The Place, il nuovo film di Genovese vince ma non convince 0 649

The Place è come una bella ed elegante confezione, che nasconde un contenuto molto meno sofisticato di quanto potrebbe sembrare.

Sta seduto lì giorno e notte, con la sua agenda in pelle poggiata sul tavolino. Riceve persone di ogni tipo, che vengono da lui per chiedere dei favori – se non proprio dei veri miracoli, come fossero postulanti in pellegrinaggio. E il prezzo da pagare, in cambio, può essere estremamente alto.

Ispirato grandemente alla serie televisiva The Booth at the end, il film del regista Paolo Genovese (già noto grazie al simpatico “Perfetti sconosciuti”) si svolge interamente in un piccolo risto-bar dall’insegna al neon rossa (in puro stile tavola calda statunitense anni ’50 – come una specie di versione italianizzata del Nighthawks di Edward Hopper). Attraverso le vetrate, grazie alle inquadrature stilisticamente impeccabili, facciamo la conoscenza di un misterioso individuo senza nome (interpretato da Valerio Mastandrea), di cui non sappiamo quasi nulla… al di fuori del fatto che, per esaudire le richieste delle persone che si rivolgono a lui, impone condizioni al limite del grottesco e della morale comune. Senza nessuna costrizione, se non quella dell’esigenza. Una volta accettato l’accordo le alternative sono due: completare l’opera e ottenere ciò che si vuole, oppure tirarsi indietro senza ripercussioni, salvo il mancato avverarsi della propria richiesta.

Attraverso le storie dei vari personaggi si dipana la matassa della trama, che fino alla fine non rivela mai nulla di decisivo sull’uomo misterioso con l’agenda – il quale, come un ragno tessitore, mette in connessione le storie dei suoi “adepti” (in maniera, tuttavia, non sempre conclusiva o perfettamente consapevole).

Valerio Mastandrea in una scena del film

Complessivamente, abbiamo a che fare con una serie di persone fortemente eterogenea. In uno scenario quasi teatrale, le dramatis personae coinvolte, ad ognuna delle quali è affidato un compito bizzarro, sono: la vecchia signora (Giulia Lazzarini, recentemente coinvolta da Nanni Moretti in Mia madre, che le è valso un David di Donatello); il padre (il bravissimo Vinicio Marchioni, meglio conosciuto per il suo ruolo de Il Freddo in Romanzo Criminale); il cieco (Alessandro Borghi, l’Aureliano “Numero 8” Adami di Suburra); lo sbirro (Marco Giallini, che qui riprende fondamentalmente il ruolo che aveva in A.C.A.B, cioè il poliziotto che mena spesso le mani e ha un rapporto problematico con il figlio); il meccanico (Rocco Papaleo, che non ha bisogno di presentazioni); la suora (Alba Rohrwacher, attrice giovane ma che ha già vinto un numero cospicuo di premi e recitato al fianco di grandi registi come Avati e Garrone, alla sua seconda collaborazione con Genovese); la moglie (Vittoria Puccini, fortunatamente evolutasi dopo Elisa di Rivombrosa); la svampita (Silvia D’Amico, apparsa nella serie I delitti del BarLume); il tossico (Silvio Muccino, andato pure oltre l’irritante caratterizzazione de L’ultimo bacio ma sempre con un’insopportabile espressione sorniona), che in effetti si inserisce alquanto per caso nella storia per aiutare la propria ragazza; infine, sullo sfondo, ad assistere a questo carosello di bizzarra umanità, la cameriera (una discreta Sabrina Ferilli).

Ognuno di loro ha bisogno di qualcosa. Può essere il tentativo estremo di salvare un proprio congiunto (il marito malato di Alzheimer della Lazzarini e il figlio affetto da leucemia di Marchioni), la disperata ricerca di una soluzione ad un problema personale (la cecità di Borghi, la perdita di fede della Rohrwacher, ritrovare i soldi di una rapina in cui è coinvolto il figlio di Giallini) oppure il più banale bisogno di appagare il proprio ego (il desiderio di Papaleo di passare una notte infuocata con una modella, la voglia di riconquistare il marito ormai assente della Puccini o la semplice vanità della D’Amico).

