“The Comfort Zone”: l’album d’esordio di Makai è un passaggio segreto tra le stanze della psiche e il mondo delle sensazioni 0 1652

Makai” è il nome dietro cui si nasconde l’orecchio di Dario Tatoli, pugliese, classe 1987. Il progetto ha visto la luce sulle soglie del 2010 e si è perfezionato meticolosamente nel tempo, sfociando nella pubblicazione dell’EP “Hands” nel 2016 con la parallela entrata dell’artista nella famiglia “INRI/Metatron”. Makai intraprende da subito un percorso intenso: alle spalle un tour che lo ha visto calcare diversi palchi in ogni angolo dello stivale, la partecipazione allo “Sziget Festival” di Budapest nel 2017 e la scelta da parte di MTV di “Clara”, primo estratto dal nuovo album, per la sezione “New Generation”. “The Comfort Zone” si preannuncia, quindi, un album promettente, peculiare, che riuscirà a mantenere alte le aspettative degli ascoltatori e degli amanti del genere nei confronti dell’artista, già parte dei Flowers or Razorwire (keats collective USA).
The Comfort Zone” è stato interamente scritto, prodotto e registrato da Dario Tatoli; il missaggio di alcuni brani, invece, è stato affidato alle sapienti mani di Andrea Suriani e Matilde Davoli.

La “zona comfort” che traccia i confini dell’album è uno stato psicologico in cui ogni cosa appare familiare all’individuo e il controllo delle sensazioni, dei comportamenti e delle relazioni risulta di conseguenza più semplice. Dentro il perimetro di quest’area, il livello di sicurezza e stabilità è più alto, mentre diminuisce la percezione dell’ansia e della vulnerabilità. Makai compie un percorso à rebours, utilizzando quello stadio di equilibrio come punto di partenza per la ricerca del rischio e dell’insicurezza, genitori del genio artistico, nel tentativo di sciogliere i nodi del legame di appartenenza a un inquadrato contesto sociale o schema mentale.

Le nove tracce che compongono l’album hanno un tessuto elettro-pop, ma diramazioni più sfilacciate, tendenti al post-rock e all’ambient (e in particolar modo quelle strumentali). Il suono d’ispirazione nordica si innesta con una scrittura semplice e intima, in inglese, che favorisce idealmente la collocazione dell’artista al secondo grado di discendenza di una genealogia musicale prolifica nel nostro tempo. Risulta contestualizzata, in questo modo, anche la volontà di non seguire una linea comunicativa tradizionale, incentrata su un messaggio o una narrazione, bensì quella di dipingere stati d’animo in maniera empatica, vincolando chi è all’ascolto a partecipare emotivamente. Malgrado l’alternanza di ritmi più pacati e nostalgici ad altri più tonici e audaci, l’ipnosi vorticosa del loop, midollo spinale dal punto di vista strumentale, gioca un ruolo fondamentale nell’inclusione dell’ascoltatore all’interno dell’atmosfera dell’album. Atmosfera che, a differenza di quanto vale per Makai, prende le sembianze di una sala d’attesa o di anticamera rispetto alla “zona comfort” in cui si trova l’artista, ovvero il luogo di condivisione più vicino a quello in cui qualcosa, sia esso negativo o positivo, sta accadendo, ma per il quale ci è vietato l’accesso.

Lazy Days” è il secondo estratto da “The Comfort Zone” e la traccia che apre l’album. L’andatura adagio e il tono vellutato della parte strumentale hanno un retrogusto quasi esotico, determinato da semplici accordi di chitarra classica in combinato disposto con un loop ossessivo di kalimba. Il testo del brano è un’ode alla pigrizia come momento del tempo quasi epifanico, e non come stato d’animo, che trascina con sé immagini e visioni nostalgiche di un trascorso idilliaco. Il risultato ottenuto merita di essere interpretato come una sorta di risposta a quel dubbio proustiano sulla sostanza del tempo, cosa contiene e da cosa è composto: la formula musicale di Makai è una matrioska crono-figurativa in cui ogni istante contiene il successivo ad esso concatenato. Il costante sguardo ad una dimensione passata dilatata rispetto a quella presente rappresenta una variabile qualitativa indipendente e  ricorrente per tutto l’album.

Hands” non si colloca originariamente nell’esperienza del disco, ma ne acquisisce cittadinanza derivata per ovvie attinenze stilistiche e storiche legate al percorso dell’artista: Makai lo recupera infatti dall’omonimo EP che aveva preceduto “The Comfort Zone”, spezzando subito l’atmosfera soffusa voluta dal primo brano con un suono ricco, epico, caratterizzato da grancasse e rullanti poderosi. Il suo canto fievole si discioglie in echi e cori in background, imprimendo alla canzone un suono tipicamente “islandese” (in termini di influenze stilistiche). Il testo si apre con una presa di coscienza dell’autore sulla fine di una relazione, poi sposta l’attenzione su una figura femminile avvolta nelle tiepide lenzuola delle sue autonarrazioni, bugie necessarie per sfuggire alla responsabilità che deriva da sentimenti troppo grandi e che spesso si è incapaci di sostenere. L’energia incalzante della canzone rende bene l’idea della maratona intrapresa dall’io narrante per coprire le distanze tra sé e la sua interlocutrice.

