Uno Maggio Taranto, Emma Marrone: “Tarantini gente d’oro, meritano di essere ascoltati” 0 357

Uno maggio spettacolare quello tarantino, ricco di messaggi e di grandi artisti tra cui la pop star salentina Emma Marrone che a Blunote Music parla delle sue sensazioni e dei suoi progetti:

Ciao Emma! Quinta edizione dell’Uno Maggio Libero e Pensante: come hai vissuto quest’esperienza e che accoglienza hai trovato?
Come mi hanno accolto a Taranto? Beh, il primo impatto è stato meraviglioso. Già durante il soundcheck c’era tantissima gente: mi hanno accolto benissimo. Per me l’uno maggio tarantino è un evento speciale, un sogno che avevo nel cassetto e che realizzo quest’anno. Spero che la gente capisca l’importanza di questo concerto grazie alla musica”.

Sappiamo che sei stata a Tokyo e non solo…
“Sto avendo la possibilità di fare tante cose nuove e diverse. Per me questo è importante dato che mi fanno imparare tanto, sperando che mi facciano anche diventare un’artista e una persona migliore. Queste avventure le accolgo sempre con grande piacere”.

Qual è il messaggio che Emma Marrone vuol lanciare ai tarantini?
“E’ gente d’oro. Sono informata di tutto, dato che sono anche io pugliese e capisco le problematiche del Sud. I tarantini hanno due attributi enormi e spero che qualcuno li ascolti perché lo meritano”.

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Intervista a Murubutu, tra nuovo disco, collaborazioni e antifascismo 0 608

Alessio Mariani, in arte Murubutu, è un rapper emiliano classe 1975. Affermatosi negli ultimi anni grazie alla sua formula di “rap didattico”, è un artista che non ha bisogno di molte presentazioni. Professore di storia e filosofia nella vita, Murubutu ha portato il “suono della strada” oltre il suo stereotipo, convertendo il paradigma del rap come musica “dissacrante” in un’arte formalmente e contenutisticamente sublime. Il suo stile trobadorico, le ambientazioni suggestive e le sue narrazioni, a volte proprie e a volte d’ispirazione, l’hanno reso in poco tempo uno degli artisti più apprezzati, nonché unici, nel suo genere in Italia. Al suo fianco sono comparse figure d’altrettanta caratura artistica, in studio e sul palco, tra cui Claver Gold, Rancore, Dargen D’Amico, Ghemon, Mezzosangue, Caparezza, Dutch Nazari, Willie Peyote e la sua immancabile crew La Kattiveria. La sua consacrazione arriva di fatto con la pubblicazione del suo terzo album “Gli ammutinati del Bouncin’ ovvero mirabolanti avventure di uomini e mari” (2014) che vede, tra le tante cose, il ritorno sulla scena dell’etichetta bolognese Mandibola Records, pezzo di storia dell’hip hop italiano. L’album è anche il primo concept del professore di Reggio Emilia, in cui ogni canzone è appunto legata all’altra dalla presenza del mare come minimo comune denominatore. Sarà seguito da “L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti” (2016), che lo impegnerà in un tour che toccherà ogni angolo dello Stivale. Il 1 febbraio 2019 esce “Tenebra è la notte e altri racconti di buio e crepuscoli”, quinto album solista e terzo concept, anticipato dai singoli “La notte di San Lorenzo” e “La vita dopo la notte”. Il titolo del disco parafrasa il celebre romanzo di Fitzgerald, ed altrettanto ricche di citazioni e riferimenti sono le tracce che lo compongono. Colto il pretesto, ci siamo rivolti a lui per conoscere meglio la sua storia, i suoi processi di creazione, e qualche curiosità su un album che, malgrado siamo soltanto all’inizio, si staglia già sul podio delle uscite migliori dell’anno.

Tenebra è la notte Murubutu Blunotemusic

Se fossi Forbes, ti inserirei in una classifica delle dieci figure più influenti dello Stivale dal punto di vista culturale.
“(ride, ndr.) Grazie, troppo gentile!