Ad ognuno di essi viene chiesto di andare oltre i propri limiti, con dei compiti più o meno accettabili a seconda dell’indole di chi deve eseguire. La vecchia signora deve fabbricare una bomba per fare una strage. La suora deve rimanere incinta. Il meccanico deve proteggere una bambina per alcune settimane da un pericolo imminente – rappresentato dal padre del bambino leucemico, il quale deve assassinare quella stessa bambina per salvare il piccolo. Il ragazzo cieco deve violentare una donna. La moglie deve provocare a tutti i costi la rottura di una coppia. La ragazza che vuol diventare più bella deve compiere una rapina, in cui verrà successivamente aiutata dal piccolo criminale che frequenta. Il poliziotto deve prima pestare a sangue una persona scelta a caso e poi, in forza di un nuovo accordo, insabbiare una denuncia di violenza domestica.

Alcuni personaggi sono più reticenti di altri, ed accettano solo perché costretti dalla contingenza del caso. Altri sono più accomodanti, vuoi per una scala di valori non proprio esemplare o perché vedono il loro compito come qualcosa di epico (è il caso del personaggio di Papaleo – a parer mio eroe morale del film, anche solo per il fatto che era il più divertente e tenero di tutti – che alla fine trasforma il suo compito in una vera e propria missione, uno scopo di vita).

Alla fine, comunque, tutti (o quasi) i nodi verranno al pettine. E nel mentre la procace cameriera, tentando un timido e crescente flirt con il personaggio di Mastandrea, mina pian piano la corazza di indifferenza e noncurante cinismo dell’uomo che, per sua stessa ammissione, non è un mostro ma “dà da mangiare ai mostri”.

La trama è indubbiamente intrigante, il film è girato bene, gli attori sono tutti molto bravi – alcuni più di altri, a dire la verità – e il ritmo, seppur non proprio dinamico, scorre abbastanza bene.

Ma in effetti, The Place mi è piaciuto?

… diciamo .

Ora, Genovese è un bravissimo regista. I movimenti di macchina sono stupendi, le inquadrature davvero belle, la fotografia (sempre per il discorso della somiglianza del posto al Nighthawks di Hopper) ha un che di nostalgico nelle atmosfere.

Ma a dirla tutta questo film, se dovessi usare un solo aggettivo, mi è sembrato inconsistente.

Ok, c’è una riflessione morale di fondo abbastanza stimolante (forse strizza un po’ troppo l’occhio alla questione dell’etica e delle scelte giuste piuttosto che quelle sbagliate, anche se i personaggi non sempre fanno la cosa più corretta). Uno dei momenti più belli è stato effettivamente il dialogo che Mastandrea e la vecchia signora hanno verso la fine (nella mia testa facevo follemente il tifo per l’affabile vecchina) e ho apprezzato molto che un paio di cose non siano andate effettivamente come mi aspettavo (vedesi la conclusione della storyline della Puccini, che mi ha in effetti sorpreso). Mostrare il fatto che ci siano persone disposte a prestarsi ad azioni deprecabili è un meccanismo narrativo interessante, anche perché non è il primo esempio.

Paolo Genovese, il regista del film

Per il resto, almeno per quanto mi riguarda, alcuni “colpi di scena” erano in effetti più che prevedibili, specialmente per gli incastri delle varie storie. Anzi, alcuni non portavano davvero da qualche parte, ma sembravano messi lì in maniera casuale per sfruttare l’effetto sorpresa. E il finale (non faccio spoiler ma… sul serio, film? Sul serio?) mi ha fatto incazzare. Poteva finire in altri modi, molto più interessanti e coerenti, e invece no. Hanno scelto una soluzione veramente campata per aria, così come per alcune conclusioni delle varie trame, alcune un po’ deludenti e addirittura autocontraddittorie in relazione al filo conduttore della pellicola – cioè che ogni scelta porta a delle conseguenze, sulla scia del terzo principio della dinamica per cui “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”.

