“Violence”, il nuovo album degli Editors ne delinea la vera identità 0 511

«We’ve all been changed from what we were» cantava un giovane Tom Smith nell’ormai – ahinoi! – lontano 2007. La canzone era “Smokers Outside the Hospital Doors”, l’album “An End Has a Start” (il secondo della band di Birmingham). Più di dieci anni sono trascorsi da allora e, in effetti, si può dire che nel frattempo gli Editors di cambiamenti ne abbiano vissuti non pochi.

A cominciare dalla line-up della band, rivoluzionata nel 2012 in seguito all’addio del chitarrista/co-fondatore Chris Urbanowicz e al conseguente approdo di Justin Lockey (chitarra) e Elliot Williams (tastiere, chitarra), fino ad arrivare ai molteplici – e talvolta repentini – cambi di direzione effettuati dal gruppo inglese durante il proprio percorso artistico.

Un percorso iniziato nel 2005 con l’acclamato “The Back Room”, con il quale gli Editors si affacciano per la prima volta sul panorama musicale internazionale presentandosi come l’ennesima band appartenente a quel movimento, denominato post-punk revival, che tanto stava caratterizzando l’indie rock di inizio terzo millennio (The Strokes, Interpol, Franz Ferdinand, The Killers per fare qualche nome). Con il successivo “An End Has a Start” (2007) la formula non cambia; semmai viene perfezionata da una maggiore ricchezza negli arrangiamenti e dall’inserimento di testi più maturi e meno minimali. È con la terza “fatica”, “In This Light and on This Evening” (2009), che si assiste alla prima decisa virata verso nuovi e, fino ad allora, inesplorati lidi: quelli dell’elettronica e del synth-pop anni ’80. Una dimensione sonora che sembrerebbe sposarsi alla perfezione con le atmosfere dark delle melodie cantate con penetrante voce baritonale da Tom Smith. Ciò nonostante, gli Editors decidono di non dare continuità alla strada intrapresa e nel 2013 ritornano rinnovati tanto nella formazione quanto nel sound. Esce “The Weight of Your Love”, che rappresenta un forte elemento di discontinuità rispetto al precedente lavoro: non più Depeche Mode e New Order in cima alla lista delle influenze, bensì R.E.M. e Bruce Springsteen. Il risultato è un disco che regala la consacrazione commerciale ai ragazzi di Brimingham, ma che non sembra appartenere loro davvero. Probabilmente è questo il motivo che spiega il dietrofront effettuato con “In Dreams” (2015), il quale riprende e porta avanti il discorso lasciato in sospeso dopo In This Light and on This Evening.

Proprio in questi giorni, dopo quasi tre anni di attesa, gli Editors sono tornati con “Violence”, sesto LP della band (come rimarcato in copertina dalla dicitura del titolo che rimanda al corrispondente numero romano: “VI OLENCE”). L’album è stato registrato nell’ultimo biennio, durante le pause tra un tour e l’altro, e vanta le collaborazioni del produttore Leo Abrahams (Brian Eno, Jon Hopkins, Paolo Nutini, Starsailor…) e del membro dei Fuck Buttons Blanck Mass – che, come dichiarato da Tom Smith, ha contribuito alla realizzazione di un sound più brutale e aggressivo -.

