Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, è probabilmente il film migliore del 2017 0 1041

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, non è una critica scontata alla società di periferia rurale statunitense. Niente è scontato, a dir la verità. L’intreccio tra la trama e la realtà sociale rappresentata (le discriminazioni, l’accidia della polizia, i pregiudizi provinciali) procede fluido, regalandoci momenti di ilarità e commozione come pochi.

[SPOILER ALERT]

Martin McDonagh non è un regista prolifico – ha all’attivo solo tre lungometraggi, in ambito cinematografico, di cui ha firmato anche la sceneggiatura – ma è certo un regista di indubbia bravura. La sua ultima opera, Tre manifesti a Ebbing, Missouri, conferma quello che i precedenti In Bruges – La coscienza dell’assassino e 7 psicopatici avevano già mostrato: McDonagh mette in scena storie che, da premesse quasi banali, si rivelano assolutamente straordinarie.

Un giorno, nell’ufficio pubblicitario della cittadina rurale e sonnacchiosa di Ebbing, nel Missouri, il giovane impiegato Red Welby riceve la visita di Mildred Hayes. La donna vuole affittare per un anno tre vecchi cartelloni abbandonati in una strada che “nessuno farebbe, a meno che non si sia perso”, per affiggerci tre messaggi ben precisi diretti al capo sceriffo Bill Willoughby. I cartelloni non passeranno affatto inosservati. Scoperti per caso dall’agente Jason Dixon e portati all’attenzione dei media locali dalla stessa Mildred, quei semplici pannelli diventeranno un vero casus belli in città, nonché una sorta di arma silenziosa utilizzata dalla donna per fare guerra alle forze dell’ordine pigre e svogliate. A lettere cubitali, nere su sfondo rosso, viene messo in bella vista tutto il rancore di una madre che chiede giustizia per la propria figlia, Angela, una ragazzina violentata e bruciata viva da ignoti (caso per cui la polizia è inerte, più impegnata “a torturare persone di colore” che a lavorare).

I personaggi ci sono tutti, nella loro apparenza quasi stereotipata: Frances McDormand, moglie del regista Joel Coen, che interpreta la donna “dura come il marmo” (cit.) dalla lingua tagliente e con una storia travagliata; il bonario e saggio sceriffo padre di famiglia (Woody Harrelson); il poliziotto sgraziato, violento e ubriacone che vive ancora con “mammina” (Sam Rcokwell); il ragazzino impacciato preso di mira perché ritenuto effeminato; l’ex marito violento che si intrattiene in una relazione con una diciannovenne carina ma svampita; così come il cast di contorno, che affresca una città di personaggi dalla moralità variegata, spaziando dall’estrema generosità del “nano” (breve ma tenerissima interpretazione di Peter Dinklage, l’amato Tyrion Lannister di Game of Thrones) alla cattiveria borghese degli altri cittadini, come il dentista grasso o i ragazzini della scuola locale (i quali vengono ricompensati con un estremamente politically incorrect ma favoloso calcio nelle parti basse per aver buttato una bibita sul parabrezza della macchina della signora Hayes).

Nonostante l’impianto narrativo drammatico, che farebbe presupporre un’insostenibile visione, la pellicola è in realtà una black comedy. Si passa senza sforzo da situazioni leggere e umoristiche (le sparate di Mildred – che non si fa problemi ad apostrofare malamente chiunque, sacerdoti compresi – sono oro puro) a scene che artigliano il cuore. La lunga sequenza dove la voce fuori campo di Woody Harrelson legge la lettera che il suo personaggio ha scritto alla moglie poco prima di suicidarsi (per evitare a sé stesso e alla propria famiglia la sofferenza di una lunga ed inefficace chemioterapia) è straziante. Oppure, tra le altre, la scena in cui l’offerta di un bicchiere di succo d’arancia non è mai stata così carica di perdono e gentilezza verso la brutalità immotivata.

