Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, è probabilmente il film migliore del 2017 0 1132

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, non è una critica scontata alla società di periferia rurale statunitense. Niente è scontato, a dir la verità. L’intreccio tra la trama e la realtà sociale rappresentata (le discriminazioni, l’accidia della polizia, i pregiudizi provinciali) procede fluido, regalandoci momenti di ilarità e commozione come pochi.

[SPOILER ALERT]

Martin McDonagh non è un regista prolifico – ha all’attivo solo tre lungometraggi, in ambito cinematografico, di cui ha firmato anche la sceneggiatura – ma è certo un regista di indubbia bravura. La sua ultima opera, Tre manifesti a Ebbing, Missouri, conferma quello che i precedenti In Bruges – La coscienza dell’assassino e 7 psicopatici avevano già mostrato: McDonagh mette in scena storie che, da premesse quasi banali, si rivelano assolutamente straordinarie.

Un giorno, nell’ufficio pubblicitario della cittadina rurale e sonnacchiosa di Ebbing, nel Missouri, il giovane impiegato Red Welby riceve la visita di Mildred Hayes. La donna vuole affittare per un anno tre vecchi cartelloni abbandonati in una strada che “nessuno farebbe, a meno che non si sia perso”, per affiggerci tre messaggi ben precisi diretti al capo sceriffo Bill Willoughby. I cartelloni non passeranno affatto inosservati. Scoperti per caso dall’agente Jason Dixon e portati all’attenzione dei media locali dalla stessa Mildred, quei semplici pannelli diventeranno un vero casus belli in città, nonché una sorta di arma silenziosa utilizzata dalla donna per fare guerra alle forze dell’ordine pigre e svogliate. A lettere cubitali, nere su sfondo rosso, viene messo in bella vista tutto il rancore di una madre che chiede giustizia per la propria figlia, Angela, una ragazzina violentata e bruciata viva da ignoti (caso per cui la polizia è inerte, più impegnata “a torturare persone di colore” che a lavorare).

I personaggi ci sono tutti, nella loro apparenza quasi stereotipata: Frances McDormand, moglie del regista Joel Coen, che interpreta la donna “dura come il marmo” (cit.) dalla lingua tagliente e con una storia travagliata; il bonario e saggio sceriffo padre di famiglia (Woody Harrelson); il poliziotto sgraziato, violento e ubriacone che vive ancora con “mammina” (Sam Rcokwell); il ragazzino impacciato preso di mira perché ritenuto effeminato; l’ex marito violento che si intrattiene in una relazione con una diciannovenne carina ma svampita; così come il cast di contorno, che affresca una città di personaggi dalla moralità variegata, spaziando dall’estrema generosità del “nano” (breve ma tenerissima interpretazione di Peter Dinklage, l’amato Tyrion Lannister di Game of Thrones) alla cattiveria borghese degli altri cittadini, come il dentista grasso o i ragazzini della scuola locale (i quali vengono ricompensati con un estremamente politically incorrect ma favoloso calcio nelle parti basse per aver buttato una bibita sul parabrezza della macchina della signora Hayes).

Nonostante l’impianto narrativo drammatico, che farebbe presupporre un’insostenibile visione, la pellicola è in realtà una black comedy. Si passa senza sforzo da situazioni leggere e umoristiche (le sparate di Mildred – che non si fa problemi ad apostrofare malamente chiunque, sacerdoti compresi – sono oro puro) a scene che artigliano il cuore. La lunga sequenza dove la voce fuori campo di Woody Harrelson legge la lettera che il suo personaggio ha scritto alla moglie poco prima di suicidarsi (per evitare a sé stesso e alla propria famiglia la sofferenza di una lunga ed inefficace chemioterapia) è straziante. Oppure, tra le altre, la scena in cui l’offerta di un bicchiere di succo d’arancia non è mai stata così carica di perdono e gentilezza verso la brutalità immotivata.

