The Place, il nuovo film di Genovese vince ma non convince 0 738

The Place è come una bella ed elegante confezione, che nasconde un contenuto molto meno sofisticato di quanto potrebbe sembrare.

Sta seduto lì giorno e notte, con la sua agenda in pelle poggiata sul tavolino. Riceve persone di ogni tipo, che vengono da lui per chiedere dei favori – se non proprio dei veri miracoli, come fossero postulanti in pellegrinaggio. E il prezzo da pagare, in cambio, può essere estremamente alto.

Ispirato grandemente alla serie televisiva The Booth at the end, il film del regista Paolo Genovese (già noto grazie al simpatico “Perfetti sconosciuti”) si svolge interamente in un piccolo risto-bar dall’insegna al neon rossa (in puro stile tavola calda statunitense anni ’50 – come una specie di versione italianizzata del Nighthawks di Edward Hopper). Attraverso le vetrate, grazie alle inquadrature stilisticamente impeccabili, facciamo la conoscenza di un misterioso individuo senza nome (interpretato da Valerio Mastandrea), di cui non sappiamo quasi nulla… al di fuori del fatto che, per esaudire le richieste delle persone che si rivolgono a lui, impone condizioni al limite del grottesco e della morale comune. Senza nessuna costrizione, se non quella dell’esigenza. Una volta accettato l’accordo le alternative sono due: completare l’opera e ottenere ciò che si vuole, oppure tirarsi indietro senza ripercussioni, salvo il mancato avverarsi della propria richiesta.

Attraverso le storie dei vari personaggi si dipana la matassa della trama, che fino alla fine non rivela mai nulla di decisivo sull’uomo misterioso con l’agenda – il quale, come un ragno tessitore, mette in connessione le storie dei suoi “adepti” (in maniera, tuttavia, non sempre conclusiva o perfettamente consapevole).

Valerio Mastandrea in una scena del film

Complessivamente, abbiamo a che fare con una serie di persone fortemente eterogenea. In uno scenario quasi teatrale, le dramatis personae coinvolte, ad ognuna delle quali è affidato un compito bizzarro, sono: la vecchia signora (Giulia Lazzarini, recentemente coinvolta da Nanni Moretti in Mia madre, che le è valso un David di Donatello); il padre (il bravissimo Vinicio Marchioni, meglio conosciuto per il suo ruolo de Il Freddo in Romanzo Criminale); il cieco (Alessandro Borghi, l’Aureliano “Numero 8” Adami di Suburra); lo sbirro (Marco Giallini, che qui riprende fondamentalmente il ruolo che aveva in A.C.A.B, cioè il poliziotto che mena spesso le mani e ha un rapporto problematico con il figlio); il meccanico (Rocco Papaleo, che non ha bisogno di presentazioni); la suora (Alba Rohrwacher, attrice giovane ma che ha già vinto un numero cospicuo di premi e recitato al fianco di grandi registi come Avati e Garrone, alla sua seconda collaborazione con Genovese); la moglie (Vittoria Puccini, fortunatamente evolutasi dopo Elisa di Rivombrosa); la svampita (Silvia D’Amico, apparsa nella serie I delitti del BarLume); il tossico (Silvio Muccino, andato pure oltre l’irritante caratterizzazione de L’ultimo bacio ma sempre con un’insopportabile espressione sorniona), che in effetti si inserisce alquanto per caso nella storia per aiutare la propria ragazza; infine, sullo sfondo, ad assistere a questo carosello di bizzarra umanità, la cameriera (una discreta Sabrina Ferilli).

Ognuno di loro ha bisogno di qualcosa. Può essere il tentativo estremo di salvare un proprio congiunto (il marito malato di Alzheimer della Lazzarini e il figlio affetto da leucemia di Marchioni), la disperata ricerca di una soluzione ad un problema personale (la cecità di Borghi, la perdita di fede della Rohrwacher, ritrovare i soldi di una rapina in cui è coinvolto il figlio di Giallini) oppure il più banale bisogno di appagare il proprio ego (il desiderio di Papaleo di passare una notte infuocata con una modella, la voglia di riconquistare il marito ormai assente della Puccini o la semplice vanità della D’Amico).

