“Violence”, il nuovo album degli Editors ne delinea la vera identità 0 957

«We’ve all been changed from what we were» cantava un giovane Tom Smith nell’ormai – ahinoi! – lontano 2007. La canzone era “Smokers Outside the Hospital Doors”, l’album “An End Has a Start” (il secondo della band di Birmingham). Più di dieci anni sono trascorsi da allora e, in effetti, si può dire che nel frattempo gli Editors di cambiamenti ne abbiano vissuti non pochi.

A cominciare dalla line-up della band, rivoluzionata nel 2012 in seguito all’addio del chitarrista/co-fondatore Chris Urbanowicz e al conseguente approdo di Justin Lockey (chitarra) e Elliot Williams (tastiere, chitarra), fino ad arrivare ai molteplici – e talvolta repentini – cambi di direzione effettuati dal gruppo inglese durante il proprio percorso artistico.

Un percorso iniziato nel 2005 con l’acclamato “The Back Room”, con il quale gli Editors si affacciano per la prima volta sul panorama musicale internazionale presentandosi come l’ennesima band appartenente a quel movimento, denominato post-punk revival, che tanto stava caratterizzando l’indie rock di inizio terzo millennio (The Strokes, Interpol, Franz Ferdinand, The Killers per fare qualche nome). Con il successivo “An End Has a Start” (2007) la formula non cambia; semmai viene perfezionata da una maggiore ricchezza negli arrangiamenti e dall’inserimento di testi più maturi e meno minimali. È con la terza “fatica”, “In This Light and on This Evening” (2009), che si assiste alla prima decisa virata verso nuovi e, fino ad allora, inesplorati lidi: quelli dell’elettronica e del synth-pop anni ’80. Una dimensione sonora che sembrerebbe sposarsi alla perfezione con le atmosfere dark delle melodie cantate con penetrante voce baritonale da Tom Smith. Ciò nonostante, gli Editors decidono di non dare continuità alla strada intrapresa e nel 2013 ritornano rinnovati tanto nella formazione quanto nel sound. Esce “The Weight of Your Love”, che rappresenta un forte elemento di discontinuità rispetto al precedente lavoro: non più Depeche Mode e New Order in cima alla lista delle influenze, bensì R.E.M. e Bruce Springsteen. Il risultato è un disco che regala la consacrazione commerciale ai ragazzi di Brimingham, ma che non sembra appartenere loro davvero. Probabilmente è questo il motivo che spiega il dietrofront effettuato con “In Dreams” (2015), il quale riprende e porta avanti il discorso lasciato in sospeso dopo In This Light and on This Evening.

Proprio in questi giorni, dopo quasi tre anni di attesa, gli Editors sono tornati con “Violence”, sesto LP della band (come rimarcato in copertina dalla dicitura del titolo che rimanda al corrispondente numero romano: “VI OLENCE”). L’album è stato registrato nell’ultimo biennio, durante le pause tra un tour e l’altro, e vanta le collaborazioni del produttore Leo Abrahams (Brian Eno, Jon Hopkins, Paolo Nutini, Starsailor…) e del membro dei Fuck Buttons Blanck Mass – che, come dichiarato da Tom Smith, ha contribuito alla realizzazione di un sound più brutale e aggressivo -.

Già ad un primo ascolto ci si rende conto di come con Violence gli Editors abbiano voluto creare un ponte ideale tra quelle che, da sempre, sono le due anime musicali che definiscono l’identità della band inglese: il rock e l’elettronica. In questo senso si può dire che Violence si pone a metà strada tra i precedenti In Dreams e The Weight of Your Love, fungendo da perfetta sintesi tra la darkwave del primo e l’alternative rock di matrice statunitense del secondo. Certo, non si tratta di un mix egualmente ripartito, in quanto l’elettronica continua a farla da padrona. Anzi, proprio laddove vuole essere “elettronico”, questo disco sa spingersi più in là rispetto a quanto faceva il suo predecessore (arrivando a toccare i confini della dance dura e pura). Tuttavia, come detto, non mancano momenti in cui la band mette da parte (comunque mai totalmente) synth, drum machine e campionatori vari per rispolverare chitarre e amplificatori. Il risultato è un disco che con le sue nove tracce (undici nella versione deluxe) compendia quanto di buono gli Editors avevano già dimostrato di saper fare in passato, ma che era stato disseminato in lavori poco coerenti tra di loro. È come se con Violence la band avesse voluto sintetizzare per un ascoltatore neofita chi sono gli Editors, da dove vengono e cosa hanno da dire.

Il disco si apre con il synthpop di “Cold”, una traccia che avrebbe potuto figurare benissimo nella tracklist di In Dreams, senza dare l’impressione di trovarsi fuori contesto. L’intento, probabilmente, era quello di aprire il disco con un pezzo che si ponesse in continuità con quanto già proposto nel lavoro precedente. Da questo punto di vista Cold riesce a traghettare l’ascoltatore dalle derive oniriche, alle quali era stato lasciato con In Dreams, sulle sponde di una landa fredda e solitaria di cui Tom Smith e soci si fanno cantori. Già, perché il trait d’union che lega i testi di queste 9 tracce – quasi come se ci trovassimo di fronte ad un’idea embrionale e non del tutto sviluppata di concept album – è rappresentato dal bisogno di connessione umana tra individui, unica vera protezione nei confronti di un mondo profondamete violento e alienante. «It’s a long and lonely life, stay with me» – non a caso – è la disperata richiesta lanciata da Smith in Cold.

