Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, è probabilmente il film migliore del 2017 0 1269

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, non è una critica scontata alla società di periferia rurale statunitense. Niente è scontato, a dir la verità. L’intreccio tra la trama e la realtà sociale rappresentata (le discriminazioni, l’accidia della polizia, i pregiudizi provinciali) procede fluido, regalandoci momenti di ilarità e commozione come pochi.

[SPOILER ALERT]

Martin McDonagh non è un regista prolifico – ha all’attivo solo tre lungometraggi, in ambito cinematografico, di cui ha firmato anche la sceneggiatura – ma è certo un regista di indubbia bravura. La sua ultima opera, Tre manifesti a Ebbing, Missouri, conferma quello che i precedenti In Bruges – La coscienza dell’assassino e 7 psicopatici avevano già mostrato: McDonagh mette in scena storie che, da premesse quasi banali, si rivelano assolutamente straordinarie.

Un giorno, nell’ufficio pubblicitario della cittadina rurale e sonnacchiosa di Ebbing, nel Missouri, il giovane impiegato Red Welby riceve la visita di Mildred Hayes. La donna vuole affittare per un anno tre vecchi cartelloni abbandonati in una strada che “nessuno farebbe, a meno che non si sia perso”, per affiggerci tre messaggi ben precisi diretti al capo sceriffo Bill Willoughby. I cartelloni non passeranno affatto inosservati. Scoperti per caso dall’agente Jason Dixon e portati all’attenzione dei media locali dalla stessa Mildred, quei semplici pannelli diventeranno un vero casus belli in città, nonché una sorta di arma silenziosa utilizzata dalla donna per fare guerra alle forze dell’ordine pigre e svogliate. A lettere cubitali, nere su sfondo rosso, viene messo in bella vista tutto il rancore di una madre che chiede giustizia per la propria figlia, Angela, una ragazzina violentata e bruciata viva da ignoti (caso per cui la polizia è inerte, più impegnata “a torturare persone di colore” che a lavorare).

I personaggi ci sono tutti, nella loro apparenza quasi stereotipata: Frances McDormand, moglie del regista Joel Coen, che interpreta la donna “dura come il marmo” (cit.) dalla lingua tagliente e con una storia travagliata; il bonario e saggio sceriffo padre di famiglia (Woody Harrelson); il poliziotto sgraziato, violento e ubriacone che vive ancora con “mammina” (Sam Rcokwell); il ragazzino impacciato preso di mira perché ritenuto effeminato; l’ex marito violento che si intrattiene in una relazione con una diciannovenne carina ma svampita; così come il cast di contorno, che affresca una città di personaggi dalla moralità variegata, spaziando dall’estrema generosità del “nano” (breve ma tenerissima interpretazione di Peter Dinklage, l’amato Tyrion Lannister di Game of Thrones) alla cattiveria borghese degli altri cittadini, come il dentista grasso o i ragazzini della scuola locale (i quali vengono ricompensati con un estremamente politically incorrect ma favoloso calcio nelle parti basse per aver buttato una bibita sul parabrezza della macchina della signora Hayes).

Nonostante l’impianto narrativo drammatico, che farebbe presupporre un’insostenibile visione, la pellicola è in realtà una black comedy. Si passa senza sforzo da situazioni leggere e umoristiche (le sparate di Mildred – che non si fa problemi ad apostrofare malamente chiunque, sacerdoti compresi – sono oro puro) a scene che artigliano il cuore. La lunga sequenza dove la voce fuori campo di Woody Harrelson legge la lettera che il suo personaggio ha scritto alla moglie poco prima di suicidarsi (per evitare a sé stesso e alla propria famiglia la sofferenza di una lunga ed inefficace chemioterapia) è straziante. Oppure, tra le altre, la scena in cui l’offerta di un bicchiere di succo d’arancia non è mai stata così carica di perdono e gentilezza verso la brutalità immotivata.