L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti” è uscito verso la fine del 2016 ed è stato seguito da un tour lunghissimo, terminato alla fine del 2018. Poi, dopo il rilascio dei singoli e qualche collaborazione di qualità (tra tutte, ricordiamo “L’effetto farfalla” in “Dead Poets II” di DJ Fastcut), ci hai regalato “Tenebra è la notte e altri racconti di buio e crepuscoli”. Servirebbero più corpi per continuare a realizzare e allo stesso tempo mantenere un’attività artistica così intensa, se contiamo che c’è “una vita oltre Murubutu”.
C’è stato anche un mixtape, dove ho raccolto alcune collaborazioni che ho realizzato nel tempo, nonché qualche inedito. Per me è un passatempo, non sono un professionista della musica, sono un dilettante. Però questo mi rilassa molto, per me non è un lavoro, ecco. Il mio lavoro vero lo intervallo con la mia passione: c’è chi va a fare giri in bici, chi va in palestra, io faccio musica”.

Una passione che comunque richiede un grande sforzo di ricerca.
Sì, beh, la scuola in questo mi aiuta molto. Mi mantiene sempre stimolato e devo studiare spesso, a prescindere dalla musica”.

Quando il buio cala, pare che il mondo smetta di girare su se stesso e tutto si fermi. La notte diventa una sorta di camera di decompressione in cui tutti i personaggi sono bloccati in una dimensione tra il sogno (in alcuni casi l’incubo) e i ricordi. L’album è pervaso da una sensazione di stasi, ad eccezione della traccia omonima.
“Tenebra è la notte” è una delle poche che ha un esito positivo, che ha una progressione. Per quanto riguarda le altre, è giusta la tua impressione, quando parli di “staticità”, ma dipende dal fatto che quando ci si confronta con i pensieri – che di notte sono più voluminosi – il tempo scorre più lento. Malgrado questo, una progressione ce l’ha anche la dimensione notturna nell’album. Tutti i pezzi hanno la loro forma di progressione: pezzi come “La stella e il marinaio”, che sono più atmosferici, comunque prevedono un decorso; “Le notti bianche”, che sembra così surreale, in realtà un suo decorso ce l’ha, prevede una fine. Io amo inserire trame che siano progressive. Poi in alcuni brani, magari, c’è più atmosfera, specie in quelli in featuring, perché è più difficile costruire uno storytelling con un’altra persona. “Wordsworth” o “L’uomo senza sonno”, ad esempio, hanno una progressione minore, ma comunque c’è, di tipo emotivo e cognitivo. Raramente c’è solo paesaggio”.

Tenebra è la notte” è un album fittissimo di citazioni e riferimenti ad opere della letteratura moderna e contemporanea, come hai già raccontato in più occasioni.
Sì, sicuramente ci sono molti riferimenti alla letteratura, che è “la mia cifra”, nel senso che mi piace inserire negli album una componente culturale e soprattutto letteraria”.

Nel tuo racconto della “notte”, però, ci sono anche richiami alla classicità, come dimostra l’introduzione stessa “Nyx”. Ho associato anche la figura di Artemide Trivia ad alcuni scenari da te descritti, in cui la luna, la morte e, in senso più ampio, la natura, pare abbiano un legame tra loro. È corretto?
Questa forse è più un’immagine utilizzata da Caparezza”.

Inoltre, in “la stella e il marinaio”, si può dire che tu abbia operato un “catasterismo”, che pure è ricorrente nella mitologia classica?
Il tema del notturno è in generale molto ricorrente nella mitologia classica. Avevo cominciato a sviluppare una canzone molto difficile sul tema delle incursioni notturne nella letteratura, che passava dall’“Iliade” alla “Gerusalemme Liberata”. Insomma, passaggi importanti dei classici della letteratura. Poi però si è rivelata un po’ troppo difficile da gestire. Questo comunque sta a dimostrare come il tema del “notturno” attraversi la letteratura dai classici, passando per i moderni, fino alla contemporaneità. Anche se in realtà, per quanto riguarda i contemporanei, è stato difficile trovare dei riferimenti. Uno di questi è “Di notte”, di Mercedes Lauenstein, a cui è ispirata, per l’appunto, la titletrack”.