Già ad un primo ascolto ci si rende conto di come con Violence gli Editors abbiano voluto creare un ponte ideale tra quelle che, da sempre, sono le due anime musicali che definiscono l’identità della band inglese: il rock e l’elettronica. In questo senso si può dire che Violence si pone a metà strada tra i precedenti In Dreams e The Weight of Your Love, fungendo da perfetta sintesi tra la darkwave del primo e l’alternative rock di matrice statunitense del secondo. Certo, non si tratta di un mix egualmente ripartito, in quanto l’elettronica continua a farla da padrona. Anzi, proprio laddove vuole essere “elettronico”, questo disco sa spingersi più in là rispetto a quanto faceva il suo predecessore (arrivando a toccare i confini della dance dura e pura). Tuttavia, come detto, non mancano momenti in cui la band mette da parte (comunque mai totalmente) synth, drum machine e campionatori vari per rispolverare chitarre e amplificatori. Il risultato è un disco che con le sue nove tracce (undici nella versione deluxe) compendia quanto di buono gli Editors avevano già dimostrato di saper fare in passato, ma che era stato disseminato in lavori poco coerenti tra di loro. È come se con Violence la band avesse voluto sintetizzare per un ascoltatore neofita chi sono gli Editors, da dove vengono e cosa hanno da dire.

Il disco si apre con il synthpop di “Cold”, una traccia che avrebbe potuto figurare benissimo nella tracklist di In Dreams, senza dare l’impressione di trovarsi fuori contesto. L’intento, probabilmente, era quello di aprire il disco con un pezzo che si ponesse in continuità con quanto già proposto nel lavoro precedente. Da questo punto di vista Cold riesce a traghettare l’ascoltatore dalle derive oniriche, alle quali era stato lasciato con In Dreams, sulle sponde di una landa fredda e solitaria di cui Tom Smith e soci si fanno cantori. Già, perché il trait d’union che lega i testi di queste 9 tracce – quasi come se ci trovassimo di fronte ad un’idea embrionale e non del tutto sviluppata di concept album – è rappresentato dal bisogno di connessione umana tra individui, unica vera protezione nei confronti di un mondo profondamete violento e alienante. «It’s a long and lonely life, stay with me» – non a caso – è la disperata richiesta lanciata da Smith in Cold.

Atmosfere alla Muse per “Hallelujah (So Low)” secondo singolo estratto – che, più di ogni altra traccia del disco, riprende suggestioni e sonorità vicine a quelle già ascoltate in The Weight of Your Love (il brano, per certi versi, ricorda “Sugar”). L’iniziale chitarra acustica, sorretta dai contrappunti di una funzionale drum machine, sfocia a fine strofa in un violento riff di chitarre cariche di fuzz. Il tutto accompagnato da un beat ossessivo di batteria ultra compressa. Nonostante l’ottima produzione (caratteristica comune a ognuno dei pezzi dell’album) il brano, se spogliato del suo accattivante arrangiamento, costituisce uno dei momenti più deboli e meno ispirati del disco.

Si arriva così alla title track, “Violence”: vero e proprio inno EDM che con la sua martellante cassa dritta e il suo basso tagliente alla Peter Hook non può non far ballare al ritmo del suo incedere ipnotico e inesorabile. La voce crepuscolare di Tom Smith si arrampica sapientemente sulle complesse architetture sonore erette dai sintetizzatori per ammonirci sulla natura “violenta” e “disperata” dell’umana stirpe.

È poi il turno di “Darkness at the Door” che, a dispetto del titolo, rappresenta il momento più solare ed allegro dell’album. Un fraseggio di chitarra in pieno stile U2 anticipa una strofa che potrebbe tranquillamente esser uscita dalla penna del Chris Martin di Mylo Xyloto (preoccupante, me ne rendo conto). La melodia in falsetto del ritornello, invece, riporta alla mente i The 1975. Suggestioni a parte, Darkness at the Door è un più che discreto pezzo pop (futuro singolo?) che, grazie all’incisività della sua melodia, si scolpisce nella memoria già dopo un paio di ascolti.

Abbandonate le derive coldplayiane di Darkness at the Door, gli Editors riabbracciano la tanto cara elettronica e tirano fuori dal cilindro “Nothingness”, una ballata nichilista («We wait in line for nothingness») che parte poggiandosi su un tappeto intessuto da loop elettronici e arpeggi di synth per poi esplodere nel solito chorus accattivante e ballabile – da sempre specialità di casa Editors -.