Atmosfere alla Muse per “Hallelujah (So Low)” secondo singolo estratto – che, più di ogni altra traccia del disco, riprende suggestioni e sonorità vicine a quelle già ascoltate in The Weight of Your Love (il brano, per certi versi, ricorda “Sugar”). L’iniziale chitarra acustica, sorretta dai contrappunti di una funzionale drum machine, sfocia a fine strofa in un violento riff di chitarre cariche di fuzz. Il tutto accompagnato da un beat ossessivo di batteria ultra compressa. Nonostante l’ottima produzione (caratteristica comune a ognuno dei pezzi dell’album) il brano, se spogliato del suo accattivante arrangiamento, costituisce uno dei momenti più deboli e meno ispirati del disco.

Si arriva così alla title track, “Violence”: vero e proprio inno EDM che con la sua martellante cassa dritta e il suo basso tagliente alla Peter Hook non può non far ballare al ritmo del suo incedere ipnotico e inesorabile. La voce crepuscolare di Tom Smith si arrampica sapientemente sulle complesse architetture sonore erette dai sintetizzatori per ammonirci sulla natura “violenta” e “disperata” dell’umana stirpe.

È poi il turno di “Darkness at the Door” che, a dispetto del titolo, rappresenta il momento più solare ed allegro dell’album. Un fraseggio di chitarra in pieno stile U2 anticipa una strofa che potrebbe tranquillamente esser uscita dalla penna del Chris Martin di Mylo Xyloto (preoccupante, me ne rendo conto). La melodia in falsetto del ritornello, invece, riporta alla mente i The 1975. Suggestioni a parte, Darkness at the Door è un più che discreto pezzo pop (futuro singolo?) che, grazie all’incisività della sua melodia, si scolpisce nella memoria già dopo un paio di ascolti.

Abbandonate le derive coldplayiane di Darkness at the Door, gli Editors riabbracciano la tanto cara elettronica e tirano fuori dal cilindro “Nothingness”, una ballata nichilista («We wait in line for nothingness») che parte poggiandosi su un tappeto intessuto da loop elettronici e arpeggi di synth per poi esplodere nel solito chorus accattivante e ballabile – da sempre specialità di casa Editors -.

Si arriva così al pop rock del primo singolo estratto, “Magazine”, che con il suo ritornello catchy e radiofonico mescola alla perfezione la consueta ritmica dance a una melodia e a un arrangiamento reminiscenti del rock di The Weight of Your Love. Il testo, che come spiegato dallo stesso Smith si prende gioco delle vuote figure di potere a capo della società moderna, rappresenta uno dei primi approcci alla politica da parte degli Editors.

Continuando con l’ascolto i fan della prima ora si imbatteranno in una vecchia, gradita conoscenza: “No Sound But the Wind”. Il brano, diventato ormai un classico della band, fu scritto nel 2008 e inserito nella colonna sonora del secondo capitolo della saga Twilight: “New Moon”. Successivamente, nel 2010, ne venne rilasciata una versione live eseguita per la prima volta in occasione del Rock Wertcher Festival in Belgio. Ora, ad anni di distanza, il brano trova finalmente collocazione in un album vero e proprio (un po’ come accaduto nel 2016 con “True Love Waits nell’ultima release dei Radiohead, “A Moon Shaped Pool”). L’arrangiamento scarno fa di No Sound But the Wind la vera e propria mosca bianca di Violence. Si può discutere sull’opinabile scelta di inserire un brano che, a livello di economia generale, si dimostra essere poco coerente col resto del disco; non sulla bellezza di una toccante ballata che, in questa versione finale, è stata impreziosita dall’aggiunta di inserti di chitarra ambient (quasi post-rock) e archi appena accennati che danno manforte al piano e alla voce greve di Smith.

Non molto da dire sulla poco entusiasmante “Counting Spooks”, che riaccende l’interesse sul finale con la lunga coda strumentale in pieno stile New Order.

Epica chiusura affidata a “Belong”, che con il suo sinistro e solenne incedere marziale alla “Decades” (Joy Division), sembra ricollegarsi al verso di apertura dell’album: «You were waiting for an answer, it was the hardest thing to hear» (Cold). La risposta tanto attesa potrebbe celarsi nell’inciso «Never belong to anyone else but me», col quale Smith pone nuovamente l’accento su quel bisogno di appartenenza, di connessione, di comunità in cui il cantautore inglese individua l’unico rimedio (o risposta, se preferite) per combattere la natura selvaggia («Wilderness») di un’esistenza violenta.

“The Pulse” e “When We Were Angels” sono le due bonus track presenti nella versione deluxe, nonché lo specchio del bipolarismo musicale della band (del quale questo Violence si fa esplicito manifesto). Mentre la prima – già più volte eseguita dalla band nei live degli ultimi anni – viaggia sugli ormai sicuri e battuti sentieri dell’electropop, la seconda – più convincente – poggia su un riff di chitarra “sporco” e aggressivo (stretto parente di quello di “Ground for Divorce” degli Elbow) per poi aprirsi in un ritornello conciliante e armonioso.

In definitiva, questa volta gli Editors non effettuano improvvisi cambi di direzione o brusche inversioni di marcia. Violence è un disco che delinea e definisce l’identità di una band sempre più consapevole nei propri mezzi. Un disco che, pur non vantando la presenza di brani della caratura di “Papillon” o “Munich” al suo interno, fa della maturità dei contenuti e dell’accurata produzione i suoi punti di forza. Un disco che, nel complesso, non aggiunge molto di nuovo, ma che permette alla band di ripercorrere i propri passi per metterli meglio a fuoco, in attesa di conoscere la destinazione della prossima tappa.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 385

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 554

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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