Così come non si può ignorare il viso segnato della McDormand, che interpreta egregiamente una madre dall’animo lacerato, che cerca giustizia e addirittura vendetta per una figlia della cui morte si sente responsabile. L’inquadratura della stanza di Angela e del poster di In Utero dei Nirvana alle pareti si amalgama perfettamente con il flashback in cui la madre rievoca il litigio avuto con la figlia il giorno dell’omicidio, culminato con uno scambio di battute che profeticamente annunciava la tragedia; In Utero, una beffa per rimarcare un rapporto parentale che non è stato in grado di impedire l’allontanamento, emotivo e non, di Angela – Mildred non è una “madre coraggio”, ma una donna che sente di aver fallito nel suo ruolo e, addossandosi la colpa di una morte tanto orrenda, cerca di porvi rimedio postumo. La stessa omonimia (voluta?) della ragazzina con il personaggio di Mena Suvari in American Beauty è peculiare: entrambe due adolescenti bionde e dall’apparenza trasgressiva, che vengono coinvolte da qualcosa di molto più grande di loro che piomba nel morboso. Solo che l’Angela di Tre Manifesti non è dipinta su di un letto di petali di rose rosse. L’unica traccia che resta di lei è un’ombra scura sull’erba, dove è stata arsa viva e dove Mildred cerca ostinatamente di lasciare un ricordo piantando dei fiori in vaso.

E come dimenticare anche quella che secondo me è l’altra colonna portante del film: Sam Rockwell, già Wild Bill ne Il Miglio Verde, protagonista della trasposizione cinematografica di Soffocare, romanzo di Chuck Palahniuk, apparso in tantissimi film di rilievo (Frost/Nixon, Guida galattica per autostoppisti, Confessioni di una mente pericolosa, etc.) e alla sua seconda collaborazione con McDonaugh dopo 7 psicopatici. Rockwell interpreta egregiamente un personaggio detestabile: un poliziotto pigro, perennemente sbronzo, dalla fisicità sgraziata, facile all’ira e con opinioni discutibili sui gay e sui neri. Eppure, nel corso della storia, affronta una crescita strabiliante. Dal suicidio del suo mentore (che gli lascia una lettera commovente sulla necessità di dover affrontare i lati inesplorati di sé stesso per diventare un vero poliziotto) alla sua ostinata ricerca dell’assassino di Angela, scopriamo un personaggio fragile, che si dibatte tra il tentativo di essere un uomo duro, nonostante sia ancora succube di “mammina”, e insicurezze che potrebbero addirittura suggerire una omosessualità latente e mai ammessa. Dixon viene introdotto come un uomo rabbioso, indolente e lento di comprendonio (lo ammetto, ho trovato esilarante il momento in cui lui, sentendo la musica con le cuffie, non si accorge del rogo della centrale di polizia mentre la missiva di Willoughby parla proprio della necessità di accorgersi di ciò che ci circonda); diventa infine una persona capace di chiedere scusa per i propri errori, che cerca di rimediare con metodi anche non ortodossi, pagando un prezzo alto, ma proiettato ormai verso uno scopo da perseguire in ogni modo possibile. Non posso che dire chapeau.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, non è una critica scontata alla società di periferia rurale statunitense. Niente è scontato, a dir la verità. L’intreccio tra la trama e la realtà sociale rappresentata (le discriminazioni, l’accidia della polizia, i pregiudizi provinciali) procede fluido, regalandoci momenti di ilarità e commozione come pochi. Anche la colonna sonora si alterna, passando dai ritmi flemmatici di melodie country alle sonorità grevi di opera e orchestra, sottolineando senza sforzo l’animo delle scene. Le inquadrature stupende mostrano paesaggi ormai topici, come le grandi distese erbose, le vecchie case in stile coloniale del sud del Midwest, lo scalcinato pub di provincia dalle luci soffuse – ambienti diventati quasi familiari dopo averli visti rappresentati anche in altre pellicole.

Alla fine, cosa resta? Tre manifesti non è un film “bacchettone”, non impacchetta una morale facile e prevedibile: ti lascia a riflettere, ad interiorizzare i 115 minuti di visione, a cercare risposte a ciò che non dà soluzioni univoche. La frase finale del film, detta da Mildred a Dixon durante un lungo viaggio in macchina verso l’Idaho, è più che esplicativa: “ci rifletteremo strada facendo”.