Però adesso questa traccia ce la aspettiamo.
“(Ride, ndr.) Sarebbe una di quelle da realizzare con qualche collaboratore, perché da solo può risultare un po’ pesante, ma lo stimolo c’è”.

Vieni spesso identificato nella tua dualità professionale ed artistica. Mi piacerebbe invece chiedere all’Alessio Mariani che non è ancora né professore né artista affermato cosa l’ha avvicinato alla cultura hip hop.
Io sono di una certa età, mi sono avvicinato alla cultura hip hop all’inizio degli anni novanta, quando ancora era vivo il fenomeno delle posse. L’hip hop stava nascendo, e per me, ancora adolescente, era un bell’esempio di identificazione: una controcultura, fondamentalmente, però ispirata a dei valori piuttosto solidi”.

Soprattutto tra Bologna e Reggio Emilia..
Esatto, forse a Reggio Emilia un po’ meno, ma a Bologna tantissimo – penso all’“Isola nel Kantiere” o agli stessi Sud Sound System, che gravitavano attorno alla città. C’era un bel movimento, e quindi era decisamente affascinante vedere nascere e sentirsi parte di questo movimento che cresceva e diventava sempre più grande”.

Te lo chiedo perché, ad esempio, in “L’uomo senza sonno” è presente una campionatura di “NY State of mind”, tra l’altro una delle canzoni più campionate nel mondo del rap. Oggi conosciamo Murubutu come un rapper “lontano dalle strade”, dalla scrittura certosina e dal registro raffinato, ma i racconti delle strade provenienti dall’America, o lo stesso “Illmatic” ad esempio, hanno contribuito – e se sì, quanto – alla costruzione del tuo immaginario?
Guarda, la fruizione del rap d’oltreoceano è stata sempre un mio punto di riferimento dal punto di vista musicale, più che liricistico. Dal punto di vista contenutistico, personalmente mi sono sempre ispirato al cantautorato italiano, e penso che questa cosa si avverta. Sono stato anche ispirato dallo storytelling nazionale già dai tempi di “La casa è un diritto” dei Comitato (contenuta nell’album “Immigrato”, 1993, Universal Music Italia, ndr.), anche se purtroppo ha avuto vita breve, e altri episodi saltuari che hanno caratterizzato il rap italiano – penso a Stokka & MadBuddy, ad esempio -. Se invece devo nominarti un album d’oltreoceano, anche piuttosto “recente”, sicuramente c’è posto per “The Truth” di Beanie Sigel”.

Nei romanzi di Kafka, come “Le metamorfosi” o “Il processo”, la notte rappresenta spesso un’ellissi temporale. I fatti accadono all’improvviso, e apparentemente senza motivo, al risveglio dei protagonisti. È curioso, quindi, come Kafka trovi posto in uno scenario notturno. Come mai?
Perché Kafka era un grafomane notturno. Volevo dedicare un brano alla scrittura notturna e avevo in mente questa evoluzione con una “scoperta” finale – caratterizzante di molti miei brani -, che spinge a rivedere la storia da capo. In questo caso, si parla di una vita, e alla fine si scopre che si trattava di una vita celebre. Kafka era l’ideale, perché scrisse tantissime lettere, e per la maggior parte di notte. Non dormiva praticamente, anche se lavorava di giorno. Questa dimensione surreale e visionaria, ma anche di talento nella scrittura, era l’ideale per scrivere questo brano”.

La canzone parla del rapporto epistolare tra Franz e Milena Jesenskà, ma le “Lettere a Milena” non sono state le sole ad essere pubblicate. “Lettera al padre” è un libro fondamentale per la lettura e la comprensione delle ambientazioni kafkiane, in cui l’autore si esprime sul rapporto conflittuale con suo padre. Hai pensato di scrivere una “Lettera al padre” al posto di “Franz e Milena”?
Ci sono arrivati diversi carteggi di Kafka, che tra l’altro non scrisse solo a Milena, ma ebbe anche altri amori. Io mi sono concentrato su quello di Milena perché era assolutamente toccante come racconto, ma se ne sarebbero potuti prendere altri. In ogni caso, era proprio quello di cui mi interessava scrivere”.

