“Submerge”, la black music 2.0 di Francess 0 1279

Voce soul, animo gospel, attitudine pop. Così si potrebbe sinteticamente definire Francess (alias Francesca English), che da pochi giorni ha pubblicato il suo ultimo LP: Submerge.

Nata a New York da padre giamaicano e madre italiana, la giovane cantautrice ha iniziato a muovere i suoi primi passi nel mondo della musica nel 2012, anno in cui – grazie all’inedito “Notes and Words” – vinse il prestigioso Canevel Music Lab. Di lì sono seguite la colonna sonora per un film indipendente, un disco di inediti (“APNEA”, 2015) e uno di cover di vecchi classici della canzone italiana, rivisitati in lingua inglese e sonorità “black” (A Little Bit of Italiano, 2017). Un percorso importante e formativo, grazie al quale la cantante italo-giamaicana avrà sicuramente avuto modo di affinare le sue indubbie qualità vocali e delineare le diverse influenze musicali che l’accompagnano sin da bambina (quando si addormentava sulle note delle ninna nanne gospel intonate dalla nonna).

Almeno questa è l’impressione che si ha ascoltando Submerge: un disco maturo, consapevole e capace di affondare le proprie radici nel passato, pur restando ben ancorato al presente. Con questo suo ultimo lavoro, infatti, Francess attinge a piene mani dal nutrito background musicale afro-americano in suo possesso, mescolando ciò che vi trova con il pop e l’elettronica dei giorni nostri. Il risultato è un disco di “black music 2.0”, che sicuramente non deluderà i fan di James Blake e, più in generale, della recente ondata “elettronica” che ha investito la neo soul.

L’apertura è affidata alla title track Submerge, che colpisce sin dal primo ascolto grazie al suo irresistibile groove di piano, al ritmo sincopato e alle melodie gospel dell’orecchiabilissimo ritornello. Un blues raffinato e trascinante che ci “sommerge” anche grazie ai virtuosismi (mai gratuiti) della voce calda e potente di Francess. Se il buon giorno si vede dal mattino!

Echi di rockabilly nella successiva Ready Set Go, con la quale Francess ci racconta (con un più marcato accento afro) la storia di un metaforico super eroe sopraffatto dalla casualità e dall’incontrollabile susseguirsi degli eventi. Atmosfere da poliziesco americano anni ’80 per un brano che rappresenta la prima di molteplici variazioni di tema di un disco che, pur mantenendo una chiara matrice soul, dimostra di saper spaziare nelle direzioni più disparate.

Ne è dimostrazione il terzo brano della tracklist, nonché primo singolo ufficiale: Follow Me”. Cogliendo al volo il suo invito, seguiamo Francess nelle atmosfere gipsy di questo pop/jazz dal sapore estivo. In realtà quel che troviamo non rispecchia la parte più ispirata di questo, comunque più che positivo, lavoro. Sebbene l’alternanza di lingua inglese e italiana del testo sia simbolica espressione dell’identità multiculturale della cantante, il brano (per arrangiamento e sonorità) non sembra sposarsi in maniera convincente con l’anima soul/blues del resto del disco.

Accantonate fisarmoniche e violini gitani veniamo condotti verso i sentieri electro-folk della successiva Ivory. Un vorticoso arpeggio di chitarra acustica, sorretto dall’irregolare andamento di beat elettronici, ci accompagna verso uno struggente e cinematico ritornello sul quale si stende un avvolgente tappeto d’archi.

Ma è con Evolutionche le incursioni elettroniche iniziano a farsi sempre più presenti. Il minaccioso arpeggio di synth bass iniziale si apre ben presto in un ballabilissimo ritornello dal ritmo battente e incalzante. Il testo presenta un metaforico parallelismo tra l’evoluzione degli esseri viventi sulla terra e la vita di ciascuno di noi.

Proseguendo con l’ascolto ci imbattiamo nella ballad pop The Show Must go Wrong, che alterna le dinamiche più contenute della strofa, eretta su un’intelaiatura di percussioni e drum machine, con quelle più intense del ritornello. Poggiandosi su un saliscendi di un basso morbido e gommoso, Francess sprigiona la sua voce ricordandoci che sul palco, così come nella vita, niente è perfetto. Lo show può anche andare male ma, siccome si vive una volta sola, l’importante è che vada avanti, sempre.

È la volta di Until Dawn, il brano più complesso e meno immediato di Submerge, nonché uno dei migliori. L’atmosfera cupa e tesa rimanda immediatamente ai Massive Attack di “Teardrop”, mentre la sezione centrale del pezzo rappresenta il momento più smaccatamente rock del disco.

Il livello non cala con la successiva Moon. Abbandonate le sonorità vagamente trip-hop di “Until Dawn”, Francess ci riporta nei più confortevoli confini della neo soul e dell’ Rn’B (sempre sapientemente rielaborati in chiave contemporanea). È ancora una volta il piano a farla da padrone grazie all’accattivante riff che accompagna un irresistibile ritornello, inaspettatamente affine alla coda di Firedei Kasabian.

A conclusione dell’ideale trittico di canzoni più convincenti del disco troviamo Memory Lane. Una ballata sospesa e ovattata nella quale Francess immagina di percorrere un’immaginaria “strada dei ricordi”, dove tutto è offuscato e ovattato dalla nebbia di un passato pieno di rimpianti. Il potente immaginario che scaturisce dal testo è reso alla perfezione dal sound mellifluo delle chitarre al reverse e dal vellutato incedere del violoncello.

Sulle dolci note di un mellotron si apre il brano al quale è affidata la chiusura dell’album, The Man I Love. Si tratta di un celebre brano scritto da George Gershwin e interpretato da Billie Holiday, qui brillantemente rivisitato in salsa motown da Francess e la sua band.

A cavallo dell’intrigante linea di basso di The Man I Love si conclude un disco che fa della sapiente rivisitazione di inconfondibili sonorità vintage in chiave moderna il suo punto di forza. Le ritmiche Rn’B, le fughe elettroniche, i groove di piano sono calibrati quanto basta per far da perfetta cornice alle efficacissime melodie pop cantate da Francess con la sua meravigliosa voce soul. Submerge è un’ondata di black music contemporanea che sommerge l’ascoltatore e che speriamo porti la sua talentuosa artefice ad emergere.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 363

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 549

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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