Così come non si può ignorare il viso segnato della McDormand, che interpreta egregiamente una madre dall’animo lacerato, che cerca giustizia e addirittura vendetta per una figlia della cui morte si sente responsabile. L’inquadratura della stanza di Angela e del poster di In Utero dei Nirvana alle pareti si amalgama perfettamente con il flashback in cui la madre rievoca il litigio avuto con la figlia il giorno dell’omicidio, culminato con uno scambio di battute che profeticamente annunciava la tragedia; In Utero, una beffa per rimarcare un rapporto parentale che non è stato in grado di impedire l’allontanamento, emotivo e non, di Angela – Mildred non è una “madre coraggio”, ma una donna che sente di aver fallito nel suo ruolo e, addossandosi la colpa di una morte tanto orrenda, cerca di porvi rimedio postumo. La stessa omonimia (voluta?) della ragazzina con il personaggio di Mena Suvari in American Beauty è peculiare: entrambe due adolescenti bionde e dall’apparenza trasgressiva, che vengono coinvolte da qualcosa di molto più grande di loro che piomba nel morboso. Solo che l’Angela di Tre Manifesti non è dipinta su di un letto di petali di rose rosse. L’unica traccia che resta di lei è un’ombra scura sull’erba, dove è stata arsa viva e dove Mildred cerca ostinatamente di lasciare un ricordo piantando dei fiori in vaso.

E come dimenticare anche quella che secondo me è l’altra colonna portante del film: Sam Rockwell, già Wild Bill ne Il Miglio Verde, protagonista della trasposizione cinematografica di Soffocare, romanzo di Chuck Palahniuk, apparso in tantissimi film di rilievo (Frost/Nixon, Guida galattica per autostoppisti, Confessioni di una mente pericolosa, etc.) e alla sua seconda collaborazione con McDonaugh dopo 7 psicopatici. Rockwell interpreta egregiamente un personaggio detestabile: un poliziotto pigro, perennemente sbronzo, dalla fisicità sgraziata, facile all’ira e con opinioni discutibili sui gay e sui neri. Eppure, nel corso della storia, affronta una crescita strabiliante. Dal suicidio del suo mentore (che gli lascia una lettera commovente sulla necessità di dover affrontare i lati inesplorati di sé stesso per diventare un vero poliziotto) alla sua ostinata ricerca dell’assassino di Angela, scopriamo un personaggio fragile, che si dibatte tra il tentativo di essere un uomo duro, nonostante sia ancora succube di “mammina”, e insicurezze che potrebbero addirittura suggerire una omosessualità latente e mai ammessa. Dixon viene introdotto come un uomo rabbioso, indolente e lento di comprendonio (lo ammetto, ho trovato esilarante il momento in cui lui, sentendo la musica con le cuffie, non si accorge del rogo della centrale di polizia mentre la missiva di Willoughby parla proprio della necessità di accorgersi di ciò che ci circonda); diventa infine una persona capace di chiedere scusa per i propri errori, che cerca di rimediare con metodi anche non ortodossi, pagando un prezzo alto, ma proiettato ormai verso uno scopo da perseguire in ogni modo possibile. Non posso che dire chapeau.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, non è una critica scontata alla società di periferia rurale statunitense. Niente è scontato, a dir la verità. L’intreccio tra la trama e la realtà sociale rappresentata (le discriminazioni, l’accidia della polizia, i pregiudizi provinciali) procede fluido, regalandoci momenti di ilarità e commozione come pochi. Anche la colonna sonora si alterna, passando dai ritmi flemmatici di melodie country alle sonorità grevi di opera e orchestra, sottolineando senza sforzo l’animo delle scene. Le inquadrature stupende mostrano paesaggi ormai topici, come le grandi distese erbose, le vecchie case in stile coloniale del sud del Midwest, lo scalcinato pub di provincia dalle luci soffuse – ambienti diventati quasi familiari dopo averli visti rappresentati anche in altre pellicole.

Alla fine, cosa resta? Tre manifesti non è un film “bacchettone”, non impacchetta una morale facile e prevedibile: ti lascia a riflettere, ad interiorizzare i 115 minuti di visione, a cercare risposte a ciò che non dà soluzioni univoche. La frase finale del film, detta da Mildred a Dixon durante un lungo viaggio in macchina verso l’Idaho, è più che esplicativa: “ci rifletteremo strada facendo”.

