoerente” ex.

“Andrea! (…sto rinascendo) è forse il brano più personale e rappresentativo del disco. Una sorta di dialogo con sé stesso, testimonianza di come l’autore ha avuto il coraggio di ricominciare da zero, rinascendo dopo anni di amarezza.

Altrettanto autobiografica la successiva Je suis une star”: brano dalle sonorità rockabilly che racconta (in francese) di quando Andrea lasciò la sua terra per approdare in Francia, divenendo così la “star” del suo avvenire.

Dopo due brani così autoreferenziali, con la successiva “Yara e Sara” Andrea prende le distanze dalle sue personali esperienze per offrire uno spunto di riflessione sulle tragiche vicende di cronaca nera che coinvolsero Yara Gambirasi e Sara Scazzi, denunciando così qualsiasi episodio di ingiustificata violenza subita da persone “indifese e innocenti”.

“Un regard, un image” è un omaggio al cantautorato raffinato di Johnny Hallyday, mentre “Balla amore” rimanda a quel pop rock con venature blues ascoltato in apertura del disco.

Si prosegue all’insegna del rock con la conclusiva “XXL Man”, uno sfogo deciso e infuriato nei confronti di chi vuol far crederci inferiori. Con l’ottimismo che caratterizza gran parte del disco, Gioè invita l’ascoltatore a sognare in grande, perché ognuno di noi a modo suo è un “grand’uomo”.

C’è spazio, infine, anche per una ghost track, “E’ l’amore”, che si caratterizza per un arrangiamento orchestrale. Volteggi di piano e sferzate di archi accompagnano la voce di Gioè in un’ode a quel sentimento – l’amore, appunto ­– che “da un senso diverso a tutto il resto”.

Intervista a Er Costa, “Vangelo è un grido di disillusione; nuova musica? Presto…” 0 469

Claudio Costa, in arte Er Costa, classe 1982, è uno dei rapper più rappresentativi della Capitale. Attivo già dagli inizi del 2000, compare anche nei dischi ‘Terra Terra’ e ‘Manifesto’ dei Gente De Borgata, crew capitolina della quale è membro attivo. Dopo l’EP ‘Doppio Taglio’ in collaborazione con Nex Cassell, uscito agli inizi di quest’anno, Er Costa ha pubblicato di recente un singolo, ‘Vangelo’: trattasi di un pezzo spiritualmente riflessivo, del quale consigliamo vivamente l’ascolto. Abbiamo approfittato di quest’uscita per contattare Claudio e porgli qualche domanda scaturita proprio dall’analisi del testo di ‘Vangelo’. Abbiamo parlato di religione, spiritualità e politica, ma anche di tanta musica e del ritorno sulle scene dopo l’incidente in moto che lo coinvolse nel 2016, tagliandolo per un po’ fuori dai giochi. Oggi però Er Costa è tornato e ha voglia di fare le cose in grande.

Ciao Claudio! Per iniziare, come ‘Doppio Taglio’ e ‘Ossa Rotte’, anche ‘Vangelo’ è uscita sotto l’etichetta di Honiro. Come ti stai trovando con Honiro, contando anche che ha sempre curato artisti molto giovani, emergenti, spesso lanciandoli? Ricordo il primo Coez, o Briga – quanto ero in fissa col suo primo disco, Malinconia della Partenza. Ma anche Low Low, Sercho…
Mamma mia, quell’album faceva impazzire pure me, oltre al fatto che io e Mattia siamo amici per la pelle. Comunque sì, Honiro è sempre stata l’etichetta che scovava i talenti in erba e poi li vedeva andare lontano. Tu conta che fra me e Jacopo, il fondatore e manager di Honiro, c’è sempre stata una grande amicizia. In un periodo in cui ero qui fermo a Roma è venuto naturale fare le cose con lui, anche in virtù di questo rapporto. Era qualcosa a metà strada fra la praticità e il rapporto personale. In ogni caso, per ora mi trovo davvero bene e abbiamo in ballo anche progetti futuri!

