The National e Franz Ferdinand: l’alternative rock conquista il Milano Rocks 2018. 0 280

Dopo l’autentico bagno di folla ­­– e non solo ­– che ha accompagnato l’esibizione degli Imagine Dragons (supportati da Maneskin e The Vaccines) in occasione della prima delle tre giornate dedicate al Milano Rocks 2018, lo scorso venerdì 7 settembre è toccato a due delle più rilevanti band indie rock degli ultimi 15 anni esibirsi sul palco dell’Open Air Theatre di Rho: i The National e i Franz Ferdinand. Due band certamente diverse tra loro, ma comunque in grado di attirare tipologie simili di pubblico.

Headliners di quella che si potrebbe definire la serata più “alternative” delle tre, i gruppi capitanati dai carismatici Matt Berninger e Alex Kapranos hanno saputo regalare più di due ore di ottima musica e grande intrattenimento (non prima di una gradevole apertura affidata al cantautorato rock di Mèsa e alla new wave degli Stella Maris).

Ad aprire le danze sono stati i cinque ragazzi di Glasgow, ritornati di recente alla ribalta dopo una lunga pausa grazie al loro “Always Ascending”. Schitarrate funky, riff energici e ritmiche dance a definire l’ormai caratteristico sound scanzonato del gruppo scozzese, che si è presentato al pubblico con due cavalli di battaglia: “Do You Want To?” e “The Dark of the Matinée” (ripescati rispettivamente dal secondo e dal primo album). Oltre all’inevitabile spazio lasciato ad alcuni brani del nuovo disco (tra cui la title track), non sono mancate vecchie hits del calibro di “Walk Away” e “No You Boys”. Ma a calamitare l’attenzione del pubblico è stata senz’altro la prestazione offerta dallo scatenato frontman Alex Kapranos che, ogni qual volta si svincolava dalla sua fida Telecaster, dava dimostrazione di tutta la sua presenza scenica saltando, ballando e coinvolgendo il pubblico. Un autentico animale da palcoscenico. Il trascinante epilogo è stato affidato alle ballabilissime “Take Me Out” (probabilmente il brano più rappresentativo della band) e “This Fire”. Ed è proprio con “questo fuoco” di energia e spensieratezza che i Franz Ferdinand hanno incendiato il palco del Milano Rocks 2018, scaldando alla grande il pubblico in attesa della portata principale della serata.

I Franz Ferdinand al Milano Rocks 2018. Foto di Francesco Prandoni

Setlist (Franz Ferdinand):

  1. Do You Want To
  2. The Dark of the Matinée
  3. Glimpse of Love
  4. Always Ascending
  5. Walk Away
  6. No You Girls
  7. Lazy Boy
  8. Micheal
  9. Feel the Love Go
  10. Love Illumination
  11. Ulysses
  12. Take Me Out
  13. This Fire

Il tempo di un elaborato cambio palco (tanti gli strumenti da settare) ed ecco arrivare, tra il boato dei presenti, gli attesissimi The National. La band di Cincinnati, fresca vincitrice di un Grammy Award per l’ultimo acclamato lavoro, Sleep Well Beast, mancava dalle nostre parti da più di due anni. Tanto, troppo tempo. Ma Matt Berninger e soci hanno saputo farsi perdonare alla grande. È bastato farsi accarezzare dalle note del morbido giro di piano di “Nobody Else Will Be There” per ritrovarsi subito immersi nel crepuscolare e malinconico universo sonoro dei National, complice anche la calda e avvolgente voce baritonale di Berninger. Un universo nel quale da sempre convivono armoniosamente un’anima romantica e raffinata e un’altra più impetuosa e viscerale. L’inizio della scaletta sembrava quasi voler sottolineare questa perfetta dicotomia; all’iniziale ballata, infatti, ha fatto seguito la ben più sostenuta “The System Only Dreams in Total Darkness”. Impossibile non farsi trascinare dal travolgente ritornello, tanto che a fine canzone migliaia di voci si sono unite in un solo coro per intonarlo, quasi come si trattasse di un inno da stadio. A caratterizzare il resto della prima metà dello spettacolo sono stati una serie di brani più intimi e atmosferici, tra cui l’amata “I Need My Girl”. Sulle note di “Day I Die”, poi, è arrivata la consueta passeggiata in mezzo al pubblico di Berniger, mentre sul palco le affilate chitarre dei gemelli Dessner disegnavano riff taglienti come lame. C’è stato poi spazio per la dolcezza della romanticissima “Carin at the Liquor Store”, per la malinconia dell’inedita “Rylan”, per le ritmiche post-punk dell’iconica “Graceless”. Ciascuno di questi momenti immancabilmente intervallato da una bevuta di vino o da un tiro di sigaretta elettronica da parte di un Matt Berninger sempre più scatenato e sempre meno sobrio. Un frontman, Berninger, capace di incarnare alla perfezione l’ambivalente identità musicale della propria band: elegante e sofisticato all’apparenza, ma con un vero spirito da rocker a guidarlo dall’interno. La politica di “Fake Empire” e il deflagrante rock delle catartiche “Mr. November” e “Terrible Love” hanno accompagnato lo spettacolo verso la sua emozionante conclusione, affidata all’epifanica “Vanderlyle Crybaby Geeks” che, come da tradizione, è stata lasciata alle voci dei fans, mentre la band accompagnava in acustico e Matt Berninger si improvvisava singolare direttore d’orchestra.

Un degno epilogo per un concerto che ha saputo regalare al pubblico milanese due band in grandissimo spolvero: una piacevolmente riscoperta dopo anni passati nel dimenticatoio, l’altra probabilmente all’apice della propria già rimarchevole carriera.

