Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, è probabilmente il film migliore del 2017 0 1642

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, non è una critica scontata alla società di periferia rurale statunitense. Niente è scontato, a dir la verità. L’intreccio tra la trama e la realtà sociale rappresentata (le discriminazioni, l’accidia della polizia, i pregiudizi provinciali) procede fluido, regalandoci momenti di ilarità e commozione come pochi.

[SPOILER ALERT]

Martin McDonagh non è un regista prolifico – ha all’attivo solo tre lungometraggi, in ambito cinematografico, di cui ha firmato anche la sceneggiatura – ma è certo un regista di indubbia bravura. La sua ultima opera, Tre manifesti a Ebbing, Missouri, conferma quello che i precedenti In Bruges – La coscienza dell’assassino e 7 psicopatici avevano già mostrato: McDonagh mette in scena storie che, da premesse quasi banali, si rivelano assolutamente straordinarie.

Un giorno, nell’ufficio pubblicitario della cittadina rurale e sonnacchiosa di Ebbing, nel Missouri, il giovane impiegato Red Welby riceve la visita di Mildred Hayes. La donna vuole affittare per un anno tre vecchi cartelloni abbandonati in una strada che “nessuno farebbe, a meno che non si sia perso”, per affiggerci tre messaggi ben precisi diretti al capo sceriffo Bill Willoughby. I cartelloni non passeranno affatto inosservati. Scoperti per caso dall’agente Jason Dixon e portati all’attenzione dei media locali dalla stessa Mildred, quei semplici pannelli diventeranno un vero casus belli in città, nonché una sorta di arma silenziosa utilizzata dalla donna per fare guerra alle forze dell’ordine pigre e svogliate. A lettere cubitali, nere su sfondo rosso, viene messo in bella vista tutto il rancore di una madre che chiede giustizia per la propria figlia, Angela, una ragazzina violentata e bruciata viva da ignoti (caso per cui la polizia è inerte, più impegnata “a torturare persone di colore” che a lavorare).

I personaggi ci sono tutti, nella loro apparenza quasi stereotipata: Frances McDormand, moglie del regista Joel Coen, che interpreta la donna “dura come il marmo” (cit.) dalla lingua tagliente e con una storia travagliata; il bonario e saggio sceriffo padre di famiglia (Woody Harrelson); il poliziotto sgraziato, violento e ubriacone che vive ancora con “mammina” (Sam Rcokwell); il ragazzino impacciato preso di mira perché ritenuto effeminato; l’ex marito violento che si intrattiene in una relazione con una diciannovenne carina ma svampita; così come il cast di contorno, che affresca una città di personaggi dalla moralità variegata, spaziando dall’estrema generosità del “nano” (breve ma tenerissima interpretazione di Peter Dinklage, l’amato Tyrion Lannister di Game of Thrones) alla cattiveria borghese degli altri cittadini, come il dentista grasso o i ragazzini della scuola locale (i quali vengono ricompensati con un estremamente politically incorrect ma favoloso calcio nelle parti basse per aver buttato una bibita sul parabrezza della macchina della signora Hayes).

Nonostante l’impianto narrativo drammatico, che farebbe presupporre un’insostenibile visione, la pellicola è in realtà una black comedy. Si passa senza sforzo da situazioni leggere e umoristiche (le sparate di Mildred – che non si fa problemi ad apostrofare malamente chiunque, sacerdoti compresi – sono oro puro) a scene che artigliano il cuore. La lunga sequenza dove la voce fuori campo di Woody Harrelson legge la lettera che il suo personaggio ha scritto alla moglie poco prima di suicidarsi (per evitare a sé stesso e alla propria famiglia la sofferenza di una lunga ed inefficace chemioterapia) è straziante. Oppure, tra le altre, la scena in cui l’offerta di un bicchiere di succo d’arancia non è mai stata così carica di perdono e gentilezza verso la brutalità immotivata.