Kafka e Milena, Murubutu, blunotemusic
Kafka e Milena

Nella tua scrittura che ruolo ha la simbologia? Nel tuo album sono presenti simboli che forse non siamo riusciti a cogliere?
In realtà la mia è una scrittura abbastanza evocativa, mi lascio ispirare molto dal Naturalismo. Non c’è molto da decriptare a livello simbolico. Le mie sono suggestioni paesaggistiche, non c’è un’elucubrazione di tipo simbolico dietro, che voglia rimandare a qualcosa. Poi magari ci sono diversi sottolivelli di lettura, ma la mia non è una scrittura enigmatica”.

Che rapporto hai con il teatro? Hai mai pensato di scrivere una sceneggiatura?
In passato, durante gli anni novanta, con il mio gruppo ci siamo dedicati ad una bolla di teatro. Era una cosa molto istintiva, ma aveva la sua parte di rappresentazione. Mi è sempre piaciuto legare il rap al teatro, tant’è che il mio grande sogno sarebbe scrivere un musical per l’appunto. Non intendo un musical rap spostato sull’aspetto solo rappresentativo, ma anche tecnico. Questo però sicuramente rimarrà solo un sogno, perché è una cosa assolutamente impegnativa da portare avanti. In ogni caso, il teatro è sicuramente una cosa che mi piace, e anche quando facciamo i live, il tour parte all’interno di un teatro”.

La notte di San Lorenzo” rappresenta un’eccezione nell’album, perché è scritta in prima persona. Chi è l’“io” che parla, e a chi si rivolge?
L’“io” che parla è il bambino morto. Questa è l’originalità dell’approccio, anche se si coglie solo alla fine, che è lui a parlare: malgrado non ci sia più, è come se ci fosse ancora. C’è qualche altro brano che ho scritto in prima persona – “Buio”, ad esempio -, anche in passato. Lo faccio più raramente perché mi piace la terza persona. Ho un approccio piuttosto classico alla narrazione, però ogni tanto provare qualcosa di nuovo non fa male”.

Murubutu è un artista che mette d’accordo tutti quanti. Le collaborazioni che hai scelto sono di grandissima qualità e tutte dotate di una grande abilità di “storytelling”. Scegli i featuring maggiormente in base al rapporto che hai con gli artisti o alla loro scrittura?
Sicuramente in base alla scrittura. Pur stimandoli, non conoscevo personalmente né Caparezza né Mezzosangue. Li ho scelti perché ci trovavo un’affinità dal punto di vista della scrittura e poi perché li ritengo dei grandi esempi per il rap in Italia. Volevo che quest’album, come quello precedente, fosse rappresentativo anche per le giovani generazioni di quello che è un tipo di scrittura alta nel rap”.

Caparezza è il grande ospite dell’album, che probabilmente tutti sognavano ma nessuno si sarebbe davvero aspettato. Come siete giunti alla stesura di “Wordsworth”?
Anche a livello di visibilità, oltre che di distanza, Caparezza non è un artista facile da raggiungere, dato che è molto esposto. È un artista che stimo molto, perché è stato uno dei primi a veicolare determinati messaggi al pubblico, e viceversa da parte sua. La sua disponibilità a lavorare con me è emersa tramite un amico comune, ed io gli ho proposto sia il beat che la tematica. Lui ha accettato subito. Ammetto di aver scelto un beat che sapevo sarebbe stato nelle sue corde, conoscendo la sua produzione; e anche la tematica, avendo ascoltato le sue canzoni dedicate alla luna. Mi sembrava che tutto quadrasse, dalla sonorità alla stesura, e così è stato”.

Hai mai pensato, come Caparezza aveva fatto in “Le dimensioni del mio caos”, di scrivere un concept album concentrato su una storia sola, un “fonoromanzo” o un “fonopoema” epico?
Sarebbe un progetto bellissimo, ma temo che mantenere gli stessi personaggi o una trama costante dall’inizio alla fine di un album sia un po’ troppo vincolante. Insomma, è bene sperimentare, provare, però bisogna anche avere consapevolezza dei propri limiti”.