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“Il mondo secondo Marco” è il primo album di Marco Negri: una miscela di rock, pop, brit e nostalgia 0 192

Ognuno vede il mondo sotto la propria lente d’ingrandimento, e Marco Negri ha intenzione di raccontarci il suo punto di vista con il suo album d’esordio “Il mondo secondo Marco”, in arrivo il 25 settembre 2018. Quella di Marco sembra essere la storia di qualcuno che mai si sarebbe aspettato di arrivare dov’è ora, nella vita così come nel suo percorso musicale, e che guarda alle sue disavventure passate con disillusione mista a malinconica ironia. Dai natali nella pianura mantovana, Marco Negri approda nel 2012 a X-Factor, ottenendo una buona risposta dal pubblico, fin quando nel 2015 non conosce il produttore Carlo Cantini, con il quale lavora al suo primo album. “Il mondo secondo Marco” è stato anticipato dal singolo Doroty.

Ciò che colpisce di Marco Negri è la scrittura provocatoria e l’approccio a volte stanco, quasi pigro, nei confronti delle vicissitudini più o meno autobiografiche che si accinge a raccontare. Non ci si aspetti di trovarsi di fronte a testi di difficile comprensione: è proprio il suo essere essenziale, unito agli interventi elettronici del synth di Cantini, il pilastro principale dell’album. Pare che cammini come un funambolo su un filo sottile che è la sua rassegnazione, a volte esorcizzata, altre volte presa sul serio. In ogni caso, però, ciò che resta è sempre un retrogusto malinconico, anche dai pezzi più esplosivi, perché a suonare è quest’uomo di quasi quarant’anni, dall’espressione illeggibile, la barba incolta, e un’evidente passione/nostalgia per le atmosfere brit pop. Un mondo abbastanza eterogeneo, ma per il quale è impossibile non provare una certa simpatia. “Simpatia” nel senso di comprensione, perché alla fine dei conti Marco Negri è sincero, non si sente compiuto come molti artisti già all’inizio della loro carriera, non si comporta da star. Potrebbe essere quell’amico che ti dà un buon consiglio di sera al pub, quando la tua ragazza ti ha lasciato, e magari ti offre pure una birra.

Il disco si apre con un intro elettronica, che fa da sfondo a “Non è questo il male”, una canzone che parla del difficile rapporto tra genitore e figlio. Non si tratta di un brano alla Yusuf Cat Stevens, ma di una potente invettiva sull’incomunicabilità traghettata da ritmi elettronici anni ’80 di cui Garbo potrebbe andare fiero. Il pezzo, intermezzato da suoni monosillabici e voci di sottofondo di cui è difficile cogliere l’origine, si chiude con un verso riprodotto al contrario (sintomo che la vicenda raccontata appartiene con molta probabilità al passato dell’artista).
Prendi il sole” è una canzone dalla grande carica rock, che racconta le insicurezze di chi non si sente all’altezza di certe situazioni (nella fattispecie concreta, insieme alla sua “sirena” in spiaggia).
La traccia successiva è una delle migliori dell’album. “L’ultimo sole#2” è il racconto della fine di una estate colma di difficoltà e drammi esistenziali, in cui Marco confessa di tutte le volte in cui ha perseverato nel seguire i suoi sogni, malgrado sia spesso inciampato nelle incomprensioni di chi gli è stato vicino. “L’ultimo sole” può essere interpretato come l’ultimo tramonto estivo, o in generale, come l’ultima luce alla fine del giorno: in ogni caso, un momento in cui si traccia un bilancio dei propri fallimenti e delle proprie vittorie personali, con la fiducia inarrestabile che nonostante tutto, domani sarà un giorno diverso, e ci sarà un sole diverso. Una bella canzone, dalla struttura semplice ma efficace, che ricorda il sound di una qualsiasi canzone dei Negrita con un ritornello cantato alla Liam Gallagher, candidabile per essere il prossimo estratto.
Le chitarre elettriche annegano in “Da questo mare”, una ballata elettroacustica dal gusto malinconico e dolceamaro, che fa da spartiacque all’interno dell’album rompendo con la carica dei brani precedenti.
Segue un’altra breve intro a “Quella volta che”, un’ennesima canzone sulla scia delle aspettative deluse. Il gusto latino delle note si mischia ad un testo ricco di anafore, dall’alta fruibilità, dimostrando la spiccata versatilità di Marco Negri a chi, fino a qui, ha creduto che fosse un’artista un po’ “old fashioned”.
Cose che ho tradito” ne è un’altra conferma: un pezzo in cui raggae e pop si intrecciano, o meglio, si dividono lo spartito. La prima parte è infatti sicuramente caratterizzata dai suoni di oltreoceano (con una campionatura in background), mentre la seconda si avvicina molto di più alla maniera italiana di chiudere i brani con acuti e chitarre elettriche ostinate.
Alla numero otto arriva “Doroty”, la traccia tutta rock che ha anticipato l’album. Anche in questo caso, il testo è interpretabile in due modi: può trattarsi di una donna molto attraente di cui il protagonista è invaghito, ma che ha dietro di lei una fila di uomini pronti a possederla, e in confronto ai quali lui non si sente all’altezza (come chi soffre perché non può raggiungere un frutto che è cresciuto troppo in alto); d’altro canto, se si attribuisce un significato ai simboli disseminati nel testo (“Quanto son buie le tue galere”, “Parigi furbetta”, “Gioconda che stai lì a giocare”), allora la “mela” di cui Marco Negri parla potrebbe essere la “mela del peccato”, e Doroty potrebbe essere una prostituta.