Così come non si può ignorare il viso segnato della McDormand, che interpreta egregiamente una madre dall’animo lacerato, che cerca giustizia e addirittura vendetta per una figlia della cui morte si sente responsabile. L’inquadratura della stanza di Angela e del poster di In Utero dei Nirvana alle pareti si amalgama perfettamente con il flashback in cui la madre rievoca il litigio avuto con la figlia il giorno dell’omicidio, culminato con uno scambio di battute che profeticamente annunciava la tragedia; In Utero, una beffa per rimarcare un rapporto parentale che non è stato in grado di impedire l’allontanamento, emotivo e non, di Angela – Mildred non è una “madre coraggio”, ma una donna che sente di aver fallito nel suo ruolo e, addossandosi la colpa di una morte tanto orrenda, cerca di porvi rimedio postumo. La stessa omonimia (voluta?) della ragazzina con il personaggio di Mena Suvari in American Beauty è peculiare: entrambe due adolescenti bionde e dall’apparenza trasgressiva, che vengono coinvolte da qualcosa di molto più grande di loro che piomba nel morboso. Solo che l’Angela di Tre Manifesti non è dipinta su di un letto di petali di rose rosse. L’unica traccia che resta di lei è un’ombra scura sull’erba, dove è stata arsa viva e dove Mildred cerca ostinatamente di lasciare un ricordo piantando dei fiori in vaso.

E come dimenticare anche quella che secondo me è l’altra colonna portante del film: Sam Rockwell, già Wild Bill ne Il Miglio Verde, protagonista della trasposizione cinematografica di Soffocare, romanzo di Chuck Palahniuk, apparso in tantissimi film di rilievo (Frost/Nixon, Guida galattica per autostoppisti, Confessioni di una mente pericolosa, etc.) e alla sua seconda collaborazione con McDonaugh dopo 7 psicopatici. Rockwell interpreta egregiamente un personaggio detestabile: un poliziotto pigro, perennemente sbronzo, dalla fisicità sgraziata, facile all’ira e con opinioni discutibili sui gay e sui neri. Eppure, nel corso della storia, affronta una crescita strabiliante. Dal suicidio del suo mentore (che gli lascia una lettera commovente sulla necessità di dover affrontare i lati inesplorati di sé stesso per diventare un vero poliziotto) alla sua ostinata ricerca dell’assassino di Angela, scopriamo un personaggio fragile, che si dibatte tra il tentativo di essere un uomo duro, nonostante sia ancora succube di “mammina”, e insicurezze che potrebbero addirittura suggerire una omosessualità latente e mai ammessa. Dixon viene introdotto come un uomo rabbioso, indolente e lento di comprendonio (lo ammetto, ho trovato esilarante il momento in cui lui, sentendo la musica con le cuffie, non si accorge del rogo della centrale di polizia mentre la missiva di Willoughby parla proprio della necessità di accorgersi di ciò che ci circonda); diventa infine una persona capace di chiedere scusa per i propri errori, che cerca di rimediare con metodi anche non ortodossi, pagando un prezzo alto, ma proiettato ormai verso uno scopo da perseguire in ogni modo possibile. Non posso che dire chapeau.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, non è una critica scontata alla società di periferia rurale statunitense. Niente è scontato, a dir la verità. L’intreccio tra la trama e la realtà sociale rappresentata (le discriminazioni, l’accidia della polizia, i pregiudizi provinciali) procede fluido, regalandoci momenti di ilarità e commozione come pochi. Anche la colonna sonora si alterna, passando dai ritmi flemmatici di melodie country alle sonorità grevi di opera e orchestra, sottolineando senza sforzo l’animo delle scene. Le inquadrature stupende mostrano paesaggi ormai topici, come le grandi distese erbose, le vecchie case in stile coloniale del sud del Midwest, lo scalcinato pub di provincia dalle luci soffuse – ambienti diventati quasi familiari dopo averli visti rappresentati anche in altre pellicole.

Alla fine, cosa resta? Tre manifesti non è un film “bacchettone”, non impacchetta una morale facile e prevedibile: ti lascia a riflettere, ad interiorizzare i 115 minuti di visione, a cercare risposte a ciò che non dà soluzioni univoche. La frase finale del film, detta da Mildred a Dixon durante un lungo viaggio in macchina verso l’Idaho, è più che esplicativa: “ci rifletteremo strada facendo”.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 224

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 417

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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