Top of the troll: Oasis, TV e playback 0 621

Ci troviamo attualmente nel 2019, a diciannove anni dall’inizio del nuovo millennio, a ventotto dalla formazione degli Oasis ed esattamente a dieci dal loro scioglimento. Gli Oasis, quella band storica che ha mostrato e provato al mondo tante cose. Una, in particolare: l’orgoglio è un sentimento così forte che ci accompagnerà fino alla fine dei nostri giorni.

Una storia nota a tutti, piena di litigi, sguardi sospettosi, arroganza, “odio” in termini familiari, sportivi, musicali. Il gruppo nasce nel 1991 a Manchester, la loro città d’origine. Con oltre 70 milioni di copie vendute in tutti il mondo, 11 album pubblicati in studio e infinite liti miste a dissing con fan, artisti, gente comune e probabilmente anche animali, gli Oasis sono senza dubbio la band più nota del britpop insieme ai Blur, loro rivali – come i Rolling Stones per i Beatles, o viceversa: dipende da quale dei due fratelli sceglierete inizialmente per il vostro pokedex.

Noi non siamo arroganti. Pensiamo semplicemente di essere la miglior band al mondo.

(Noel Gallagher)

Di questa dichiarazione di Noel, una cosa è sicura: gli Oasis avevano dei principi e delle convinzioni. Non importava se fossero giuste o sbagliate, l’importante era conoscere la strada da percorrere; e sicuramente la suddetta dichiarazione avrà fatto conoscere molte ragazze ai due fratelli. Il “cattivo” affascina.
Anyway, oltre a queste ferme dichiarazioni e rotte ben definite, Liam e Noel hanno da sempre seguito un filone che li accomuna con molti artisti: la lotta contro il playback; la sovrapposizione di una registrazione precedente a una performance in corso.

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In primo piano, Noel Gallagher e la sua Gibson, in una puntata di Top of The Pops con gli Oasis.

Uno sforzo enorme

L’ultimo caso che vede nella stessa frase Gallagher e playback risale al 2015. Noel si trovava da Fabio Fazio per la trasmissione “Che Tempo Che Fa“. Lo show è stato definito dallo stesso Noel come “uno sforzo enorme”. Enorme, per molteplici motivi: dalle domande fatte in italiano e tradotte attraverso un auricolare, fino a quel “mostro” che è il playback. Uno sforzo considerevole, accompagnato da un lungo tweet post concerto e da un’indiretta discussione tra Fazio e Noel. Ma la circostanza più famosa risale ai tempi d’oro, durante l’era Oasis. Durante quello che definisco come Top of the troll.

Top of the troll

Ricordate Top of The Pops? In Italia ottenne uno scarso successo, anche se nella nostra mente persiste ancora il ricordo. Venne chiuso nel 2006 per scarsi risultati d’ascolto, ci furono diverse prove a partire dal 2010 ma durante la stagione 2011-2012 fu cancellato in partenza, a pochi giorni dalla prima puntata. In Inghilterra, Paese in cui nasce, ebbe invece un ottimo seguito: più di 2200 puntate fino al 2006. Grandi nomi solcarono il palco, da David Bowie ai Faith no More, dai Green Day fino, appunto, agli Oasis dei tempi d’oro. Gli Oasis dei tempi d’oro erano davvero dei bastardi, arroganti, pieni di sé e allo stesso tempo stupendi, carismatici, divertenti e pieni di creatività. Quella band era un paradosso e il loro scioglimento è stato una fortuna per loro e per quella formazione che, proprio per questo motivo, continua a sopravvivere astrattamente. Ma comunque…

1:47

Format del genere impongono per diverse necessità il playback. A volte può essere utile, ma è pur sempre una caduta di stile e un insulto a chi sta dietro lo schermo e soprattutto sotto il palco. Nella storia degli Oasis – come detto prima – a parte l’accadimento da Fabio Fazio, sono due gli episodi degni di nota: l’esecuzione in playback di Lyla e quella di Roll with it. Durante la prima, un Liam in piena forma, accompagnato da Noel con la sua classica Gibson rossa, esegue live il singolo di Don’t Believe the Truth, pubblicato nel 2005. Un orecchio disattento potrebbe non accorgersene ma un occhio attento si, perché arrivati al minuto “1:47”, alla frase “Heaven help you catch me if i fall”, Liam lascia il microfono prima del tempo – di proposito – e mmmagicamente continua a cantare.

Hate playback”

Tornando indietro nel tempo, precisamente nel 1995, avviene nella stessa trasmissione l’esecuzione di Roll with it in playback. È stata imposta; hanno imposto un’esecuzione in playback a una band che non vede l’ora di prendere per il culo la gente, scherzando e manifestando dissenso per ogni cosa. Per l’occasione, per divertire la gente, per prendere per il culo tutti, i due fratelli hanno deciso di scambiarsi i ruoli, gli occhiali, ogni cosa, ma senza proporre nulla. Al limite, uno spettacolo comico. Il Gallagher con la chitarra in mano non riproduceva alcun suono, mentre l’altro, con il solito sorriso bastardo, aveva appena capito d’aver scritto un pezzo di storia. La loro.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 285

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 481

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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