Si arriva così al pop rock del primo singolo estratto, “Magazine”, che con il suo ritornello catchy e radiofonico mescola alla perfezione la consueta ritmica dance a una melodia e a un arrangiamento reminiscenti del rock di The Weight of Your Love. Il testo, che come spiegato dallo stesso Smith si prende gioco delle vuote figure di potere a capo della società moderna, rappresenta uno dei primi approcci alla politica da parte degli Editors.

Continuando con l’ascolto i fan della prima ora si imbatteranno in una vecchia, gradita conoscenza: “No Sound But the Wind”. Il brano, diventato ormai un classico della band, fu scritto nel 2008 e inserito nella colonna sonora del secondo capitolo della saga Twilight: “New Moon”. Successivamente, nel 2010, ne venne rilasciata una versione live eseguita per la prima volta in occasione del Rock Wertcher Festival in Belgio. Ora, ad anni di distanza, il brano trova finalmente collocazione in un album vero e proprio (un po’ come accaduto nel 2016 con “True Love Waits nell’ultima release dei Radiohead, “A Moon Shaped Pool”). L’arrangiamento scarno fa di No Sound But the Wind la vera e propria mosca bianca di Violence. Si può discutere sull’opinabile scelta di inserire un brano che, a livello di economia generale, si dimostra essere poco coerente col resto del disco; non sulla bellezza di una toccante ballata che, in questa versione finale, è stata impreziosita dall’aggiunta di inserti di chitarra ambient (quasi post-rock) e archi appena accennati che danno manforte al piano e alla voce greve di Smith.

Non molto da dire sulla poco entusiasmante “Counting Spooks”, che riaccende l’interesse sul finale con la lunga coda strumentale in pieno stile New Order.

Epica chiusura affidata a “Belong”, che con il suo sinistro e solenne incedere marziale alla “Decades” (Joy Division), sembra ricollegarsi al verso di apertura dell’album: «You were waiting for an answer, it was the hardest thing to hear» (Cold). La risposta tanto attesa potrebbe celarsi nell’inciso «Never belong to anyone else but me», col quale Smith pone nuovamente l’accento su quel bisogno di appartenenza, di connessione, di comunità in cui il cantautore inglese individua l’unico rimedio (o risposta, se preferite) per combattere la natura selvaggia («Wilderness») di un’esistenza violenta.

“The Pulse” e “When We Were Angels” sono le due bonus track presenti nella versione deluxe, nonché lo specchio del bipolarismo musicale della band (del quale questo Violence si fa esplicito manifesto). Mentre la prima – già più volte eseguita dalla band nei live degli ultimi anni – viaggia sugli ormai sicuri e battuti sentieri dell’electropop, la seconda – più convincente – poggia su un riff di chitarra “sporco” e aggressivo (stretto parente di quello di “Ground for Divorce” degli Elbow) per poi aprirsi in un ritornello conciliante e armonioso.

In definitiva, questa volta gli Editors non effettuano improvvisi cambi di direzione o brusche inversioni di marcia. Violence è un disco che delinea e definisce l’identità di una band sempre più consapevole nei propri mezzi. Un disco che, pur non vantando la presenza di brani della caratura di “Papillon” o “Munich” al suo interno, fa della maturità dei contenuti e dell’accurata produzione i suoi punti di forza. Un disco che, nel complesso, non aggiunge molto di nuovo, ma che permette alla band di ripercorrere i propri passi per metterli meglio a fuoco, in attesa di conoscere la destinazione della prossima tappa.