Siamo quasi giunti alla fine, per cui vorrei toccare un argomento attuale a partire da una sua vicissitudine personale, ossia la “libertà di espressione”. Nel 2014 tieni un concerto a Bologna, e dopo aver cantato “Martino e il ciliegio”, iniziano a volare le accuse. Cos’è successo quella notte?
Non ero presente quando c’è stata questa contestazione da parte di Forza Nuova. Loro contestarono il locale con il pretesto di aver accolto un cantante – me, nello specifico – che dedicava una canzone a Prospero Gallinari. Chiaramente si trattava di un fatto pretestuoso, perché chi ascolta la canzone capisce che il taglio non è politico, ma antropologico. Sto raccontando una storia. È come se mi si venisse a criticare il fatto che “Quando venne lei” sia un’incitazione alla droga o un elogio dell’eroina. Queste storie sono segnate da scelte sbagliate, da contesti e mille altre cose, non sono un elogio di chicchessia. Questo si evince subito, se si è un ascoltatore attento; è ovvio che si cercava un pretesto e l’hanno trovato”.

Tra l’altro, anche la fine di “Martino e il ciliegio” si discosta dalla biografia dello stesso Gallinari.
Si, come faccio spesso è una storia romanzata ispirata ad un fatto vero. Credo che il fatto di essermi dichiarato antifascista abbia fatto la differenza”.

Sulla strumentalizzazione in termini fascisti di Battisti, Mogol si è espresso così: «Lucio Battisti non è mai stato interessato alla politica. E io ne sono un testimone diretto: con me non ne ha mai parlato. […] Il punto è che all’epoca, negli anni Sessanta e Settanta, o andavi in giro con il pugno alzato e cantavi Contessa, oppure eri fascista. O qualunquista. Ma io e Lucio eravamo semplicemente disinteressati alla politica e quando si votava, lo si faceva per il meno peggio. Preferivamo raccontare il privato, anche se brani come Anima Latina erano molto sociali, e per questo siamo stati denigrati. Ma ormai non sono neanche più irritato per queste accuse». Cosa ne pensi?
È normale che si parla di un contesto completamente diverso da quello attuale, che non si può equiparare. Sono cambiate tante cose dal punto di vista del dibattito anche all’interno della sinistra stessa. Nel mio caso, la contestazione nasceva dal presunto elogio alla lotta armata, che è tuttora anticostituzionale. Non era quindi una questione solo ideologica, era una questione di legalità; loro si facevano forti non tanto della sola questione ideologica, ma di quella costituzionale. Il comune aveva abolito la propaganda anticostituzionale, e quindi conseguentemente, anche l’incitazione alla lotta armata. Questo era il discorso che aveva fatto scalpore, secondo Forza Nuova; nel caso di Battisti, invece, si trattava di semplice strumentalizzazione politica. Ma non ci dobbiamo scordare che anche Guccini era stato contestato, e per giunta a sinistra, malgrado fosse apertamente di sinistra”.

Chi è Murubutu nei suoi sogni?
“(Ride, ndr.) Sicuramente un buon insegnante. E poi magari anche uno scrittore in futuro, chi lo sa”.

Intervista ai Tre Allegri Ragazzi Morti: “Con Sindacato dei Sogni vogliamo essere eleganti e nudi.” 0 323

Sono passati 25 anni da quando Davide Toffolo, Enrico Molteni e Luca Masseroni hanno dato vita ai Tre Allegri Ragazzi Morti. E in questi anni di cose ne sono successe al giovane felice trio deceduto di Pordenone: c’è stato il punk delle origini, c’è stato il reggae e c’è stata la cumbia. È passato Jovanotti, un’orchestra swing e un sacco di altra gente. È rimasta una florida etichetta indipendente (La Tempesta Dischi), sono rimaste le maschere e la voglia di fare qualcosa di nuovo.

Oggi torniamo a parlare di loro. Anzi, meglio: parleremo direttamente con loro, perché è da poco uscito il nuovo disco Sindacato dei sogni, in bilico fra le nude sonorità degli esordi e le eleganti influenze psichedeliche.