Parliamo adesso di ‘Vangelo’: l’ho trovata una sorta di riflessione spirituale con te stesso, nella quale ho percepito una forte componente atea. Ho pensato bene o c’è altro? Come nasce la canzone?
In realtà non si tratta tanto di religiosità e ateismo, anche se molti l’hanno interpretato così. Faccio una breve premessa: mi sono sempre ritenuto, nonostante quello che possa sembrare, una persona molto spirituale, e sono sempre stato molto affascinato dalle tradizioni religiose e da come le religioni abbiano influenzato molti aspetti della storia, dalla geopolitica all’economia e alla cultura. Ho sempre letto tantissimo in merito, dai testi storici ai testi sacri, proprio per sfamare questa mia forte curiosità. Ora, tornando a ‘Vangelo’, il pezzo è un po’ un grido di disillusione, perché diciamolo: se qualcuno si avvicina a questo tipo di letture per capire il senso della vita o la differenza tra il giusto e lo sbagliato, è una ricerca molto fine a sé stessa. Quando la gente va in chiesa, va dal prete, si confessa, legge la Bibbia o il Corano, pensa che sia come seguire ‘na sorta di manuale che, passo passo, alla fine ti porta a capire come si sta al mondo – ma non è così. Io il mio interesse continuo ad alimentarlo, ma sapendo che ciò che vado a cercare non mi serve per rispondere alle domande della vita, ma è solo uno spunto per riflettere sulle domande giuste da pormi. Una volta che hai capito che domande farti, una risposta la trovi dentro di te.

E questa ricerca spirituale la persegui da laico o da cattolico?
Mi preme specificare, proprio in virtù di alcuni fraintendimenti che possono scaturire dall’ascolto di ‘Vangelo’, che credo assolutamente in Dio, anche se non secondo i canoni codificati del cattolicesimo o di qualche altra religione. Non sono cattolico né seguo confessioni codificate. Ovviamente sono italiano e come tale sono stato tirato su ‘cattolico’, ma non ho avuto una famiglia praticante, a casa mia non si andava a messa tutte le domeniche. In Italia è più una tradizione: il battesimo, la comunione… alla fine siamo tutti ‘cattolici della domenica’, un’ora al giorno, quando si va a messa – per chi ci va, e spesso manco quello. Sono solo una persona molto curiosa, il mio approccio deriva da questo. Non sono un fanatico religioso che prende per dogma tutto quello che legge, ma neanche un ateo anti-clericale o ultra-scettico su tutto quello che riguarda la religione – che trovo un approccio estremista al pari del fanatismo. Ci vado coi piedi di piombo, senza chiudere la porta a nessun tipo di realtà.

Esattamente! Continuando a parlare di religione, viene facile pensare che sia un argomento storicamente in antitesi con alcuni valori progressisti all’interno della musica rap, come la rivoluzione o la parità dei diritti tra etnie diverse e classi sociali. Se questo era vero ai tempi di un 2pac, il quale ha dedicato svariati versi e canzoni a Dio, ancora di più lo è oggi, in un panorama storico nel quale la religione è soggetta alla secolarizzazione e sempre più gente ne prende le distanze. Come credi si coniughi la religione – o, a questo punto, la spiritualità, all’interno della musica rap oggi rispetto a ieri, e come invece lo fa nella tua musica?
Esatto, il discorso è questo qui. Secondo me una buona parte di questo discorso si collega alle origini della musica rap che, in Italia, è partita nei centri sociali, dei luoghi e delle situazioni estremamente politicizzate a sinistra, e storicamente il comunismo non è mai andato a braccetto con la religione. Il primo rap nato in Italia era strettamente politico, parliamo delle posse e gli argomenti erano quelli, quindi trattare di religione o spirituralità era praticamente impossibile. Nel rap americano, dal gangsta a quello conscious, invece, Dio si sente nominare quasi in ogni brano; poi non so, io l’ho sempre visto come un argomento estremamente fico da trattare, nonostante l’avversione e il disinteresse verso questi contenuti. ‘Vangelo’ era un pezzo che avevo in canna da tantissimo, ma non trovavo mail il modo, il come. Oggi l’ho trovato e l’ho fatto!