In conclusione, The Place è come una bella ed elegante confezione, che nasconde un contenuto molto meno sofisticato di quanto potrebbe sembrare. Non male, indubbiamente, ma non così memorabile.

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“Cornucopia”, l’intensità e l’originalità di Carmelo Pipitone nel suo primo disco solista 0 133

Il primo album da solista di Carmelo Pipitone – il chitarrista quello matto dei Marta sui Tubi, tanto per capirci – si chiama Cornucopia. E come in ogni cornucopia che si rispetti, ci sono molte cose diverse: c’è una chitarra acustica che fa il lavoro di 3 strumenti messi insieme, un’abbondanza di ritmi, un misto di leggerezza e inquietudine, un po’ di folk e un po’ di prog, arrangiamenti minimali e una voce grezza. Il tutto è condensato in otto brevi canzoni, che durano poco più di un paio di minuti.

Durante l’inattività dei Marta sui Tubi, non si può dire che Pipitone sia rimasto troppo fermo: nel 2017 ha pubblicato il secondo album con gli O. R. k, nel 2018 ha esordito con i Dunk insieme a Luca Ferrari dei Verdena e ai fratelli Giuradei, infine la sua attività live ha continuato senza troppe soste.

L’album si apre delicatamente con Talè, dove una voce sussurrata e la chitarra acustica duettano alternando strofe cantate tutte di un fiato e arpeggi ariosi. La sicilianità di Pipitone salta fuori dirompente già da subito con quel “talè”, voce del verbo “taliare” che significa “guarda!”.

Con Vertigini a occhi aperti l’atmosfera cambia repentinamente e si entra in un mondo dove a farla da padrone sono i suoni distorti sia della chitarra che della voce e un ritmo dispari molto interessante. Tutto ciò si abbina alla perfezione al racconto di una strada sporca – reale? Metaforica? Chi lo sa? – tra “rifiuti”, “merda” e “serpenti”. Non mancano i giochi di parole, tanto cari ai Marta sui Tubi.

Il potere continua sulla stessa linea della canzone precedente: un giro di chitarra insistente fa da sfondo a un elenco di cose brutte che possono succedere a chi ha il potere che “miete tutt’ora vittime, sottile filo spinato, dolce supplizio”. Insomma se avete bisogno di un po’ di ansia che fa riflettere, Pipitone ha tutto quello che serve.

In Come tutti il paragone con le sonorità de Il Pan del Diavolo, altra band siciliana, viene facile, forse proprio per la vicinanza geografica. Il testo, opera dello scrittore Alex Boschetti, gioca un ruolo principale. È meno criptico rispetto agli altri, ma ugualmente evocativo e toccante. Anche qui la chitarra sostiene perfettamente il mood della canzone, virando violentemente da suoni martellanti e distorti a sonorità più eteree.

L’acqua che hai ingoiato ricorda qualcosa di De Andrè, a cui si aggiunge quella vena prog che non ne vuole proprio sapere di annoiarti con un solo tempo dritto, ma ti lascia vagare da una strofa all’altra, tra un’atmosfera sognante e un ritmo ben scandito.

In Attentato a Dio salta subito all’orecchio il contrasto tra la voce cavernosa e aggressiva e una chitarra acustica per una volta più tranquilla. Allo stesso modo, da metà canzone il piano si fonde con una seconda voce molto distorta, accrescendo la tensione iniziale.

Meglio andare vede la voce di Lorenzo Esposito Fornasari, produttore del disco e cantante degli O.R.k., dare un po’ di quella varietà nelle linee vocali che forse manca nel resto delle canzoni. Le brevi incursioni del piano rendono l’ambiente cupo, quasi spaventoso.

Ma a risollevare i cuori ci pensa Sospeso, una traccia strumentale che sembra farti dimenticare, o almeno processare, tutta l’inquietudine precedente. Le chitarre con armonici e riverberi fanno rilassare e fluttuare chi ascolta, come il titolo stesso vuole suggerire.