La copertina di ‘Sindacato dei Sogni’, il nuovo disco dei TARM

Partiamo dall’inizio: come descrivereste e di che cosa parla ‘Sindacato dei sogni’?
“Dieci canzoni di rock psichedelico californiano/pordenonese del 1982/2019. I temi trattati sono vari, non è un concept. Si parla della nostra città, ci sono molte figure femminili, c’è la natura, c’è la festa. Molti temi.“

Riguardo il titolo, avete spiegato che è un omaggio ai The Dream Syndicate, uno dei gruppi più importanti nella scena Paisley Underground, ma che il titolo di lavorazione è stato a lungo ‘Classic’. Sembrerebbe quindi che l’idea iniziale abbia preso una direzione un po’ diversa grazie all’influenza di questa vena rock e psichedelica. È esatto?
Sì direi di sì. ’Sindacato dei sogni’ è un titolo che offre più spunti di riflessione. A loro volta i Dream Syndicate l’avevano preso dal disco di Tony Conrad coi Faust, e a loro volta chissà. Rimane il fatto che se esistesse un vero Sindacato dei sogni sarebbe bello, sarebbe utile, in un certo senso l’intenzione è stata quella di fondarlo con questo album.”

Avete anche detto che al primo ascolto questo disco ‘sembra’ un ritorno alle origini. Effettivamente lo spirito dei primi lavori è abbastanza evidente. Ad esempio il titolo della nona traccia ‘Non Ci Provare’ mi ha fatto tornare subito alla mente il “non ci provare ad entrare nelle nostre vite” di ‘Mai Come Voi’. Già dal secondo ascolto, però, direi che si inizia a notare qualcosa di differente, anche solo a livello di arrangiamento. Un’originalità diversa, in conflitto rispetto a quel ‘ritorno alle origini’. Insomma, dietro a quel ‘sembra’ c’è un mondo. Musicalmente parlando, come sono cambiati i TARM rispetto a 25 anni fa e cosa, invece, è rimasto uguale?
“Cerchiamo ogni volta di darci un obiettivo diverso, un abito nuovo. In questo caso volevamo essere eleganti nudi. E nudi oggi non possiamo che essere simili a nudi anni fa. Con l’avvento delle nuove tecnologie registrare un disco è diventato sempre più impersonale. Si taglia, si copia, si incolla, si spedisce. Qui siamo noi che suoniamo per ore gli stessi giri alla ricerca di una sensazione che è quella catturata nel disco. Però viviamo nel presente, non siamo un gruppo nostalgico. Quindi, vecchia tecnica, nuova testa.”

La terza traccia si intitola ‘C’era un Ragazzo che Come Me Non Assomigliava a Nessuno’, quindi ve lo devo assolutamente chiedere: come si concilia Gianni Morandi con i TARM? E ancora, c’è qualche influenza italiana in questo disco?
“Chiaramente prendere spunto da una canzone così nota come quella di Morandi e rovesciarla, negarne il senso, contraddirla, è di per sé un atto violento. È il grido d’orgoglio della nostra diversità. Noi non assomigliamo a nessuno. Abbiamo ascoltato molta musica mentre registravamo ma tutte cose straniere e vecchie, dai Grateful Dead ai Can, dai Television ai Jefferson Airplane, non volevamo essere influenzati da quello che sta succedendo in questi anni in Italia e che speriamo anche muti velocemente. Lo dico nel senso che ci affascinano da sempre le cose catalogabili come oddities & curiosities, oggi in giro c’è tanta normalità. La normalità dopo un po’ diventa noiosa.”

In un’intervista del 2016 per rockit.it esprimevate il desiderio che la musica italiana e anche il vostro pubblico si mescolassero sempre di più con elementi esteri. Tre anni e qualche cambiamento politico dopo, pensate che questo mix sia ancora possibile? O pensate che la paura per il negro (sic, n.d.r.), lo zingaro e il povero di cui parlate in “Non Ci Provare” abbia ostacolato il processo?
“Viviamo tempi così assurdi che fatico a capire cosa sta succedendo. Recentemente ho letto da qualche parte la celebre frase di Warhol stravolta: “Nel futuro tutti avranno quindici minuti di anonimato”. È bellissimo, è tutto al contrario. Rimane il fatto che sarebbe giusto mescolarsi di più. Noi come band la pensiamo così.“