Così come non si può ignorare il viso segnato della McDormand, che interpreta egregiamente una madre dall’animo lacerato, che cerca giustizia e addirittura vendetta per una figlia della cui morte si sente responsabile. L’inquadratura della stanza di Angela e del poster di In Utero dei Nirvana alle pareti si amalgama perfettamente con il flashback in cui la madre rievoca il litigio avuto con la figlia il giorno dell’omicidio, culminato con uno scambio di battute che profeticamente annunciava la tragedia; In Utero, una beffa per rimarcare un rapporto parentale che non è stato in grado di impedire l’allontanamento, emotivo e non, di Angela – Mildred non è una “madre coraggio”, ma una donna che sente di aver fallito nel suo ruolo e, addossandosi la colpa di una morte tanto orrenda, cerca di porvi rimedio postumo. La stessa omonimia (voluta?) della ragazzina con il personaggio di Mena Suvari in American Beauty è peculiare: entrambe due adolescenti bionde e dall’apparenza trasgressiva, che vengono coinvolte da qualcosa di molto più grande di loro che piomba nel morboso. Solo che l’Angela di Tre Manifesti non è dipinta su di un letto di petali di rose rosse. L’unica traccia che resta di lei è un’ombra scura sull’erba, dove è stata arsa viva e dove Mildred cerca ostinatamente di lasciare un ricordo piantando dei fiori in vaso.

E come dimenticare anche quella che secondo me è l’altra colonna portante del film: Sam Rockwell, già Wild Bill ne Il Miglio Verde, protagonista della trasposizione cinematografica di Soffocare, romanzo di Chuck Palahniuk, apparso in tantissimi film di rilievo (Frost/Nixon, Guida galattica per autostoppisti, Confessioni di una mente pericolosa, etc.) e alla sua seconda collaborazione con McDonaugh dopo 7 psicopatici. Rockwell interpreta egregiamente un personaggio detestabile: un poliziotto pigro, perennemente sbronzo, dalla fisicità sgraziata, facile all’ira e con opinioni discutibili sui gay e sui neri. Eppure, nel corso della storia, affronta una crescita strabiliante. Dal suicidio del suo mentore (che gli lascia una lettera commovente sulla necessità di dover affrontare i lati inesplorati di sé stesso per diventare un vero poliziotto) alla sua ostinata ricerca dell’assassino di Angela, scopriamo un personaggio fragile, che si dibatte tra il tentativo di essere un uomo duro, nonostante sia ancora succube di “mammina”, e insicurezze che potrebbero addirittura suggerire una omosessualità latente e mai ammessa. Dixon viene introdotto come un uomo rabbioso, indolente e lento di comprendonio (lo ammetto, ho trovato esilarante il momento in cui lui, sentendo la musica con le cuffie, non si accorge del rogo della centrale di polizia mentre la missiva di Willoughby parla proprio della necessità di accorgersi di ciò che ci circonda); diventa infine una persona capace di chiedere scusa per i propri errori, che cerca di rimediare con metodi anche non ortodossi, pagando un prezzo alto, ma proiettato ormai verso uno scopo da perseguire in ogni modo possibile. Non posso che dire chapeau.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, non è una critica scontata alla società di periferia rurale statunitense. Niente è scontato, a dir la verità. L’intreccio tra la trama e la realtà sociale rappresentata (le discriminazioni, l’accidia della polizia, i pregiudizi provinciali) procede fluido, regalandoci momenti di ilarità e commozione come pochi. Anche la colonna sonora si alterna, passando dai ritmi flemmatici di melodie country alle sonorità grevi di opera e orchestra, sottolineando senza sforzo l’animo delle scene. Le inquadrature stupende mostrano paesaggi ormai topici, come le grandi distese erbose, le vecchie case in stile coloniale del sud del Midwest, lo scalcinato pub di provincia dalle luci soffuse – ambienti diventati quasi familiari dopo averli visti rappresentati anche in altre pellicole.

Alla fine, cosa resta? Tre manifesti non è un film “bacchettone”, non impacchetta una morale facile e prevedibile: ti lascia a riflettere, ad interiorizzare i 115 minuti di visione, a cercare risposte a ciò che non dà soluzioni univoche. La frase finale del film, detta da Mildred a Dixon durante un lungo viaggio in macchina verso l’Idaho, è più che esplicativa: “ci rifletteremo strada facendo”.