Ad ognuno di essi viene chiesto di andare oltre i propri limiti, con dei compiti più o meno accettabili a seconda dell’indole di chi deve eseguire. La vecchia signora deve fabbricare una bomba per fare una strage. La suora deve rimanere incinta. Il meccanico deve proteggere una bambina per alcune settimane da un pericolo imminente – rappresentato dal padre del bambino leucemico, il quale deve assassinare quella stessa bambina per salvare il piccolo. Il ragazzo cieco deve violentare una donna. La moglie deve provocare a tutti i costi la rottura di una coppia. La ragazza che vuol diventare più bella deve compiere una rapina, in cui verrà successivamente aiutata dal piccolo criminale che frequenta. Il poliziotto deve prima pestare a sangue una persona scelta a caso e poi, in forza di un nuovo accordo, insabbiare una denuncia di violenza domestica.

Alcuni personaggi sono più reticenti di altri, ed accettano solo perché costretti dalla contingenza del caso. Altri sono più accomodanti, vuoi per una scala di valori non proprio esemplare o perché vedono il loro compito come qualcosa di epico (è il caso del personaggio di Papaleo – a parer mio eroe morale del film, anche solo per il fatto che era il più divertente e tenero di tutti – che alla fine trasforma il suo compito in una vera e propria missione, uno scopo di vita).

Alla fine, comunque, tutti (o quasi) i nodi verranno al pettine. E nel mentre la procace cameriera, tentando un timido e crescente flirt con il personaggio di Mastandrea, mina pian piano la corazza di indifferenza e noncurante cinismo dell’uomo che, per sua stessa ammissione, non è un mostro ma “dà da mangiare ai mostri”.

La trama è indubbiamente intrigante, il film è girato bene, gli attori sono tutti molto bravi – alcuni più di altri, a dire la verità – e il ritmo, seppur non proprio dinamico, scorre abbastanza bene.

Ma in effetti, The Place mi è piaciuto?

… diciamo .

Ora, Genovese è un bravissimo regista. I movimenti di macchina sono stupendi, le inquadrature davvero belle, la fotografia (sempre per il discorso della somiglianza del posto al Nighthawks di Hopper) ha un che di nostalgico nelle atmosfere.

Ma a dirla tutta questo film, se dovessi usare un solo aggettivo, mi è sembrato inconsistente.

Ok, c’è una riflessione morale di fondo abbastanza stimolante (forse strizza un po’ troppo l’occhio alla questione dell’etica e delle scelte giuste piuttosto che quelle sbagliate, anche se i personaggi non sempre fanno la cosa più corretta). Uno dei momenti più belli è stato effettivamente il dialogo che Mastandrea e la vecchia signora hanno verso la fine (nella mia testa facevo follemente il tifo per l’affabile vecchina) e ho apprezzato molto che un paio di cose non siano andate effettivamente come mi aspettavo (vedesi la conclusione della storyline della Puccini, che mi ha in effetti sorpreso). Mostrare il fatto che ci siano persone disposte a prestarsi ad azioni deprecabili è un meccanismo narrativo interessante, anche perché non è il primo esempio.

Paolo Genovese, il regista del film

Per il resto, almeno per quanto mi riguarda, alcuni “colpi di scena” erano in effetti più che prevedibili, specialmente per gli incastri delle varie storie. Anzi, alcuni non portavano davvero da qualche parte, ma sembravano messi lì in maniera casuale per sfruttare l’effetto sorpresa. E il finale (non faccio spoiler ma… sul serio, film? Sul serio?) mi ha fatto incazzare. Poteva finire in altri modi, molto più interessanti e coerenti, e invece no. Hanno scelto una soluzione veramente campata per aria, così come per alcune conclusioni delle varie trame, alcune un po’ deludenti e addirittura autocontraddittorie in relazione al filo conduttore della pellicola – cioè che ogni scelta porta a delle conseguenze, sulla scia del terzo principio della dinamica per cui “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”.

In conclusione, The Place è come una bella ed elegante confezione, che nasconde un contenuto molto meno sofisticato di quanto potrebbe sembrare. Non male, indubbiamente, ma non così memorabile.