Fire Fall” è il terzo estratto dell’album. Il brano è peculiare nella sua struttura strumentale, che si evolve in maniera incrementale e si condensa man mano in una nuvola di effetti e campionature sempre più densa. L’orizzonte cromatico tracciato dall’artista da vita ad un intenso gioco di luci ed ombre che si affaccia su scarabocchi di oggetti deformati, memorie e luoghi scontornati. Lo scintille sempre più luminose e incandescenti che accendono la miccia a un abbagliante fuoco artificiale: un incendio di ricordi e dei sentimenti ad essi legati.

Firefall from the ceilings/crashes on the ground/fire smash all the feelings/burns down our life.

You” è un dolce interludio che introduce il corpo centrale dell’album. È una breve traccia strumentale dal più profondo degli universi interiori: malgrado il titolo, infatti, la seconda persona singolare pare abbia un significato autoreferenziale, che Makai abbia provato a proiettare sulla traccia un’illustrazione del suo interno. Un autoscatto mosso, un bagliore lontano in movimento, una fluidità ossimorica rispetto alla sensazione di paralisi esistenziale che si percepisce sottopelle.

Clara”, il primo estratto da “The Comfort Zone”, riprende molti degli elementi della strumentale precedente e li riversa in un’atmosfera fortemente evocativa. Tutti i cinque sensi sono coinvolti nell’ascolto di questa canzone, che suona come la descrizione di un momento attraverso la percezione di dettagli. Il passato viene trascinato nel presente e ha il nome di una donna, che forse non a caso porta nella radice del suo nome un sinonimo di luminosità. Trapelante di purezza e malinconia, questo brano imaginifico si inserisce in uno scenario che assomiglia a quello di un ballo lento a notte inoltrata, nel mezzo di una massa di presenti assenti dentro cui scomparire, tra le note dell’ultima canzone e il primo impolmonirsi dell’alba.

In quest’ottica, “Night Shift” ne rappresenterebbe il seguito ideale. Il brano completamente strumentale utilizza per la prima volta sonorità diverse da quelle dei brani precedenti: la base viaggia sulla corsia principale dell’elettronica, senza precludersi svincoli più cadenzati tipici della techno. I loop sono ossessivi, tribali: il passaggio dalla notte alla luce prende le sembianze di un rituale magico, alchemico, al termine del quale si sbiadiscono le ombre e qualcosa di indefinito, un cambiamento di stato, accade.

Missed” deriva, come “Hands”, dall’esperienza dell’EP. Dal titolo, è facilmente intuibile come Makai cerchi di trovare un corrispettivo sonoro del senso di smarrimento e confusione. Il risultato è una traccia caratterizzata dal sound elettronico della techno mischiato a giri di chitarra circolari, che descrive in maniera ottimale il concept dell’album, ossia la tenace ricerca del rischio e dei benefici che ne derivano, nonostante la consapevolezza di convivere con la costante mancanza di ciò che si lascia dietro di sé. Si è soliti dire che smarrire la via di casa in un posto sconosciuto sia certamente un evento sfortunato, nondimeno è la più grande occasione per conoscerlo meglio: se si valuta la coerenza con cui si sovrappongono la nostalgia del testo e la carica positiva della strumentale, si potrebbe essere d’accordo sul fatto che Makai abbia provato la stessa sensazione nella stesura del brano.

Later” riaggancia le sonorità delle prime tracce in maniera vellutata, impalpabile, fluttuante. La canzone è esattamente anticamerale rispetto alla chiusura dell’album con la successiva “The Comfort Zone”, che da il nome all’album, anticipandone e chiarificandone il significato:

We stay in the comfort zone/cause we missed the control room

Later” è quindi la fase di atterraggio, la fine di un viaggio, il momento in cui si sta per ritoccare il suolo; la consapevolezza che spesso non è il mero senso di appartenenza a legare gli individui a un luogo, ma l’incapacità di muoversi in direzioni diverse, la comodità di ricevere il calore garantito dagli affetti di sempre rinunciando al confronto con l’esterno.
La titletrack “The Comfort Zone” si presenta invece come una acoustic session, che Makai stesso aveva tempo prima registrato privatamente con la sua sola chitarra classica. L’ultima canzone è probabilmente la prima ad esser stata scritta, nonché l’emblema di ciò che la “zona comfort” rappresenta per l’artista: sporca, grezza, intima, rassicurante, ha il tono di una presa di coscienza. Makai non parla solamente al suo interlocutore, ma anche a se stesso, raccomandandosi di “continuare a lavorare duramente per rendere le cose meravigliose”.

The Comfort Zone” è un album raffinato ed equilibrato, che fa delle sue contraddizioni il punto di forza. Capita sempre meno spesso che, nel settore, un album d’esordio sia così solido, che abbia una scelta di suoni accuratissima, che ogni pezzo al suo interno abbia una particolare specificità e non sia solo da supporto ai singoli estratti. Makai resta fedele alla tematica del disco dall’inizio alla fine: la sua capacità d’indagine introspettiva emerge in ogni singola canzone, segnando concretamente percorsi su mappe concettuali attraverso ricordi, panorami e immagini. È un artista all’altezza dei suoi colleghi e da cui c’è molto da aspettarsi in futuro, che sa dare forma alle sue influenze in maniera inedita e che sa fare dei suoi stati d’animo la prima fonte d’ispirazione. La nostalgia alternata alla spensieratezza, la leggerezza dei testi inserita in una dimensione sonora profondissima, l’ambivalenza del pop con la techno, fanno di “The Comfort Zone” un album sofisticato che merita a pieno gli anni che sono serviti alla sua produzione.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 157

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 346

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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