Visto che parliamo anche di politica, già dai tempi di Nudo e Crudo e Gente de Borgata hai sempre espresso una forte componente anti-politica all’interno della tua musica: questo succedeva intorno al 2011/2013; oggi che la situazione si è fatta molto tesa, ti senti più disposto a schierarti in quanto artista o senti ancora forte in te l’anti-politica? Cosa ne pensi della copertina di Rolling Stone, delle sue prese di posizione contro Salvini e degli artisti che hanno aderito?
Guarda, ti posso dire innanzitutto che non leggo Rolling Stone, e non ho neanche troppa stima della stampa musicale italiana come categoria. Al critico musicale – attenzione, non al giornalista che ti informa e fa le interviste come te -, ovvero colui che recensisce la musica sulla rivista, ecco: quella è una categoria di persone cui vorrei dire di trovarsi un altro mestiere. Chiusa questa piccola parentesi, posso dirti che nel contesto in cui ho scritto quei pezzi nel 2011/2013 avevo una forte avversione verso tutta la classe politica, senza guardare al colore o allo schieramento, a destra o a sinistra. Ovviamente, c’è stata la vera destra in Italia – e nessuno si augura di rivederla più. La verità è che, quando io ero piccolo, ai tempi della Democrazia Cristiana e della vera sinistra, c’erano anche personaggi di una certa caratura, come Craxi e Andreotti. Io quando vedo la gente che abbiamo adesso, che possa essere ‘sta sinistra inesistente da vent’anni, o Salvini e Di Maio, mi cadono solo le braccia. Se penso a quei tempi non dico che li rimpiango, perché non li rimpiango, ma in confronto a questi i politici di allora erano dei giganti. Non prendo in considerazione l’etica che potevano avere o meno, ma era gente formata, aveva senso averli lì. Una caratura culturale e intellettuale di un certo tipo. Questi qua in confronto sono degli sprovveduti. Il governo è lo specchio del Paese, non il contrario. Se abbiamo questi qua vuol dire ce li meritiamo. Ma poi non è solo un nostro problema, c’è un’ondata populista in tutta Europa, solo che qui è facile fare i populisti, con un interlocutore del ‘nostro’ livello. Pensando alla situazione in cui verte il paese prima mi incazzavo, adesso mi sono quasi arreso. Non credo scriverò mai più nulla che parli di politica o tratti temi sociali, perché ho perso le speranze. Non è questione di chi vince e chi perde, di destra o sinistra. Semplicemente la classe politica italiana è andata a picco negli ultimi venti-venticinque anni. Sono indegni, ma forse ce li meritiamo.”

Se la politica non è in grado di fornire certe risposte e, certe volte, Dio stenta a manifestarsi, chi salverà i ragazzini dalle strade, dalle borgate?
Eh… Questa è una domanda senza risposta. Ora, guardando distrattamente il telegiornale – perché ormai lo guardo distrattamente – sentivo che ci sono stati ulteriori tagli ai fondi per le periferie delle grandi città italiane. Ora, io conosco Roma, ma le periferie si assomigliano un po tutte. Spesso quando furono costruite non avevano negozi, lampioni, fognature. Erano dei palazzoni e a basta. Quando uno nasce e cresce in una situazione del genere, senza servizi, senza istruzione, senza sbocchi lavorativi, sopperisce a quel vuoto inventandosi qualcosa. Vieni messo nella condizione di doverlo fare. Non voglio fare il solito discorso di giustificazione, ma se vivi in un nucleo familiare stabile, con dell’istruzione adeguata, sapendo di avere delle prospettive per il futuro, è facile tenersi lontano da certe situazioni. Dicono che l’italiano non ha mai voglia di fare un cazzo, che è un pezzo di merda e i borgatari so’ criminali per DNA. Ma se tu metti un bambino nella condizione di funzionare come una ruota ben oliata all’interno del sistema economico e sociale, vedi come cambia la situazione. Prendi la gente del Nord Europa: quelli so’ contenti di pagare le tasse e partecipare alla vita politica. Se vai là a cercare gli impicci con le assicurazioni o a chiedere al commercialista magagne per pagare meno tasse, quelli ti guardano brutto come se parlassi di rubare a casa di qualcuno – ed è così, alla fine. Ma loro sono stati messi nella condizione di farlo, sanno che se ti comporti bene la vita ti va bene. Da loro se rubi, non paghi le tasse e roba simile, sei un pezzo di merda, perché vuol dire che lo volevi fare e basta. Hai scelto di non lavorare e rubare. Da noi c’è una fascia grigia per la quale non è così. L’altro giorno leggevo che in Sicilia il 50% dei ragazzi ha smesso di cercare lavoro, non studiano, non fanno nulla. Si sono arresi, e l’unica chance che hanno è quella di prendere un aereo e andare a farsi una vita in un’altra nazione, se non in un altro continente. Ma se continuiamo così fra quarant’anni ci sarà ancora gente qui in Italia? In ogni caso, quando fai parte di quel 50/60% di gente che viene dalle periferie, non è che hai molto da scegliere. Per aprirti un negozio, pure coi fondi europei, sono più le tasse che i guadagni. Tu spingi la gente a ricorrere a certi metodi: c’è chi lo fa perché è pigro e non vuole fare un cazzo, ma tanti lo fanno per mangiare. Stamo così. Stavamo così vent’anni fa, la situazione non è migliorata.