Nel video di ‘Bengala’, fra tante cose, mi ha colpito il ruolo della tecnologia. Gli smartphone, ad esempio, hanno cambiato drasticamente le nostre vite e comportano dei rischi non indifferenti. Però oltre alla sacrosanta necessità di “lanciare il telefono sul prato”, mi sembra di coglierci uno sguardo consapevole sul fatto che si possa trovare un po’ di poesia anche in questi mezzi. Che è un po’ quello che volevate dire con “Persi nel Telefono”. Siete d’accordo?
“Sì, la tua è una bella interpretazione. Perché lanci il telefono sul prato, ma poi con ogni probabilità te lo vai anche a riprendere.”

Parliamo di ‘Una Ceramica Italiana Persa in California’, riassunta visivamente nella copertina stessa. Avete scritto che è “la vera chiave” per leggere il disco, oltre ad essere la preferita di Davide. Possiamo azzardare che contiene pure un po’ tutti i temi centrali della vostra carriera? Ci sono riferimenti al mondo animale e naturale, c’è la libertà, c’è l’amore, c’è la determinata affermazione della propria personalità.
“Sì, quel brano è particolarmente rappresentativo di quello che volevamo fare. Non ha logiche commerciali, è un viaggio vero e proprio col basso in tre e la batteria in quattro – roba da spaccare la testa -, ha un testo breve ma molto poetico; un cantico. Qualcuno ci ha detto che dovevamo metterla come prima del disco. Chissà, forse aveva ragione. E presto uscirà il video, roba da Oscar.”

Non può esistere un album dei TARM che non parli di adolescenza, ma da qualche tempo si è insinuato anche il tema della maturità e dell’essere adulti. Com’è la vita da vecchio allegro ragazzo morto?
“Come sai, incarniamo l’adolescente assoluto. È vero però che esistono anche degli adolescenti già vecchi. Comunque quando mettiamo la maschera non esistono le età e gli acciacchi smettono magicamente di dare noia.”

Le collaborazioni sono tantissime. Dai soliti noti alle nuovissime entrate, la famiglia dei ragazzi morti è sempre più numerosa. Come riuscite a gestire tante voci diverse? E quanto è stato importante il loro contribuito nello sviluppo del disco?
“Sicuramente di grande importanza è stato l’intervento musicale del produttore del disco Matt Bordin. In ogni brano è riuscito, che fosse con una chitarra o con un sintetizzatore, a mettere lo zampino spostando l’asse della nostra idea in una direzione più esotica. Certe scale le conoscono solo lui e Jerry Garcia. Ma poi sicuramente sono stati importanti i contributi di tutti: Andrea Maglia, Bologna Violenta, Francesco Bearzatti, Ruben Gardella, Adriano Viterbini e Davide Rossi.”

Il tour parte da Milano, che è stata protagonista dell’album precedente: che rapporto avete ora con questa città?
“Io, Enrico, ci vivo da una decina di anni. La amo sempre di più.”

Sempre parlando di città, non si può tacere sul grande ritorno di Pordenone, descritta in “Calamita”. Di nuovo, che rapporto c’è con la vostra ‘patria’ ora? E com’è cambiato in questi 25 anni?
“In questo momento solo Luca vive ancora in zona, a Malnisio, ma non è un grande fan del posto. Vorrebbe il sole ed il mare, mentre lì effettivamente piove e c’è la montagna. Davide vive a Roma. In ogni caso Pordenone batte sempre nei nostri cuori. È un’idea che rimarrà per sempre. Calamita, se ci fai caso, è il secondo tempo di “Prova a star con me un altro inverno a Pordenone”. In quella canzone, nel 2001, si cantava di andare via. In questa, nel 2019, dopo essere andati via, si dice che forse tornare sarebbe bello, che lì si sta bene, nonostante la gente che c’è in giro la notte nei bar.“

Ultima domanda sui live: qualche novità di cui potete parlarci? Dalle foto si intravede anche un nuovo costume…
“La prossima settimana faremo una sorta di ritiro in Carnia e decideremo tutto, i costumi sono già progettati. Ci vediamo presto ai concerti!”

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