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‘Biciclette Rubate’: Diego Esposito disegna una nuova frontiera per il cantautorato 0 268

Un vero artista scrive solo quando sente la necessità di dire qualcosa. Che poi fondamentalmente quando hai qualcosa da dire le parole escono da sole, non chiedono permesso, non aspettano che tu le spinga fuori. È così che nasce Biciclette Rubate, il nuovo disco di Diego Esposito – cantautore toscano di origini campane classe 1986 – uscito il 22 marzo e pubblicato da iCompany/luovo e prodotto da Riccardo “Deepa” Di Paola. La necessità di dire, di raccontare e di raccontarsi; la necessità di dare forma e sostanza, di reificare i contorni di quello che uno ha dentro. Ecco, questo disco è una necessità. Diego dice che questo disco nasce dal senso di smarrimento provato a un certo punto della sua carriera artistica e l’immagine – che poi è un’ipotiposi per la qualità della descrizione – che ci dà è quella delle biciclette rubate “che da un momento all’altro si ritrovano in un posto differente rispetto a quello dove erano state parcheggiate qualche attimo prima”. Questo secondo lui è frutto delle scelte che facciamo, che ci portano a prendere una strada al posto di un’altra: quindi, secondo il principio caro ai latini dell’homo faber ipsius fortunae, ognuno si crea da sé il proprio destino e dunque non possiamo dire che ciò che ci capita sia colpa del destino ma colpa nostra. La sua breve ma intensa carriera l’ha già portato in giro per il mondo, toccando città come Pechino (nella quale è stato in veste di rappresentante del cantautorato italiano per l’ambasciata italiana). Nel 2018 è salito sul palco del concerto del primo maggio in piazza San Giovanni a Roma. Nel suo curriculum annovera – oltre alla partecipazione a XFactor – la vittoria di due edizioni del concorso Area Sanremo e un disco, È più Comodo se Dormi da Me, prodotto da Zibba. L’uscita di quest’ultimo disco è anticipata dal lancio dei singoli Le Canzoni Tristi, Diego e L’amore Cos’è.

Diego Esposito Biciclette Rubate Recensione Blunote Music

Il disco si apre con un omaggio a un grandissimo artista: Stefano Bollani. Questo pezzo – che s’intitola appunto Bollani – è il racconto di un viaggio, mentale e fisico. C’è il suono leggero di una chitarra, accompagnata da un piano morbido e da voci e suoni distorti in sottofondo. È il racconto di un viaggio che Diego ha fatto a Mauritius, e di un episodio nello specifico da cui poi è nata la canzone: “Era il giorno del Pongal – Makara Samkranti (giorno di festa celebrato in tutta l’India in onore del raccolto invernale) c’era un fiume di gente che camminava in senso opposto al mio per andare al tempio sul mare per rendere omaggio agli dei, io non ricordo dove stessi andando, ma in quel momento mi sono sentito in contromano”. C’è chi viaggia in direzione ostinata e contraria, perché ha scelto di farlo, perché le sue scelte l’hanno portato sull’altro lato della strada.

Un bell’arpeggio introduce il secondo brano, Voglio Stare con Te. È una canzone che nasce da un pensiero fisso, un motivo ricorrente e l’icasticità di chi sa che scrivere vuol dire tracciare i contorni di un disegno perfetto. Questa capacità nella scrittura abbinata a una vocalità pulita e riconoscibile fanno di Diego il modello del cantautore moderno: canzoni scritte di getto, magari dopo una serata passata sul tetto di un hotel delle isole Tremiti, prive di sovrastrutture.

Biciclette Rubate è il brano che dà il titolo al disco. È un pezzo scritto per un amore appena nato, che ti brucia e come sostiene Diego: “ti rende libero come una bicicletta, anzi come una bicicletta rubata che rompe la routine degli stessi percorsi e si lascia trasportare alla ricerca di nuovi orizzonti e percorsi da affrontare”. L’intensità cresce secondo dopo secondo fino al ritornello che ti entra in testa e non esce più.

Un leggero graffio nella voce accresce la carica emozionale del quarto pezzo: La casa di Margò. Lei non esiste, così come la sua casa, sono due modelli ideali, due rifugi: Margò è un’imago, un’entità incorruttibile e indefettibile; la sua casa è l’ultima Thule, il posto in cui rimettere tutto, dal quale lasciare fuori tutte le brutture della vita. Chissà magari un giorno ci troveremo tutti a casa di Margò per un caffè, sempre che lei non sia veneta, in quel caso ci ritroveremo lì per uno Spritz!

Il quinto brano Solo Quando sei Ubriaca nasce da un abbozzo di Zibba (all’anagrafe Sergio Vallarino) – produttore del suo primo album e, soprattutto, grandissimo cantautore – che, in un freddo pomeriggio di lavoro in studio, propone a Diego il ritornello della canzone. È la storia di un amore non corrisposto, di una liaison dangereuse dal quale lui non riesce a smarcarsi: lei lo chiama solo quando è ubriaca e lui puntualmente corre da lei, cosciente di essere soltanto un ripiego. L’elettronica colora un po’ il pezzo la cui produzione è affidata a Simone Sproccati.