Pier Paolo Pasolini fu uno dei primi a parlare delle condizioni in cui versavano le borgate romane

‘Vangelo’ preannuncia un disco? Sapevamo stessi lavorando a tanta roba già dai tempi dell’EP con Nex Cassel.
Ti dirò una cosa, questo è un periodo di transizione per me. Sto lavorando a delle cose, ho del materiale da pubblicare. Non posso dirti se sarà un album, ma sicuramente uscirò roba a breve. Potrebbero essere dei singoli, o forse un EP.  Ancora non lo so. So che sto lavorando a qualcosa di nuovo, è tutto quello che posso dirti.

Quando pubblicasti con Egreen ‘Milano-Roma parte 2’, fu una sorta di passaggio del testimone con la vecchia scuola. Se dovessi pensare a una ‘Milano-Roma parte 3’, a chi passeresti il testimone?
Ma già lo dobbiamo passa’ sto testimone?! (Ride, n.d.r.) Guarda, te lo dico, ascolto un po’ di musica nuova, qualche nome c’è, ma sono focalizzato a portare avanti il nostro discorso. Dalla generazione precedente alla mia fino alla mia, il sound è cambiato e si è evoluto molto meno rispetto a quanto fatto tra la mia generazione e quella nuova. Non sarà il ‘nostro’ genere musicale, ma tutta quest’ondata trap, a prescindere che mi piaccia o meno, mi sembra solo un altro genere musicale, completamente diverso. La cosa figa che la vecchia generazione e la nostra generazione aveva in comune, e caratterizzava il genere, era il culto del flow, dell’incastro, della rima, del saper rappare bene. C’era il gusto musicale, tipo ‘questo mi piace, questo no’, ma se non eri una belva tecnicamente non ti cagava nessuno. Era uno sport, dovevi far vedere che eri bravo a farlo. Adesso, tutto questo discorso qui, che era il discorso centrale all’interno del rap, è diventata l’ultima cosa che conta. Adesso conta di più l’immagine, il beat figo – che poi, per me s’assomigliano un po’ tutti. Ma ti ricordi quando sentivi un pezzo ed era ‘barra, barra, barra, BUM’ arrivava quella barra e tu eri tipo ‘No, ma che cazzo ha fatto!’. Ecco, questa cosa nei pezzi d’adesso non la trovo più.  Adesso che ne ho trentacinque – e mi preoccuperei se i ragazzini di quindici anni s’ascoltassero la roba che ascolto io – se penso di farmi piacere qualcosa che ascolta un quindicenne crederei che uno dei due ha un problema, e non sarebbe lui! (Ride, n.d.r.)

Ricordo che in un’intervista a inizio anno, quando è uscito ‘Doppio Taglio’, hai dichiarato fosse difficoltoso fare un live a causa dei problemi relativi all’incidente. Stai meglio? Ti vedremo sui palchi?
Per il momento non ho in programma dei live, chiaramente per mettere su un bel giro dovrei far uscire qualcosa di più corposo piuttosto che qualche singolo. Per quanto riguarda la mia situazione, posso dirti con estrema felicità che ormai sto bene, sono quasi al 100%, ho passato una bella estate in giro per l’Italia e ora sto lavorando su roba nuova. Spero di tornare presto in giro con dei live, in condizione di poter presentare uno show di livello. Fin quando non avrò qualcosa di figo però non ne parlerò neanche: avere fretta di tornare a fare dei live e poi non farli ai livelli a cui ambisco sarebbe uno sbaglio. Quando tornerò, tornerò in grande!

Perfetto Claudio, ti ringrazio tantissimo per essere stato con noi!
“Ma va, grazie a te!

Un ringraziamento a Lorenzo Boccuni per la copertina dell’articolo.

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