Tango: il maestro Zotto incanta e fa riflettere 0 508

Non una semplice esibizione di danza, ma un vero e proprio racconto, una narrazione di più storie che si sono intrecciate sul palco del teatro Orfeo di Taranto a ritmo di tango.

<<La gente vuole l’abbraccio del tango, un abbraccio avvolgente tra uomo e donna. Bisogna entrare in questo gioco meraviglioso>> parola di Miguel Angel Zotto, il tanghero più importante del mondo che, per una sera, insieme con Daiana Guspero (compagna nella vita e sulla scena) e altri otto straordinari ballerini, ha incantato il pubblico tarantino. Il tutto accompagnato dalle musica suonate dal vivo dal quartetto Tango Sonos.

Molto probabilmente “Zotto Tango” ha avuto la straordinaria capacità di appassionare anche chi si approcciava per la prima volta a questo mondo. Lo stesso Zotto lo sottolinea fermandosi con i giornalisti: <<Tantissima gente si avvicina, gente nuova, anche soltanto per trovare un’amicizia in più e per un interscambio sociale. Imparare il tango è importante non solo perché fa bene non solo al corpo, ma anche alla mente. Se hai coordinazione nel corpo, hai coordinazione nella vita>>.

Una foto dell’esibizione tenutasi al teatro Orfeo di Taranto

Unione vincente tra l’ICO Magna Grecia di Taranto, che ha fortemente voluto portare in riva allo Jonio l’evento nell’ambito della sua stagione di eventi, e la compagnia Tango Por Dos guidata dallo stesso Zotto.

La carica argentina si è sviluppata tra passi, volteggi, movimenti sinuosi ed una fusione sempre presente tra le coppie sul palco: <<L’equilibrio è fondamentale  – commenta ancora il maestro Zotto – l’uomo deve guidare la donna, ma in realtà è proprio il ruolo femminile a fare da padrone. La donna è la mamma del tango, è la regolarità del tango. Il primo passo lo fa sempre la donna, in questa danza come nella vita. L’uomo fa la irregolarità, la donna invece è regolarità>>.

Tra brani che appartengono alla storia della musica, melodie note e i ritmi dell’indimenticato Astor Piazzolla, un ruolo importante lo ha giocato anche l’alchimia tra tutti i danzatori. Tutti attori protagonisti di una squadra guidata dalla coppia Zotto-Guspero, esempio di intesa a tutto tondo e che raccoglie successi in tutto il mondo. E anche Taranto ha potuto beneficiare del fascino, non solo sensuale, di questa grande cultura.

Di Fabrizio Cafaro

 

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I Placebo chiamano, Taranto risponde 0 2906

Si è conclusa ieri una giornata storica per la città di Taranto. Ospiti della seconda giornata del Medimex, l‘International Festival and Music Conference che si sta svolgendo in città dal 7 al 10 giugno, i Placebo. Concerto adrenalinico sin dall’inizio, con l’apertura affidata al ventunenne torinese Kiol, in grado di infiammare la folla con i brani tratti dal suo recente EP, “I Come As I Am” di cui consigliamo vivamente l’ascolto su Spotify: piacevolissima sorpresa. A seguire son saliti sul palco i Casino Royale, formazione milanese che certo non ha bisogno di presentazioni.

Alle dieci e mezza salgono sul palco i Placebo. La band si presenta sul palco in una formazione composta da sei musicisti: gli storici membri fondatori, Brian Molko (voce e chitarra) e Stefan Olsdal (basso e chitarra), accompagnati da Bill Lloyd alla tastiera, Nick Gavrilovic alla chitarra, Angela Chan alle tastiere e al violino e Mathew Lunn alla batteria. I Placebo arrivano a questo concerto con una promessa precisa: quella di portare solo i grandi successi, “perchè è quello che il pubblico vuole sentire” annunciò Brian Molko in una recente intervista. E così è stato. Il concerto si è aperto con “Pure Morning“, e in scaletta ci son finiti tutti i più grandi successi della band: da “Bitter End” a “Too Many Friends“, passando per “Twenty Years“, “Song To Say Goodbye” e “Special K“, Chiusura affidata alla cover di “Running Up That Hill” di Kate Bush. Si è sentita la mancanza delle immagini sul maxischermo alle spalle della band, ma l’energia sprigionata dal gruppo ha saputo colmare benissimo il gap.

I Placebo confermano di essere in ottima forma – nonostante le duemila sigarette fumate da Brian Molko tra una canzone e l’altra, ma non è una novità – presentando una scaletta che sarebbe un sogno per ogni fan e amante della band inglese. Il pubblico risponde benissimo, molto meglio del giorno prima coi Kraftwerk, saltando, ballando ed intonando ogni canzone. Grazie Taranto per aver dimostrato di essere anche qualcos’altro oltre l’industria: non avevamo dubbi.