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‘Biciclette Rubate’: Diego Esposito disegna una nuova frontiera per il cantautorato 0 271

Un vero artista scrive solo quando sente la necessità di dire qualcosa. Che poi fondamentalmente quando hai qualcosa da dire le parole escono da sole, non chiedono permesso, non aspettano che tu le spinga fuori. È così che nasce Biciclette Rubate, il nuovo disco di Diego Esposito – cantautore toscano di origini campane classe 1986 – uscito il 22 marzo e pubblicato da iCompany/luovo e prodotto da Riccardo “Deepa” Di Paola. La necessità di dire, di raccontare e di raccontarsi; la necessità di dare forma e sostanza, di reificare i contorni di quello che uno ha dentro. Ecco, questo disco è una necessità. Diego dice che questo disco nasce dal senso di smarrimento provato a un certo punto della sua carriera artistica e l’immagine – che poi è un’ipotiposi per la qualità della descrizione – che ci dà è quella delle biciclette rubate “che da un momento all’altro si ritrovano in un posto differente rispetto a quello dove erano state parcheggiate qualche attimo prima”. Questo secondo lui è frutto delle scelte che facciamo, che ci portano a prendere una strada al posto di un’altra: quindi, secondo il principio caro ai latini dell’homo faber ipsius fortunae, ognuno si crea da sé il proprio destino e dunque non possiamo dire che ciò che ci capita sia colpa del destino ma colpa nostra. La sua breve ma intensa carriera l’ha già portato in giro per il mondo, toccando città come Pechino (nella quale è stato in veste di rappresentante del cantautorato italiano per l’ambasciata italiana). Nel 2018 è salito sul palco del concerto del primo maggio in piazza San Giovanni a Roma. Nel suo curriculum annovera – oltre alla partecipazione a XFactor – la vittoria di due edizioni del concorso Area Sanremo e un disco, È più Comodo se Dormi da Me, prodotto da Zibba. L’uscita di quest’ultimo disco è anticipata dal lancio dei singoli Le Canzoni Tristi, Diego e L’amore Cos’è.

Diego Esposito Biciclette Rubate Recensione Blunote Music

Il disco si apre con un omaggio a un grandissimo artista: Stefano Bollani. Questo pezzo – che s’intitola appunto Bollani – è il racconto di un viaggio, mentale e fisico. C’è il suono leggero di una chitarra, accompagnata da un piano morbido e da voci e suoni distorti in sottofondo. È il racconto di un viaggio che Diego ha fatto a Mauritius, e di un episodio nello specifico da cui poi è nata la canzone: “Era il giorno del Pongal – Makara Samkranti (giorno di festa celebrato in tutta l’India in onore del raccolto invernale) c’era un fiume di gente che camminava in senso opposto al mio per andare al tempio sul mare per rendere omaggio agli dei, io non ricordo dove stessi andando, ma in quel momento mi sono sentito in contromano”. C’è chi viaggia in direzione ostinata e contraria, perché ha scelto di farlo, perché le sue scelte l’hanno portato sull’altro lato della strada.

Un bell’arpeggio introduce il secondo brano, Voglio Stare con Te. È una canzone che nasce da un pensiero fisso, un motivo ricorrente e l’icasticità di chi sa che scrivere vuol dire tracciare i contorni di un disegno perfetto. Questa capacità nella scrittura abbinata a una vocalità pulita e riconoscibile fanno di Diego il modello del cantautore moderno: canzoni scritte di getto, magari dopo una serata passata sul tetto di un hotel delle isole Tremiti, prive di sovrastrutture.

Biciclette Rubate è il brano che dà il titolo al disco. È un pezzo scritto per un amore appena nato, che ti brucia e come sostiene Diego: “ti rende libero come una bicicletta, anzi come una bicicletta rubata che rompe la routine degli stessi percorsi e si lascia trasportare alla ricerca di nuovi orizzonti e percorsi da affrontare”. L’intensità cresce secondo dopo secondo fino al ritornello che ti entra in testa e non esce più.

Un leggero graffio nella voce accresce la carica emozionale del quarto pezzo: La casa di Margò. Lei non esiste, così come la sua casa, sono due modelli ideali, due rifugi: Margò è un’imago, un’entità incorruttibile e indefettibile; la sua casa è l’ultima Thule, il posto in cui rimettere tutto, dal quale lasciare fuori tutte le brutture della vita. Chissà magari un giorno ci troveremo tutti a casa di Margò per un caffè, sempre che lei non sia veneta, in quel caso ci ritroveremo lì per uno Spritz!

Il quinto brano Solo Quando sei Ubriaca nasce da un abbozzo di Zibba (all’anagrafe Sergio Vallarino) – produttore del suo primo album e, soprattutto, grandissimo cantautore – che, in un freddo pomeriggio di lavoro in studio, propone a Diego il ritornello della canzone. È la storia di un amore non corrisposto, di una liaison dangereuse dal quale lui non riesce a smarcarsi: lei lo chiama solo quando è ubriaca e lui puntualmente corre da lei, cosciente di essere soltanto un ripiego. L’elettronica colora un po’ il pezzo la cui produzione è affidata a Simone Sproccati.