Come per ogni album da solista, viene spontaneo chiedersi: “Ce n’era proprio bisogno?”. La risposta è sì, perché Pipitone è riuscito a trovare uno stile personale e convincente, mantenendo gli aspetti che lo avevano fatto apprezzare nei Marta sui Tubi e negli altri suoi progetti, su tutti l’abilità e la creatività chitarristiche. In sintesi, un disco strano, originale, intenso.

“L’Amore Mio Non More”, Il Muro del Canto tra Roma, resistenza e risveglio sociale 0 92

Quasi tutti influenziamo le nostre giornate con quel tono nostalgico, dicendo a noi stessi “quanto vorrei ritornare a quel periodo”, chiudendo gli occhi e immaginando per qualche istante cose che sono passate, con la consapevolezza che non ritorneranno più e con il sorriso di un’illusione che svanirà al prossimo battito di ciglia. “L’amore mio non more”, l’ultimo disco de Il Muro del Canto, è questo. Nostalgia, resistenza, volontà di un risveglio sociale e tempo. Quello che passa e porta con sé ogni cosa, dagli affetti alla nostra tanto amata giovinezza. Un album caldo, come la voce di Daniele Coccia, nostalgico con lo sguardo al Novecento e pieno di speranze.

La copertina del disco

Dal titolo dell’album si sarà intuito ma a me piace ripetere le cose cento volte, sbattere la testa mille volte e rompere i coglioni: dietro questo lavoro c’è soprattutto Roma, l’amore per la città, per la sua storia, per il cantautorato e poi per tutto il resto. Bisogna tenere sempre un pensiero alle proprie radici e allo stesso tempo uno sguardo a tutto il circondario. Un suono ruvido che fa pensare subito alla città eterna– non mi chiedete perché – accompagnato da sound vari, dal folk americano all’Irish, dalle sonorità western al reggae, allo SKA e ovviamente al popolare.

L’album, composto da 12 tracce, è stato anticipato da due singoli: “La vita è una” e “Reggime er Gioco”, e io sono ancora gasato, perché quando mi hanno assegnato questo lavoro non lo sapevo – anche se già avevo ascoltato le tracce – ma due dei miei attori preferiti hanno contribuito alla produzione e promozione dei due singoli. Marco Giallini e Vinicio Marchioni. (NEL VIDEO, non cantano).

Il primo singolo, La Vita è Una, racchiude l’essenza dell’album. La memoria, il tempo che passa, la ricerca di quella forza per affrontare il quotidiano, le scelte sbagliate e le scelte giuste che ci hanno portato a dover affrontare determinate cose. “Torneremo ancora bambini, saremo liberi e leggeri, saremo ancora tutti insieme, sempre più in alto sulle altalene…” Il secondo invece – Reggime Er Gioco –  che in ordine rappresenta la prima traccia dell’album, parla di Roma. E non poteva essere altrimenti, dato che gli elementi principali, quelli che hanno contribuito alla creazione del lavoro sono questi: la memoria, il tempo e soprattutto le radici.

Elementi che si ripetono per tutto il resto dell’album, come nella terza traccia, ne L’Amore Mio Non More, un brano che parla di una relazione finita e del male prodotto dalla perdita che viene ridotto al minimo, lasciando parte del vuoto al bene fatto e ricevuto, che non si esaurirà mai e resterà per sempre vivo. La stessa cosa accade nel brano Al Tempo Del Sole, nel racconto di una sfida tra amore e dolore, con parole accompagnate da un sound di folk che non smettono di dire: con il tempo tutto passa, pure sto gran dolore che pare così vivo ma lentamente more […] figurati sto amore che c’ha spezzato er core. Questo carattere nostalgico, malinconico e pieno di consapevolezza si riconferma in diverse tracce, attraverso “modi di comunicare” alternativi, come il valzer di Senza ‘na Stella, in Ponte Mollo – brano scritto da Lando Fiorini, rappresenta la canzone romana per eccellenza, la rappresentanza, il sentirsi parte di qualcosa – la canzone Novecento che riporta in vita le borgate romane e i tempi passati, o l’acustico Domani, un testo lento, diretto e pieno di consapevolezze, che mostra un mondo pieno di dolore e allo stesso tempo di speranza. Un inno alla libertà, dalla parte degli sfruttati, per un avvenire radioso e con dignità. Come la dignità persa dello sfruttato di Cella 33, il settimo brano del disco, una ferita viva, più che attuale e spesso ignorata dalla società civile.