Appeso al ramo non riesco a saltare / se la tua mela non posso comprare / c’è già quell’altro che sta lì a guardare / mi metto in fila, nient’altro da fare
Appeso al ramo ti lascio cadere / sei sempre quella ora lasciami andare / c’è già la fila di chi vuol comprare / la tua dolcezza che strega l’amore

Superstar!” è nostalgico quasi quanto un pezzo degli 883: una canzone da intonare in coro mentre ci si abbraccia, che parla di chi in passato ha vissuto da fenomeno ma che, come tutti, è stato vinto dalle abitudini del tempo e dalle necessità della vita. Sarebbe stata probabilmente la più adatta a chiudere il disco, ma Marco Negri ha deciso di cambiare registro anche con l’ultima traccia, “Te l’ho detto”, prima dell’outro finale. Si tratta di un discorso con la propria autocoscienza, dalla struttura avulsa rispetto al resto dell’album: Marco si convince che tutte le sue scelte sono state giuste, e che ha fatto bene a scambiare una velenosa normalità, fatta di materialismo e noiose certezze, con il rischio di realizzare i suoi sogni.

Il mondo secondo Marco”, in conclusione, non è sicuramente “il migliore dei mondi possibili”, come avrebbe ottimisticamente suggerito Leibniz qualche secolo fa. Anzi, a dirla tutta, se la storia di Marco Negri avesse un corrispettivo letterario, assomiglierebbe molto più a quella di Candido, strattonato da tutti e con il peso del mondo addosso. Ma è proprio questo a rendere l’artista interessante: il gusto di fare musica per il piacere di farla, per esorcizzare i propri drammi, per scaricare le sue tensioni emotive. A Marco Negri forse non interessa sapere chi lo ascolta; sembra invece che le sue canzoni siano pensieri ad alta voce, che lui abbia bisogno di cantarle in un microfono e registrarle per potersi riascoltare. Sono piacevoli anche i brani più frivoli, perché un po’ di sportività è necessaria in un Paese dove ormai le playlist e le radio sono costellate di amori tristissimi e storie finite male. Marco Negri è un artista sincero, che non sente l’esigenza di piacere a tutti i costi. La strada per il grande pubblico forse potrebbe essere meno breve quanto sembri di questo passo, e chissà, forse anche con il supporto costante del maestro Cantini, tra qualche anno lo rivedremo su palchi importanti.

“Il sacrificio del cervo sacro”, il dramma disturbante che affonda le radici nella tragedia greca 0 473

A tre anni di distanza dall’acclamato The Lobster(2015), Yorgos Lanthimos torna in sala con il suo ultimo lavoro: “Il sacrificio del cervo sacro” (The Killing of a Sacred Deer”). E si tratta di un ritorno in grande stile per il mai banale cineasta ellenico che, con il tanto ambizioso quanto affascinante proposito di unire tragedia greca ed arthouse cinema, confeziona un film che tanto sta facendo parlare di sé.