L’estate è la stagione degli amori fatui che si spengono come i fuochi dei falò sotto i colpi dei temporali nei giorni di fine agosto. Le Canzoni Tristi racconta di un amore effimero, finito prima del previsto, che ti lascia l’amaro in bocca per ciò che sarebbe potuto essere, ma non è stato. Quando qualcosa finisce c’è sempre la consapevolezza che possa essere comunque l’inizio di qualcos’altro, parafrasando il titolo di quel meraviglioso libro di Tiziano Terzani. Degno di nota l’assolo che accompagna il pezzo alla fine.

La settima traccia non è autoreferenziale: Diego è una canzone che nasce da un conflitto interiore – come sostiene lui stesso –ed è dedicata a tutte quelle persone che non si accettano e hanno perso la stima in se stesse. Diego è quasi una figura astratta, la personificazione della disistima e del conflitto interiore; io sono Diego, tu sei Diego, tutti sono Diego.

L’interrogativo degli interrogativi: L’amore Cos’è? Ogni risposta potrebbe risultare inopportuna, o quantomeno banale e si tratterebbe comunque di una visione soggettiva. Se l’amore fosse oggettivo, sarebbe convenzionale e dunque facilmente definibile, ma ovviamente non è così. “Ma l’amore cos’è? È che non riesco a fare a meno di te”. Questa è una risposta sincera.

Marina di Pisa è un pezzo dall’anima elettronica. Parla di una vacanza in questa località toscana tanto cara a D’Annunzio. Non ci sarà il mare dei Caraibi ma è un posto che ha tante storie da raccontare e le immagini cui si affida lo descrivono perfettamente: Marina di Pisa è un ultras del Foggia, è un viaggio culinario, un posto in cui ti fermi a pensare a tutto quello che è stato e provare ad immaginare ciò che sarà, magari davanti alla “polpette di tua madre”.

Il pezzo che chiude il disco si chiama Le viole. È un pezzo dall’atmosfera intimista, c’è il piano che accompagna la voce e rende il tutto più magico. Rappresenta il mondo e l’idea di musica di questo grande artista: l’attenzione per i dettagli e l’importanza di lasciare che le emozioni impresse in ogni testo, in ogni parola, suono e nota escano spontanei, senza artifici che ne possano corrompere la purezza.

A tutti quelli che hanno decretato “ufficialmente” la morte del cantautorato mi viene da rispondere soltanto “Diego Esposito“.

TARM, Colle der Fomento e Cor Veleno all’Uno Maggio Taranto 0 277

È quanto si apprende dalla conferenza stampa tenutasi stamattina alle ore 11 preso la Casa del Cinema di Roma dal Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, organizzatori del concerto dell’uno maggio a Taranto.

All’interno della conferenza è stato illustrato il documento politico sul quale si fonderà, come ogni anno, l’intera giornata.
«Dal 2 maggio dello scorso anno non ci siamo mai fermati, e anche questa volta siamo pronti a ritrovarci l’Uno Maggio a Taranto, per ribadire il nostro si ai diritti e no ai ricatti. Nel quadro politico peggiore che potessimo prevedere, dominato dall’intolleranza e dall’istigazione all’odio, alle divisioni rispondiamo con l’unione, all’ignoranza rispondiamo con la conoscenza, all’intolleranza rispondiamo con l’accoglienza» ha spiegato Michele Riondino, coordinato in conferenza da Roy Paci e Diodato.

Tra gli artisti confermati ci saranno i Colle der Fomento e i Cor Veleno, pilastri del rap italiano da poco reduci dal rilascio di due dischi che hanno già fatto la storia. Oltre questi, saranno presenti anche Max Gazzè, Malika Ayane, Dimartino, i Tre Allegri Ragazzi Morti, i Sick Tamburo, Mama Marjas con Don Ciccio, Andrea Laszlo de Simone, Terraross, Maria Antonietta, Ciro Tuzzi, Bobo Rondelli, Bugo, l’Istituto Italiano di Cumbia e The Winstons.

Non tutti gli artisti sono però stati svelati in conferenza stampa, con gli organizzatori che hanno voluto tenere segreti ancora per un po’ i nomi più caldi che calcheranno il palco diventato ormai da anni simbolo di lotta in tutto il Sud Italia.

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