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Il Primo Re, Rovere dona speranza al cinema italiano 0 159

Il primo Re’ potrebbe, dalle premesse, non risultare un film per tutti. Sicuramente non è l’ennesimo Marvelone d’oltreoceano che ha riempito le sale italiane nei week-end, ma nemmeno la solita commedia all’italiana che ha forte richiamo nei cinema nostrani – e solo in quelli nostrani. Fin qui, però, ho detto cosa questo film ‘non è’, ormai parametro fondamentale per classificare e apprezzare la cinematografia. La verità è che in un mondo di Neri Parenti preferirò sempre un Matteo Rovere. Rovere, infatti, non è solo il regista dietro a questa pellicola, ne è anche produttore attraverso la sua personale casa di produzione Groenlandia srl. Ed è proprio grazie alla produzione se questo film non solo ha visto la luce ma è LIBERO da quelle che sono le regole e i topoi a cui la cinematografia italiana ci ha da sempre abituati. Rovere aveva già dimostrato di avere le palle ai tempi di “Smetto quando voglio”, anche quello film inusuale per il nostro Stivale – tralasciando la parabola indecente dei sequel-, mai però quanto ‘Il primo Re’. Ma andiamo a spiegare i motivi per cui questa premessa è stata doverosa: di cosa parla questo film? [SPOILER ALERT FINO A PARAGRAFO SUCCESSIVO]

Attraverso una prima sequenza degna di Hollywood, Rovere ci introduce al mondo di Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi): una landa primordiale in cui molti degli uomini sembrano ancora animali, bestie rabbiose. I fratelli vengono catturati dagli uomini di Alba, città che su quelle terre ha l’egemonia indiscussa. I due però riescono a scappare in un qualche modo, sebbene Romolo rimanga ferito gravemente. Da questo punto in poi, per quasi metà film, la pellicola attraversa una fase alla ‘Revenant’ (Film di Alejandro González Iñárritu con Leonardo Di Caprio, 2016) in cui la vita di Romolo è messa a repentaglio sia dall’infezione che si è generata dalla ferita, sia dagli uomini fuggiti con i due fratelli che lo vorrebbero abbandonare, ritenendolo maledetto da Dio. Remo si guadagna il rispetto di questi e non solo li dissuade dall’abbandonare il fratello, ma li convince anche a seguirlo lontano da Alba, scappando dai soldati a cavallo, più numerosi e meglio armati, verso una “terra promessa”. Contro ogni opinione, Remo continuerà a sfidare il volere divino anche dopo che il fratello sembrerà ripresosi, non adempiendo a ciò che ha predetto l’oracolo: uno dei due fratelli fonderà una potente città e ne sarà il re, ma solo perché avrà preso la forza e la volontà per adempiere a tale compito macchiandosi di fratricidio, dando agli dèi ciò che vogliono. Sebbene Romolo si mostri favorevole a sacrificarsi (dopo essere appena guarito) per il fratello che ama, questi non riesce a seguire un così crudele destino e sceglie di ignorare il fato predetto. È questa la fine di Remo: continuerà a sfidare gli dèi, affermando che gli umani sono soli e che lui non vuole più farsi guidare dai riti propiziatori e dal caso; vuole divenire il suo destino, cosa che accadrà. La smania di ciò lo porterà infatti a compiere questo suo destino, morendo per mano del fratello che si stancherà ben presto delle sue blasfemie. Ucciso con tanto orrore dalla mano fraterna, però, darà anche il nome alla città che sarà fondata da Romolo, l’Urbe, dall’altra parte del fiume, una città libera sui cui Alba non potrà mai allungare le mani: Roma. [FINE SPOILER ALERT]