Già vincitore della Palma d’Oro per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes 2017, “Il sacrificio del cervo sacro” rappresenta infatti un riuscito connubio tra modernità e classicità. Euripide che incontra Buñuel, Kubrick e Haneke: una premessa folle ma allo stesso tempo assolutamente intrigante. Il tutto senza “sacrificare” i principali tratti stilistici del cinema del regista greco, che ritornano puntuali in quello che potremmo definire un perturbante dramma psicologico, che riprende alcuni dei più ricorrenti tòpoi letterari della tragedia greca per riproporli in chiave contemporanea.

Un film sicuramente destinato a dividere il pubblico: c’è chi amerà le sue atmosfere ansiogene, le sue immagini disturbanti, la sua straniante tendenza a costruire una tensione apparentemente non giustificata dall’effettivo sviluppo della trama (in questo Lanthimos si dimostra degno allievo di David Lynch). Così come c’è chi non apprezzerà i suoi ritmi estenuanti, non accetterà la dimensione surreale del racconto o più semplicemente non ne comprenderà i contenuti.

Quel che è certo è che “Il sacrificio del cervo sacro” è un film che sa scavare nei recessi più reconditi dell’animo umano, fino a scoprire le tenebre che vi albergano in profondità. Un film che mette in mostra un’umanità fredda, distaccata, anaffettiva, asettica tanto quanto le ambientazioni nelle quali si sviluppa la vicenda (la lussuosa casa della famiglia protagonista e l’ospedale in cui i genitori della stessa lavorano). Un film che gioca a decostruire i legami interpersonali di una famiglia borghese, devastandola dall’interno e privandola di quelle maschere di bonomia e rettitudine che, in realtà, celano una natura mostruosa e improntata all’istinto di sopravvivenza.

Alla luce di ciò, risulterebbe sin troppo facile dire che Lanthimos abbia recepito e assimilato alla perfezione la lezione impartita da maestri del calibro di Luis Buñuel e Micheal Haneke, che più di tutti si sono fatti promotori di queste tematiche con il loro cinema. Inoltre, se del primo Lanthimos condivide l’approccio surrealista, del secondo, in questo film, il regista greco sembra aver voluto addirittura citare un’importante sequenza del celebre “Funny Games”.

La famiglia borghese che verrà devastata da un’inesorabile “giustizia divina” è quella di Steven Murphy (Colin Farrell), uno stimato cardio chirurgo con un passato da alcolista. Steven conduce, insieme all’affascinante moglie Anna (Nicole Kidman) – anch’ella dottoressa – e ai due figli adolescenti Kim e Bob, una vita agiata e apparentemente tranquilla. Almeno fino a quando non decide di invitare a casa Martin (Barry Keoghan), un misterioso ragazzo con il quale da tempo intrattiene un rapporto dalla natura non specificata. Il ragazzo impiega poco tempo per entrare nelle grazie degli altri componenti della famiglia. Soprattutto in quelle di Kim, che finisce subito per innamorarsi di lui. Ben presto il comportamento di Martin, che si scopre essere il figlio di un paziente avuto in cura da Steven e morto sotto i ferri durante un’operazione da lui condotta, si farà sempre più inquietante ed invadente. Fino a quando un morbo inspiegabile si abbatterà su Bob prima e Kim poi. Un morbo che, stando a quanto un Martin sadicamente compiaciuto rivelerà a Steven, presto colpirà anche Anna. L’incurabile malattia ha un decorso rapido e inesorabilmente fatale. Steven verrà dunque messo di fronte a una scelta diabolica da Martin: l’unico modo per fermare il progredire della malattia sarà sacrificare uno dei tre famigliari, in modo da guarire definitivamente gli altri due e salvarli da morte certa.