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“Alone vol. 1”, l’inizio del nuovo viaggio di Gianni Maroccolo 0 608

Durante la vita si sente sempre l’esigenza di intraprendere un percorso in  solitudine, soprattutto dopo intensi periodi passati “in compagnia”. Non tanto perché si percepisce l’esigenza di allontanarsi da un contesto o perché l’attuale routine nuoce, ma piuttosto perché si sente la necessità di comunicare qualcosa in prima persona, attraverso un “proprio” lavoro, con le proprie forze e con il personale modo di comunicare. Dimostrando nuovamente a sé stessi e poi agli altri cosa siamo capaci di fare. In realtà Gianni Maroccolo (in arte Marok) è un musicista, compositore, produttore discografico e “scopritore di gemme rare” che non deve dimostrare nulla a nessuno, perché il suo trascorso fa capire abbastanza. Essendo questa una recensione musicale e non una pagina di Wikipedia, mi limiterò a elencare soltanto parte del suo “vissuto”: Litfiba (1980-1989); CCCP (1990); CSI (1992); Per Grazia Ricevuta (2002); Marlene Kuntz (2004); Ivana Gatti (2005). Probabilmente avrò omesso qualcosa – si tratta dei pochi artisti “multitasking” italiani, in grado di fare mille cose in una volta. Produrre, comporre, suonare – e un esempio è il progetto sperimentale dei Beau Geste nato parallelamente al periodo Litfiba, o la produzione del primo album dei Timoria (Colori che esplodono, 1990), ma questo è comunque abbastanza per dichiarare il nostro Marok – concedetemi il termine “nostro”, sia per senso di appartenenza territoriale, sia perché chi ha contribuito così tanto in una determinata scena musicale diventa di diritto un patrimonio da salvaguardare, e quindi “nostro; di tutti” – come un pezzo importante della storia rock indipendente italiana.

La fase solista di Gianni Maroccolo inizia nel lontano 1996, con la composizione di una colonna sonora per il film “Escoriandoli”, insieme a Francesco Magnelli. Nel 2004 pubblica il suo primo disco: “A.C.A.U La nostra meraviglia”, affiancando a sé artisti come Battiato, Manuel Agnelli, Giovanni Lindo Ferretti, e tanti altri. Non si ferma, e nel 2013 pubblica “Vdb23/Nulla è andato perso”, un album – creato insieme a Claudio Rocchi, uno dei maggiori esponenti del rock psichedelico e progressivo italiano – che sicuramente lo ispirerà e lo influenzerà per il lavoro che stiamo per introdurre: Alone vol.1, il suo secondo progetto solista, un percorso unico e senza fine articolato come una serie tv. Con episodi pubblicati ogni sei mesi – il 17 dicembre e il 17 giugno – con la parte grafica curata da Marco Cazzato e la narrazione dallo scrittore e critico musicale Mirco Salvadori.

Alone vol.1 quindi non è un semplice album e c’era da aspettarselo. Marok durante il suo percorso musicale ha avuto numerose influenze, ha collaborato con i migliori del circondario e oltre ad essere musicista è anche produttore e compositore. Sarebbe stato troppo banale.
Definito “disco perpetuo”, si tratta di un lungo viaggio accompagnato da ritmi ipnotici, tribali e psichedelici, con pause semestrali per ricaricare le forze e fare benzina. Un po’ come le serate in comitiva dei “migliori anni della nostra vita”: quelle che vorresti non finissero mai e che per fortuna finiscono perché sennò qualcuno potrebbe lasciarci la pelle. Gli esempi ovviamente non hanno lo stesso peso, ma a parer mio 50 minuti in totale per sei brani – strumentali al 75% e con un sound che non è per tutti – sono la dose giusta da somministrare.