Matt Berninger, cantante dei National, al Milano Rocks 2018. Foto di Francesco Prandoni.

Setlist (The National):

  1. Nobody Else Will Be There
  2. The System Only Dreams in Total Darkness
  3. Don’t Swallow the Cap
  4. Walk it Back
  5. Guilty Party
  6. Bloodbuzz Ohio
  7. I Need My Girl
  8. Slow Show
  9. Light Years
  10. Day I Die
  11. Carin at the Liquor Store
  12. Graceless
  13. Rylan
  14. Fake Empire
  15. November
  16. Terrible Love
  17. About Today

Encore: Vanderlyle Crybaby Geeks.

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Un bicchiere di Corochinato con gli Ex-Otago 0 76

Per chi non se ne fosse ancora accorto, l’indie italiano è entrato da svariati anni nel salotto buono della musica mainstream e ci sta bello comodo. Quindi non fa molto strano che l’uscita del sesto album in studio degli Ex-Otago, Corochinato – ovvero il nome di un tipico vino aromatizzato di Genova – abbia coinciso con la partecipazione a Sanremo, con il singolo Solo una Canzone.

Continuando un percorso già partito con il precedente disco Marassi, gli Ex-Otago hanno imbracciato a pieno la filosofia del mischiare le sonorità indie con un’anima pop contemporanea. A dirla tutta i germi di questo mix sono stati presenti fin dagli esordi, ma in questi ultimi lavori la cosa si è fatta quanto mai evidente. Corochinato è un po’ così: pop nel vestito e indie nell’anima. Dieci tracce che non superano mai la lunghezza aurea dei 3 minuti, testi ben scritti, nessuno strumento che primeggia ma un insieme ben amalgamato. Per usare le parole del chitarrista Francesco Bacciun calderone di tutti questi possibili episodi di una comunissima vita notturna”.

Ex-Otago Corochinato Blunote Music recensione
La copertina di Corochinato, il nuovo disco degli Ex-Otago

Partiamo con la pimpante Forse è vero il contrario. Quel synth e quel charleston in sedicesimi ci porta un po’ negli anni ’80, ma quasi non ce ne accorgiamo perché negli ultimi tempi si sono sentiti parecchio. Se mai Bugo e i Thegiornalisti dovessero fare pace e una canzone insieme, me la immagino così.

Bambini gioca con la malinconia e ci sguazza tranquillamente, come l’emblematica ripetizione di “voglio ritornare bambino” suggerisce senza mezzi termini. Un lieve crescendo ci porta in un ritmo certamente estivo, ma più da fine agosto, mentre il sole cala sempre più presto e l’aria si fa freschina.  

È la volta della passabile ma non indimenticabile Torniamo a casa. Nascosta sotto un beat pop che fa moltissimo Chainsmokers, con tastiere e battiti di mani annessi, troviamo una timida chitarra, che mescola un po’ le carte. 

In Questa notte si abbandona la via del pop propriamente detto, preferendo il vecchio sentiero dell’indie a cui ci avevano abituati soprattutto nei primi lavori. Il giro di accordi della chitarra acustica, il piano che marca i quarti e il groove semplice della batteria danno vita a una classica ballad ‘calcuttiana’.

Con Tutto bene si inverte la rotta e si torna sul dancefloor. Il ritmo spinge mentre un po’ ironicamente si fa il ritratto del giovane facoltoso, vegano, ottimista che fa la bella vita a suon di elettronica e prosecco. Combatti il “nemico” con le sue stesse armi insomma.

La stessa filosofia segue Solo una canzone:parte con un duetto piano e voce, fino a crescere e arrivare a un ritornello a effetto, da cantare ondeggiando. Avrebbe tutti gli elementi per essere una tipica canzone sanremese, se non fosse per la critica mica troppo velata alle solite canzoni sugli amori giovani e travolgenti.

In Le macchine che passano abbiamo diversi elementi che ben si bilanciano tra di loro: unritmo in shuffle, pochi accordi in levare, un arpeggio ostinato, qualche scratch e un quasi assolo. Nell’economia del disco si infila bene portando un po’ di freschezza.

Personalmente La notte chiama è la traccia che preferisco. Un piano e delle percussioni dal gusto un po’ latin mettono in piedi un bel ritmo danzereccio. Al contrario, il testo è un omaggio alla serata del giovane pantofolaio che preferisce il piumino di casa alla vodka della discoteca. Il dubbio rimane: si balla o si dorme? La risposta è nelle righe: ballare in cucina armati di vestaglia, mentre il cane abbaia come a dire “ma questo è scemo?”.

Ex-Otago Corochinato recensione BlunoteMusic

Infinito cerca di trasmette quel senso di spiazzamento che può prenderci inaspettatamente in ogni momento, mentre si guarda un film, osservando gli occhi di un nonno oppure girando dentro a un bar. Un bello in una malinconia consapevole.

Con Tu non mi parli più si finisce un po’ come si era iniziato: atmosfera di fine estate, tardo pomeriggio che tende al tramonto, viaggio in macchina e una base musicale rilassata. Una voce abbastanza spinta che grida le sofferenze di un amore rifiutato si alterna a un parlato che non riesce a non farmi pensare alla celebre telefonata nel finale di Servi della Gleba di Elio e le Storie Tese.

Corochinato si rivela essere un disco solido e ben costruito, con dei testi interessante e una capacità non indifferente di far emozionare. A livello musicale non bisogna aspettarsi grossi virtuosismi o trovate spiazzanti e innovative. Certo, ogni tanto capita di dire “ah, ma questa cosa l’ho già sentita”, però si fa fatica a non lasciarsi prendere. Insomma, gli Ex-Otago sanno cosa vogliono fare e lo fanno bene.

Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 125

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

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