Ed ecco che lo spettatore si ritrova invischiato in una vera e propria tragedia greca (con tanto di coro) camuffata da thriller. Lanthimos, omaggiando e recuperando la tradizione del suo Paese, riprende stilemi tragici classici quali il tema dell’espiazione delle colpe dei padri che ricadono sui loro figli, del sacrificio a soddisfacimento di un Dio crudele e sanguinario, dell’inesorabilità di un fato incontrollabile per gli uomini e di una giustizia primordiale concepita come retribuzione (occhio per occhio, dente per dente). Nello specifico, a essere citata a più riprese (in un’occasione addirittura in maniera testuale) è l’Ifigenia in Aulide di Euripide, nella quale la dea Artemide chiede ad Agamennone di sacrificare in suo onore la figlia Ifigenia, al fine di calmare una tempesta e permettere all’esercito Greco di raggiungere Troia.

Allo stesso modo Steven, colpevole della morte del padre di Martin per via dei problemi di alcolismo che lo portarono ad operarlo in stato di ebbrezza, dovrà scegliere quale dei suoi famigliari sacrificare per salvare la vita degli altri due.

E qui Lanthimos si diverte a frantumare il microcosmo famigliare, lanciando i suoi membri in una deviata competizione che offre in premio la sopravvivenza. Dimenticando qualsiasi affetto e legame parentale Anna e i suoi due figli proveranno a ingraziarsi Steven, per far sì che la scelta finale di quest’ultimo non ricada su di loro. Da qui verrà fuori tutta la disumanità, il cinismo, l’egoismo, l’istinto di autoconservazione di personaggi con i quali, in fin dei conti, riesce difficile empatizzare e condividere il tormento per il dramma che stanno vivendo. Sicuramente non per un padre che non ammette le sue colpe e non accetta il peso delle sue responsabilità (neanche una volta chiede a Martin di uccidere lui – unico vero responsabile dell’ira vendicativa del ragazzo ­– e lasciare in pace moglie e figli, del tutto estranei alla vicenda). Neanche per una madre che arriverà addirittura a suggerire al marito di risparmiarla poiché, in quanto donna ancora fertile, potrà sempre “rimediare” alla perdita di uno dei due figli.

A fornirci uno spaccato ancor più evidente di questo mondo freddo e anaffettivo (dove persino i rapporti sessuali assumono dei connotati perversamente vicini alla necrofilia) ci pensa la recitazione distaccata e talvolta quasi inespressiva dei bravissimi attori coinvolti. Colin Farrell (che già aveva lavorato con Lanthimos in “The Lobster”) riesce a rendere alla perfezione l’inadeguatezza di un uomo incapace di venire a patti con se stesso e con le sue colpe, finendo per rimediare in modo goffo e inefficace alle conseguenze da queste scaturenti (la maniera in cui tenta di occuparsi di Martin nella prima parte del film o quella con la quale affronta la malattia dei figli nella seconda). Strepitosi anche la Kidman, come sempre a suo agio in ruoli di donne orgogliosamente altezzose e cinicamente algide, e il giovane Barry Keoghan, estremamente convincente nella parte del problematico Martin.

A corollario di quanto detto, come non soffermarsi sulla chirurgica regia di Lanthimos che, anche grazie al sapiente utilizzo di una colonna sonora da brividi, riesce a tenere alto l’interesse dello spettatore, mantenendolo in bilico in una condizione di costante ansia e attesa? La simmetria geometrica delle inquadrature e l’utilizzo sapiente di grandangoli, carrelli e zoom-in non può non riportare alla mente lo stile registico di Kubrick (tra l’altro, a conferma del potere visivo del Cinema dell’artista inglese, ogni volta che la Kidman si aggira in déshabillé di fronte a uno specchio risulta impossibile non ripensare alla celeberrima scena di “Eyes Wide Shut”). Ovviamente Lanthimos ci mette anche del suo, con disturbanti close-up di toraci spalancati e vertiginose inquadrature a strapiombo dall’alto, che procurano un voluto senso di vertigine e smarrimento in uno spettatore lasciato in balia dell’impatto scombussolante delle immagini che gli vengono presentate.

Un cinema viscerale quello di Lanthimos, che in questo suo ultimo lavoro arriva anche ad allinearsi a una maggiore fruibilità, grazie anche ai toni da thriller e all’utilizzo di un cast di stelle di Hollywood. In definitiva “Il sacrificio del cervo sacro” è uno dei film più interessanti di questa stagione cinematografica, nonché una gradita conferma per uno degli autori più intriganti e talentuosi attualmente in circolazione.

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