“Suspiria” di Luca Guadagnino. Una complessa e sofisticata rilettura del classico di Dario Argento 0 586

«We live again», canta Thom Yorke in una delle scene conclusive del film. «Riviviamo», per l’appunto. Così come, a più di quarant’anni di distanza, rivive “Suspiria”: vero e proprio cult del cinema horror, firmato dal maestro Dario Argento e ora rivisitato (o forse dovremmo dire stravolto) da Luca Guadagnino (Call Me by Your Name,A Bigger Splash,“Melissa P.”).

Già, perché questo remake ha il grande merito di prendere le giuste distanze dall’originale, conscio dell’impossibilità – oltre che della sostanziale inutilità – di replicarne in maniera fedele e ossequiosa stile e tematiche. Questo fa di “Suspiria” un rifacimento sensato e legittimo, a differenza delle tante trovate commerciali alle quali spesso siamo stati abituati (anche perché di commerciale questo film ha ben poco). Guadagnino è sì un grande fan di Argento, e di quest’opera in particolare, ma allo stesso tempo è anche un autore con una poetica personale e distintiva. Cosa che gli permette di offrirci un’inedita declinazione della storia che già tutti conosciamo.

E che, anche in questo caso, vede una giovane ballerina americana, Susie Bannion (Dakota Johnson), trasferirsi in Germania per frequentare una prestigiosa accademia di danza, che ben presto si rivelerà teatro di misteri sovrannaturali e orrori indicibili. Ma, a ben vedere, i punti di contatto tra le vicende raccontate dal film del 1977 e dal remake del 2018 si esauriscono qui. Complice l’innovativa e strutturata sceneggiatura di David Kajganich (The Terror), che riprende il soggetto originale per poi svilupparlo sotto tutt’altra luce.

E proprio di luce sarebbe impossibile non parlare, trovandoci di fronte al remake di un film che faceva della sua particolare fotografia un tratto distintivo, nonché principale codice di lettura. Se l’opera di Argento si caratterizzava per l’utilizzo vibrante ed estremo di colori primari quali il verde e il rosso, in una sorta di psichedelico caleidoscopio cromatico, quella di Guadagnino utilizza una palette di colori molto più ampia, ma meno aggressiva. Laddove la fotografia di Argento, accesa ed esplosiva, rispecchiava esteticamente la ferocia della pellicola, quella di Guadagnino, tenue e sbiadita, rende alla perfezione l’immagine di una Berlino fredda e rarefatta, quasi come sospesa nelle nebbie del tempo.

Discorso simile potrebbe esser fatto per le musiche, laddove l’iconica colonna sonora progressive dei Goblins, insistente e martellante, lascia spazio alla voce spettrale di Thom Yorke (Radiohead) e alle sue melodie morbide e ipnotiche.

Tutto nel remake di Guadagnino procede verso la ricerca di una maggiore sofisticatezza. Complice anche una dilatazione dei tempi non indifferente (152’ contro i 94’ dell’originale), che permette una trattazione più accurata e caratterizzante dei personaggi. Come ad esempio quello di Susie, della quale ci viene offerta una back story che tanta importanza avrà nel preparare il terreno al colpo di scena finale, ricollegandosi a un concetto di maternità insistentemente riproposto durante tutta la durata del film. O come le inedite figure del professor Klemperer e di sua moglie (interpretata da Jessica Harper, la Susie Bannion “originale”). Senza dimenticare le streghe, che qui ritroviamo sotto tutt’altra veste. Guadagnino è meno sbrigativo di Argento sotto questo aspetto: pur non raccontandoci nulla o quasi della loro storia, ci fa entrare a più riprese nella loro quotidianità. Ce le mostra indaffarate in faccende domestiche, impegnate in chiacchiere da bar, divise dalle politiche interne della loro congrega. In altre parole, ci mostra il loro lato umano più che quello demoniaco. Per questo non risulterà del tutto insensato, a un certo punto della storia, provare una certa empatia nei confronti di Madame Blanc (una Pina Bausch sui generis interpretata da una splendida Tilda Swinton).

Ma, rispetto alla pellicola originale, più di ogni altra cosa è la danza ad assumere tutt’altro tipo di rilevanza. Essa è il tramite attraverso il quale si diffonde il potere demoniaco delle streghe. Essa è lo strumento di tortura da loro utilizzato per punire chi osa ribellarsi. Ed è in questa interessante sovrapposizione tra arte e magia che la coreografia di uno spettacolo diventerà la stessa di un delirante e prorompente rito sabbatico (impeccabilmente diretto da Guadagnino).

Un remake meno feroce e più sofisticato, quindi. Ma anche più complesso, laddove Guadagnino e Kajganich decidono di introdurre due elementi quasi del tutto assenti nell’originale: Storia e mitologia.

Nel primo caso Guadagnino, seguendo le orme di Guillermo del Toro (bravo come nessuno a intrecciare racconto fantastico e Storia con la “s” maiuscola), contestualizza storicamente e politicamente una vicenda che non a caso non è più ambientata a Friburgo (come nell’originale), ma a Berlino. La Berlino del c.d. “autunno tedesco”, divisa da un muro verso il quale la telecamera indugia di continuo. Una città pervasa da strascichi post-bellici non ancora del tutto smaltiti e scossa da un terrore più terreno (gli attentati della banda Baader-Mehinoff) di quello che si sta consumando nella Tanz Academy. Tutti elementi che sono più che una semplice cornice narrativa, ma parte integrante della narrazione stessa.

Luca Guadagnino, regista di Suspiria (2018)

Così come parte integrante è l’affascinante mitologia esoterico-religiosa delle tre Madri (Suspiriorum, Lacrimarum e Tenebrarum) che è, allo stesso tempo, un riferimento diretto all’omonima trilogia cinematografica di Argento.

Questo fa del “Suspiria” di Guadagnino un film più ricco e stratificato rispetto a quanto non lo fosse l’originale. Più arthouse e meno opera di genere. Più film d’autore e meno dell’orrore (anche se nei rari momenti in cui spinge verso questa direzione Guadagnino sa scatenarsi, dando vita a sequenze di grande impatto visivo). Non per questo un film migliore (non dimentichiamoci che senza il capolavoro di Argento non esisterebbe neanche questo rifacimento), ma sicuramente un’opera con una sua dignità, una sua valenza, una sua ragion d’essere. Perché “Suspiria” si può considerare un remake solo sulla carta, ed è proprio questa la sua forza. Non è il “Suspiria” di Dario Argento secondo Luca Guadagnino, è il “Suspiria” di Luca Guadagnino.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 385

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 554

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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