Come in ogni viaggio, si incontra sempre qualcuno per una chiacchierata o semplice compagnia. Durante questo cammino i “passanti” che spiccano – oltre agli eccellenti musicisti che hanno dato un “aiuto” – sono due: Jacopo Incani (in arte IOSONOUNCANE) e Stefano Rampoldi (meglio noto come EDDA).
Marok, insieme a Jacopo, ci porta in un grande rave party nella tundra, con sound tribali, percussioni che introducono un “delirio elettronico” a metà brano e che lasciano spazio a un finale più “soft” e ipnotico. Con i suoi 17 minuti, tundra è il brano più lungo del lavoro e il secondo in ordine cronologico. Magari è proprio il luogo scelto per questo viaggio infinito, o il “mood” che vorrebbe far risaltare di più, o probabilmente niente di tutto questo. Però mi piace pensare che dietro ci sia sempre qualcosa, senza sguardi sospettosi o malizie varie.
In compagnia di Edda ci affascina con un ritmo induista, tra sitar – suonati da Beppe Brotto – sound psichedelici e “mantra di buon auspicio”. Si parla del brano l’Altrove, il quarto dell’album, che fa pensare molto – si, lo so, si tratta di induismo e non di buddismo –  alla “luce”, ricercata nel libro tibetano dei morti, cult della filosofia buddista e fonte d’ispirazione del maestro Franco Battiato. Un altrove anticipato da un preludio, da una fase che preannuncia l’andare oltre. Un’introduzione rappresentata da un brano, il terzo: l’altrove preludio. Un prologo che fa pensare al John Frusciante periodo Ataxia, o al Thom Yorke periodo “Thom Yorke”. Costituito anch’esso da quel sound orientale che caratterizza il quarto brano, e come poteva essere altrimenti. Un lavoro molto più soft, più lento, con una voce che sembra voler accompagnare un lungo cammino verso una porta, verso quella luce. Quasi un “uomo in marcia sul miglio verde” ma con più positività e con un finale migliore.

Il brano che da inizio a questo lungo percorso spirituale e psichedelico si chiama Cuspide. Una traccia noise, ruvida e a tratti malinconica, con una chitarra acustica utilizzata per introdurre un potente crescendo strumentale, che in seguito andrà a svanire per lasciare spazio a un fade to black musicale e “ventoso”. Invece, il secondo cantato tra i sei si trova in Sincaro, un lavoro molto new wave, a tratti ruvido e sinfonico, accompagnato dalla voce profonda di Luca Swanz Andriolo usata per introdurre un affasciante strumming , dalla tromba mariachi di Enrico Farnedi per un finale perfetto, e dal ricordo – come in tutto l’album –  di una persona scomparsa: Claudio Rocchi, il già menzionato protagonista assoluto del rock progressivo italiano, compagno di band di Marok e soprattutto amico. Scomparso prematuramente nel 2013.

Questa prima parte di viaggio si ferma con Alone to be continued, un brano costituito da un titolo che lascia spazio all’immaginazione, a quello che verrà dopo. Una traccia che ha fatto dell’elettronica il suo pilastro principale, fondamentale in un viaggio del genere, quasi spaziale, mistico. Un lavoro che annulla il tempo, che ci fa rivivere il passato – il giovane compositore elettronico toscano – il presente – un uomo che si conferma tra i grandi del panorama italiano – e il futuro. Con un inizio del genere non potrà che esserci un seguito altrettanto grandioso.

Alone non è un album. Alone è Gianni Maroccolo.

Blumosso, “In un Baule di Personalità Multiple” ci abbiamo trovato noi stessi e un bel disco 0 87

Quello dei Blumosso è l’unico mare agitato in cui si consiglia di tuffarsi, senza bandiere rosse o limiti di altro genere. Il loro ultimo lavoro, pubblicato nel 2018, si chiama: in un baule di personalità multiple. Probabilmente a condizionare il mio giudizio positivo, oltre all’uscita di un concept album degno di essere chiamato tale, c’è il mio continuo rispecchiarmi in un ragazzo dalle personalità multiple. Ma comunque, parliamo di loro, perché si tratta davvero di un ottimo album.