Il film si discosta totalmente dalla classica produzione italiana, presentandosi a tratti crudo, se non, addirittura, crudele; ma, soprattutto, mai gratuito. Intercorrono tra di loro scene di estrema violenza e azione alternate ad evocativi campi lunghi in cui i paesaggi diventano reali protagonisti. Certi momenti del film si compongono di lunghe attese, facendo intuire allo spettatore che qualcosa succederà, dando vita a una tensione palpabile e via via crescente, fino al raggiungimento di uno sgozzamento, un duello, una piccola battaglia o, a volte, solo uno scambio di battute. A rendere al meglio le scene di combattimento è l’abilità dei due attori protagonisti, Lapice e Borghi, i quali si sono allenati con la scherma nel periodo antecedente le riprese, riuscendo a riportare un sano realismo davanti la macchina da ripresa. Qualcosa che potrebbe far storcere il naso ai più attenti, invece, potrebbe essere la ricostruzione storica legata agli abiti, ai luoghi e alle armi che, almeno in parte, pare errata, nonostante il grande e prezioso contributi di alcuni archeologi e storici nella ricostruzione delle ambientazioni. Ma poco importa quando l’atmosfera che Rovere riesce a creare ci porta in viaggio tra quei boschi e quei colli dove i nostri antenati furono – e rivivono, grazie a questo film. Legarsi in toto alla fedeltà storica, o mitica che dir si voglia, poteva essere una scelta interessante, ma forse non avrebbe reso bene parte dell’opera che deve alle immagini d’impatto e alla regia la sua forza, non di certo alla sua correttezza storiografica. Storia che ogni spettatore conosce già da prima di vedere il film, che non sorprende più di tanto, che non offre grandi colpi di scena. La storia è solo una cornice, una scusa per offrire determinate immagini e scene portatrici di una potenza inaudita.

Tra tutti questi pregi un grande difetto, se vogliamo, è la povertà di concetti. L’unico portato in scena è il rapporto con il divino o con il destino cui l’uomo è legato. Il sottomettersi al proprio fato come fa Romolo, seguendo la via giusta (pietas romana, quella che incarnava l’eroe Enea), contrapposto al voler affrontare il destino, cercando di combatterlo con tutto sé stesso per poi fallire miseramente, come fa Remo (e come fanno tutti i personaggi ‘negativi’ della latinità).

Non deve essere stato facile girare questo film; ancora più difficile, invece, sarebbe stato portarlo al cinema e sperare in un riscontro positivo. Rovere però ci è riuscito, nelle sale italiane è stato finalmente proiettato un prodotto diverso, in grado di far riportare la mente ai gloriosi anni ’80, quando l’industria cinematografica italiana era molto rispettata e in diretta competizione con quella statunitense, prima che gettassimo la spugna e ci arrendessimo allo stra-potere nemico affacciato sul Pacifico. Ed è un po’ quello che fanno Romolo e Remo quando tutti si sono già arresi:mostrano i denti e combattono con tutto ciò che hanno, tenendo alto il loro valore contro la potentissima e più progredita Alba.

il primo re matteo rovere

Non sapendolo, non pensereste mai che, per questo film, non si è attinto a fondi pubblici, motivo per cui la mano di Rovere era guidata solo dal suo spirito. Soltanto la prima scena del film è costata un quarto del budget stimato di otto milioni – cifre che, per il nostro cinema, possono sembrare un’iperbole ma che, paragonati alla media di settanta milioni per un film della Marvel, paiono lenticchie.

Tirando le somme, è davvero difficile trovare dei difetti in quest’opera. L’unico ostacolo alla visione potrebbe sembrare essere la lingua utilizzata in questo film: la pellicola è, infatti, interamente recitata in un latino arcaico, lingua che riesce a donare una forte potenza d’impatto a molte scene. La sensazione rimane quella di una scelta azzeccatissima: un doppiaggio in qualsiasi altra lingua avrebbe davvero reso male se paragonato alla forma originale in cui oggi il film viene presentato: il protolatino si sposa perfettamente all’atmosfera che Rovere ci fa respirare, generando, a tratti, una sonorità piacevole all’orecchio – grazie anche all’ottima interpretazione del cast. Il Primo Re riesce, in sostanza, a donare speranza al cinema italiano, scalando un tratto importante in quello che è l’arduo percorso di risalita che la nostra industria cinematografica è obbligata a compiere, magari seguendo proprio i passi – e quindi l’originalità – di registi come Rovere.

Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 113

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

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