L’estate è la stagione degli amori fatui che si spengono come i fuochi dei falò sotto i colpi dei temporali nei giorni di fine agosto. Le Canzoni Tristi racconta di un amore effimero, finito prima del previsto, che ti lascia l’amaro in bocca per ciò che sarebbe potuto essere, ma non è stato. Quando qualcosa finisce c’è sempre la consapevolezza che possa essere comunque l’inizio di qualcos’altro, parafrasando il titolo di quel meraviglioso libro di Tiziano Terzani. Degno di nota l’assolo che accompagna il pezzo alla fine.

La settima traccia non è autoreferenziale: Diego è una canzone che nasce da un conflitto interiore – come sostiene lui stesso –ed è dedicata a tutte quelle persone che non si accettano e hanno perso la stima in se stesse. Diego è quasi una figura astratta, la personificazione della disistima e del conflitto interiore; io sono Diego, tu sei Diego, tutti sono Diego.

L’interrogativo degli interrogativi: L’amore Cos’è? Ogni risposta potrebbe risultare inopportuna, o quantomeno banale e si tratterebbe comunque di una visione soggettiva. Se l’amore fosse oggettivo, sarebbe convenzionale e dunque facilmente definibile, ma ovviamente non è così. “Ma l’amore cos’è? È che non riesco a fare a meno di te”. Questa è una risposta sincera.

Marina di Pisa è un pezzo dall’anima elettronica. Parla di una vacanza in questa località toscana tanto cara a D’Annunzio. Non ci sarà il mare dei Caraibi ma è un posto che ha tante storie da raccontare e le immagini cui si affida lo descrivono perfettamente: Marina di Pisa è un ultras del Foggia, è un viaggio culinario, un posto in cui ti fermi a pensare a tutto quello che è stato e provare ad immaginare ciò che sarà, magari davanti alla “polpette di tua madre”.

Il pezzo che chiude il disco si chiama Le viole. È un pezzo dall’atmosfera intimista, c’è il piano che accompagna la voce e rende il tutto più magico. Rappresenta il mondo e l’idea di musica di questo grande artista: l’attenzione per i dettagli e l’importanza di lasciare che le emozioni impresse in ogni testo, in ogni parola, suono e nota escano spontanei, senza artifici che ne possano corrompere la purezza.

A tutti quelli che hanno decretato “ufficialmente” la morte del cantautorato mi viene da rispondere soltanto “Diego Esposito“.

TARM, Colle der Fomento e Cor Veleno all’Uno Maggio Taranto 0 264

È quanto si apprende dalla conferenza stampa tenutasi stamattina alle ore 11 preso la Casa del Cinema di Roma dal Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, organizzatori del concerto dell’uno maggio a Taranto.

All’interno della conferenza è stato illustrato il documento politico sul quale si fonderà, come ogni anno, l’intera giornata.
«Dal 2 maggio dello scorso anno non ci siamo mai fermati, e anche questa volta siamo pronti a ritrovarci l’Uno Maggio a Taranto, per ribadire il nostro si ai diritti e no ai ricatti. Nel quadro politico peggiore che potessimo prevedere, dominato dall’intolleranza e dall’istigazione all’odio, alle divisioni rispondiamo con l’unione, all’ignoranza rispondiamo con la conoscenza, all’intolleranza rispondiamo con l’accoglienza» ha spiegato Michele Riondino, coordinato in conferenza da Roy Paci e Diodato.

Tra gli artisti confermati ci saranno i Colle der Fomento e i Cor Veleno, pilastri del rap italiano da poco reduci dal rilascio di due dischi che hanno già fatto la storia. Oltre questi, saranno presenti anche Max Gazzè, Malika Ayane, Dimartino, i Tre Allegri Ragazzi Morti, i Sick Tamburo, Mama Marjas con Don Ciccio, Andrea Laszlo de Simone, Terraross, Maria Antonietta, Ciro Tuzzi, Bobo Rondelli, Bugo, l’Istituto Italiano di Cumbia e The Winstons.

Non tutti gli artisti sono però stati svelati in conferenza stampa, con gli organizzatori che hanno voluto tenere segreti ancora per un po’ i nomi più caldi che calcheranno il palco diventato ormai da anni simbolo di lotta in tutto il Sud Italia.

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