“Okiko – The drama company” porta in scena “BRIDE – Cuore di farfalla” 0 522

Guai a chi si lascia ingannare dal titolo credendo che “BRIDE” sia uno spettacolo per bambini o una recita di fine anno. È una norma che il teatro sia la prediletta, tra le arti, nell’estrazione maieutica di sentimenti e stati d’animo talvolta anche dissonanti tra loro, e in questo la compagnia Okiko non fa di certo eccezione. La compagnia bitontina, attiva sul territorio pugliese dal 2015 e reduce del loro ultimo spettacolo “The Diva” nel 2017, è stata ospite del teatro “T. Traetta” lo scorso 10 e 11 Maggio per le prime date della loro nuova produzione. Il copione originale nasce da un’idea del regista Piergiorgio Meola, il quale non nega la vivace partecipazione del pubblico agli spettacoli, ma soprattutto l’impegno e la passione dei suoi ragazzi, con i quali è già a lavoro con nuovo materiale.

BRIDE è stato un successo probabilmente per il recupero e la trasposizione scenica di elementi chiave della commedia moderna pensata per il grande pubblico. Se da un lato si vuole chiudere questa parafrasi nel generico concetto di mainstream, bisogna d’altro lato ammettere la capacità del regista e degli attori di aprirsi a un pubblico davvero ampio, che non mostra stratificazioni anagrafiche malgrado l’utilizzo di linguaggi e interazioni tipici dei giovani (e dei mondi ad essi legati) in una fascia tra i venti e i trant’anni. La trama dell’opera ruota attorno alla figura di Sara Butterfly, cresciuta durante i fantastici anni ’90 assieme alle sue inseparabili amiche in quella dimensione di spontaneità, naturalezza e spensieratezza che caratterizzava la fine del millennio. Superata la soglia dei vent’anni e abbandonata l’adolescenza, però, molte cose cambiano, le ansie e le paure aumentano, e un giorno Sara comunica alle sue amiche che sta per sposarsi con il suo Armand. La tela degli eventi comincia quindi a dipingersi di imprevisti, malintesi e ombre del passato che si miscelano con un’atmosfera quasi fiabesca e battute dall’ironia a tratti amara e nostalgica.

Il primo vero punto di forza dello spettacolo è la perfetta ricostruzione dello scenario tipico del secondo decennio scorso, sia nella narrazione che nello sviluppo delle tematiche (legate sempre e comunque all’Amore, in ogni sua sfaccettatura). “Schadenfreude” è il termine che più aiuta a definire la cornice dell’opera, che ha in sé tutti gli ingredienti tradizionali della commedia all’americana. La concretezza di Armand si scontra con il daydreaming irreversibile della protagonista Sara, il mito degli anni ’90 che si traduce nel sogno di una vita perfetta, la diatriba interiore con la propria coscienza: queste note vengono amplificate dall’estrema stereotipizzazione dei personaggi e dalla loro staticità evolutiva a livello caratteriale durante la narrazione scenica, fatta eccezione per i due protagonisti, più dinamici e travolti dagli eventi. Tutto si rende quindi pienamente funzionale alla leggerezza e all’ironia dialogica opportunamente bilanciata dalla comicità nel susseguirsi di sfortunati eventi. Non mancano, per completare il quadro, immancabili pietre miliari come il ritorno del primo amore o il trinomio amiche-shopping-alcol. Ne risulta uno scenario volutamente prevedibile, e questo non può essere che positivo se Okiko non ha la pretesa di innovare un genere trito, ma di revitalizzarlo, ammodernarlo facendo leva sui dettagli e sull’oggetto dell’ironia con una certa presa emotiva: creare un cult di tutte le cose che oggi si ricordano di quegli anni ’90; fare in modo che lo spettatore si ritrovi almeno in una di quelle frasi pronunciate sul palcoscenico; uscire dalla sala chiedendo al proprio vicino “ma ti ricordi..?”
L’ atmosfera nostalgica e fiabesca è animata da una colonna sonora alquanto “eterogenea” (dagli Strokes ai Radiohead, dagli M83 agli Smiths, passando per il pop punk dei Sum 41 e il trash delle hit estive degli ultimi anni), che ben supporta la versatile presenza sul palcoscenico della coscienza di Sara, nonché la cura nell’uso delle luci e degli effetti stroboscopici.

Spettacoli come BRIDE non capitano più così spesso negli ultimi tempi, perché è vero che il teatro si sta evolvendo quanto a tecnica, forma e interpretazione. Si mischia spesso alla danza, o alla poesia, e la narrazione viene sempre meno preferita sul palco e nella fase creativa. C’è anche da ammettere, però, che rispetto alla (frequente) pretenziosità del teatro contemporaneo o sperimentale, opere come BRIDE sono una ventata d’aria fresca. È la scelta di un gruppo di persone di realizzare qualcosa di semplice, diretto, che non passi per la mediazione della ragione, ma che arrivi dritto al cuore. Una norma che si fa eccezione in un panorama artistico dove ormai (quasi) tutto è diventato ostentazione di “una certa cultura” e ostinata ricerca del profondo, anche laddove l’acqua è visibilmente bassa. Ci vuol del fegato.

Per maggiori informazioni e nuove date, visitare la pagina Facebook Okiko the Drama Company.

Regia: Piergiorgio Meola
Cast: Teresa La Tegola, Alessia Ricciardi, Rosa Masellis, Giuseppe Visaggi, Emanuele Licinio, Angela Ubaldino, Piergiorgio Meola
Assistenti di scena: Michele D’Amore, Valeria Summo, Stefania Sannicandro

Galleria fotografica a cura di Anna Verriello

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