In un albergo di Milano nasce la speranza, quella di un amore “perfetto” ma non troppo, circondato da promesse fatte soprattutto a noi stessi. Mai raggiungere la perfezione, perché dopo non ci sarebbe più gusto in nulla. Bisogna essere imperfetti, come questo amore “mite” descritto nell’album. Un incipit forte, cantautorale, con un pizzico di rock. Come il peperoncino che sta bene ovunque. Seppur si tratti di un lavoro “forte”, la leggerezza sta alla base di tutto. Alla base di diverso, con chitarre acustiche ed elettriche suonate in modo “soft”, con una batteria che sovrasta il loro suono e che si amalgama perfettamente con la voce. Un brano che racconta la mancanza, la consapevolezza di un uomo che si vede allo specchio e si sente diverso. Stessa cosa per il giorno che ti ho incontrato, caratterizzato da una chitarra elettrica che in maniera dolce fa anche da percussione, o in abbracciami amor mio, un brano accompagnato da un arrangiamento perfetto – tra i migliori, ma questo può essere soggettivo – pieno di soul e caratterizzato da un piccolo solo per spezzare il ritmo. Nel quinto brano, in piovere, si inizia a sentire un cambio di sound: più elettronico e ambient. Con qualcosa che rimanda ai The Giornalisti. Quest’ultima frase può essere intesa sia come un complimento che come una critica, ma in ogni caso resta lì dove si trova. Da questo punto in poi, dopo la pioggia, arriva la vivacità di hai finito la noia”. Un vivace associato al sound, con un testo che potrebbe essere definito l’opposto (e forse è proprio questo il bello, a parte la chiara influenza “consoliana”). La stessa malinconia ed energia musicale ritrovata in quella maledetta estate (Mi Ricordi), con una forte ritmica e chitarre semplici. Coerenti al sound dell’album insomma. Tornando di un brano indietro, a Irma Cara, introdurremo l’unica ballata folk del brano e, a parer mio, il pezzo migliore di questo concept album pugliese. Nel penultimo pezzo, in Non Eri un Angelo, torna – una batteria perfetta con il suo ritmo lento, pronta ad accompagnare un solo di chitarra convinto e ottimo nel sound– la stessa malinconia dei brani precedenti. Sarà l’effetto della consapevolezza, è sempre brutto capire che la persona di fronte a noi in realtà non è un “angelo”. All’ultimo secondo fa notare quello che ormai era chiaro in questa storia d’amore. Un brano malinconico, che rimarca l’ottimo cantautorato della band e la loro professionalità tecnica, in termini di arrangiamento di pezzi e voce.

Una storia bipolare che nasce speranzosa e svanisce, come ogni cosa nella vita. Lasciando cicatrici indelebili nel nostro cuore e nella nostra mente.

Fine..

DESCRIZIONE A CURA DELLA BAND

L’idea è quella di creare un concept album che, brano dopo brano, racconti la trama di un amore discreto che, leggero, si descrive in tutte le sue evoluzioni: nasce, speranzoso, “in un albergo di Milano” per poi svanire nella triste constatazione che le promesse di lei sono lontane da quelle dell’angelo immaginato. La voglia di ritrovarsi, però, unita al bisogno di leccarsi le ferite inflettesi a vicenda, prevale sulla lontananza dei due cuori distanti e, nonostante l’apparente assenza di sentimenti, quell’amore indesiderato sboccia ancora, salvato, anche esso, dal ricordo di dettagli quotidiani tanto simili quanto diversi. Ed è proprio lì, in quel baule, che tutto questo è racchiuso: l’inizio, la fine, la potenza e lo sconvolgimento di un amore inaspettato ma anelato. Irraggiungibile, quasi, eppure già perduto”.

TRACKLIST

  1. In un albergo di Milano
  2. Diverso
  3. Il giorno che ti ho incontrato
  4. Abbracciami amor mio
  5. Piovere
  6. Hai finito la noia
  7. Irma cara
  8. Quella maledetta voglia d’estate (Mi Ricordi)
  9. Non eri un angelo
  10. All’ultimo secondo

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