Ogni società è macchiata da fatti, eventi di cronache, ingiustizie e ferite aperti a distanza di anni. Nel sesto brano, in Roma maledetta, un arpeggio accompagna il primo dei due monologhi di Alessandro Pieravanti. Vengono introdotti tutti questi fatti di cronaca nera che hanno accompagnato la storia di Roma, dall’ostilità tra Romolo e Remo al delitto Pasolini, passando per il dolore creato dalla Magliana e dalla vendetta lenta e dolorosa del Canaro. Un perseguitato che diventa persecutore. L’altro monologo, contenuto ne Il Tempo Perso, parla del quotidiano, con un’enfasi alla pari del discorso principale di The Big Kahuna, un film del 1999 diretto da John Swanbeck.

Siamo uomini medi che passano in media 26 anni a letto, eppure abbiamo sempre sonno, praticamente un terzo della nostra vita stesi, gli altri due in piedi o seduti, migliaia di anni evoluzione e non abbiamo trovato un’altra posizione. Passiamo 3840 ore a litigare, sono 160 giorni di rabbia l’un contro l’altro. Un anno intero a fare la spesa, persi tra scaffali mentre le stagioni passano, e i cassieri invecchiano. Ci laviamo per due anni interi consumando milioni di litri di acqua. Passiamo cinque anni al telefono tranne quando troviamo occupato, ma tanto poi richiamiamo sempre noi. Mangiamo per 2372 giorni consecutivi, ma abbiamo sempre fame, eppure per 6 anni e mezzo la mandibola non si ferma e ingurgitiamo talmente tanto cibo in una vita che servirebbe un piatto con la circonferenza del Grande Raccordo Anulare per contenerlo tutto. Passiamo 5 mesi interi a lamentarci ma ne conosco di gente che lo fa per molto più tempo. In media ridiamo per 115 giorni, io sicuramente molto meno. Lo studio dice che passiamo 20 settimane aspettando, ma poi aspettando che? e tutto questo tempo chi ce lo ridà? L’uomo in tutta la sua vita da solo o in compagnia ha un orgasmo che dura 9 ore e 18 secondi, la donna solo 1 ora e 24 minuti di piacere. Stiamo 11 anni davanti alla televisione, che sono 95.000 ore di tubo catodico, o cristalli liquidi, o plasma ma la sostanza non cambia, la maggior parte è sempre e comunque pubblicità o programmi scadenti. Altri 11 anni li passiamo a lavorare, 5 e mezzo chi fa part-time, ma li spezzettiamo con pause caffè, bagno, sigaretta, caffè, bagno, sigaretta a proposito passiamo 160 giorni a fumare. In tutto stiamo 6 mesi in fila, con le gambe che ci fanno male e il tempo che non passa mai o meglio che passa e non torna come i treni che se li perdi sono andati ma se li aspetti vuol dire che sono in ritardo, un ritardo accumulato di 653 ore, che dopo averlo aspettato così tanto mi passa la voglia di andare. E resto li alla stazione a leggere uno stupido studio di settore sulle abitudini dell’uomo in relazione al tempo, ho impiegato quasi tre minuti a raccontarvelo e ripenso a tutto quello che vi ho detto, il tempo ci sfugge, come un cappello che ci vola via dalla testa in una giornata di vento e lo rincorriamo cercando di afferrarlo restando ogni volta a mani vuote con l’illusione che al prossimo balzo sarà nostro.

E adesso mettete in play stoica, l’unico brano dell’album interamente in italiano, una ballad atmosferica, accompagnata dalla profonda voce del frontman, carica di speranza nonostante la sua malinconia.
Il cielo resta blu sopra le nuvole.

Illudetevi che tutto possa cambiare, perché tutto può cambiare.

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