“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 90

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

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La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

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La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

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“@90”: Beppe Dettori torna con l’album che aveva in cantiere da più di vent’anni 0 187

Era il 1998 quando Beppe Dettori, frontman dei Tazenda dal 2006 al 2012, iniziò con Giorgio Secco una collaborazioneche portò alla scrittura e alla registrazione di un album poi mai rilasciato. Ritardi, incomprensioni, svariati problemi di pubblicazione alla base dell’arenamento di un progetto che oggi, a ben vent’anni di distanza, viene recuperato grazie al ricongiungimento dei suoi due autori. Ed ecco che dopo aver dissotterrato l’album, “pulito” e rimasterizzato le tracce, Dettori e Secco si sono resi conto di quanto questo lavoro fosse ancora attuale e sensato per loro. Di quanto sentissero ancora l’esigenza di portarlo alla luce. Da qui la decisione di pubblicarlo, senza però abbandonare quelle sonorità tipicamente anni ’90 con le quali era inizialmente nato. A conferma di ciò l’esplicativo titolo scelto, “@90”: non solo un riferimento al sound adottato, ma anche omaggio a un «periodo ricco di fermenti musicali e di cambiamenti tecnologici, di crisi economiche e politiche ma anche di grandi soddisfazioni e consapevolezze»).

11 inediti e una cover di Ivan Graziani a comporre la tracklist dell’album. Ed è proprio quest’ultima, “Monalisa”, ad aprire il disco, donando all’ascoltatore una sensazione di forza e ribellione, follia e ragione, cultura e passione per l’arte.

Si passa poi dalla positività e la spensieratezza del pop rock di “Starò meglio” – brano edificato intorno all’esigenza di tirarsi fuori dalla mediocrità e dall’omologazione sociale, fuggendo verso lidi di libertà e bellezza –  alle sonorità vagamente madchester di “Mentre passa” – anch’essa guidata dalla ricorrente voglia di ribellarsi alle paure, al dolore e alle difficoltà che la vita presenta.

Tappeti di synth e chitarre funky a colorare la romantica “Fermi il tempo”, che anticipa la ballata di stampo radioheadiano (periodo “Pablo Honey”/”The Bends”) “I’m Falling Down”.

Si passa poi a reminiscenze, rispettivamente, del primo Ligabue e di Vasco per le briose “Sono uscito” e “Quando è ora di andare”, brani accomunati dalla stessa tematica: vincere la paura di buttarsi nell’ignoto e inventarsi un nuovo futuro.

Riff di organi si arrampicano sui morbidi accordi delle chitarre acustiche nella successiva “Mi piace stare qui”: ballata emozionale nella quale Dettori si lascia andare a un cantato rabbioso e sofferto.

I ritmi non si alzano con le successive “Rabbia e dolore” e “Tutto il veleno”: ballad pop rock che racconta la storia di un soldato richiamato alle armi la prima, sussurrata parentesi folk incentrata sull’incanto dell’amore la seconda.

A chiudere le danze ci pensa, poi, la psichedelia appena accennata dalle chitarre sbilenche di “Prendo quello che c’è”: tappa conclusiva di un viaggio all’insegna di un cantautorato pop rock intimo e sincero. Non certo spiazzante o innovativo, ma comunque gradevole e confortante.

Tutte le stanze di Margherita Zanin nel suo nuovo disco 0 167

Un “non luogo”, uno spazio ideale, un piccolo ed apparentemente utopico mondo in cui chiudersi con sé stessi, trasformando per qualche minuto tutto il resto in qualcosa di superfluo; come la propria cameretta per ogni bambino. Ed è proprio questo ciò che sta dietro il nuovo album di Margherita Zanin: “Distanza in stanza”. Distanti da tutto e da tutti, con la miglior compagnia che potremmo desiderare per affrontare la quotidianità; la nostra. Anticipato dall’EP “Radiomarghe”, qui la Zanin cerca di coniugare passato, presente e futuro, dando vita ad una particolare dimensione temporale in cui riescono a convivere insieme forma, canzone e trip-hop. Ognuna delle dodici tracce è una stanza in cui è possibile ritrovarsi, cambiare, sintetizzarsi, evolversi e ragionare. E la loro unione dà vita a un concept album dalla durata di circa sessanta minuti, ottenuto grazie alle esperienze passate, alle sperimentazioni effettuate da “ZANIN” – il suo primo disco – ad oggi e, soprattutto, ai grandi nomi che hanno aggiunto diverse sfumature: Appino, Lodo Guenzi, Morgan e tanti altri

margherita zanin distanza in stanza recensione blunote music

La prima “stanza”, intitolata “Rosa”, è molto di più della classica traccia d’apertura. È una nostalgica donna che vive le sue giornate con forza, con un continuo, nonostante tutto, e con quella spensieratezza che tutti quanti dovremmo avere. Un viaggio elettro-pop che fa sognare, che fa venire voglia di viaggiare e di ricercare quelle emozioni pure che sembrano perdersi ai giorni nostri. Emozioni che sembrano nascoste, invisibili, proprio come la seconda traccia: “Invisibili”. Una traccia che ha come tema centrale l’amore, il primo sentimento che un essere umano prova, a partire dal suo primo secondo di vita; lo stesso che almeno una volta nella vita sembra perso, ma…”se l’amore è invisibile l’amore è possibile”.

“Amaro fuori, amaro dentro”, quella sensazione che tutti provano nella vita dopo una perdita, sta al centro del terzo brano: Amaro”. Un brano sperimentale, forse quello che marchia di più questa esplorazione di nuovi orizzonti: una traccia che parla di cambiamento, di rivalsa, di cadute e di rassegnazioni; un inno al non pensare troppo, all’andare avanti. Ma anche un input alla traccia seguente: “Non mi diverto se penso troppo”, una canzone che narra di mancanze, di attese, di sentimenti negativi che diventano consapevolezze e soprattutto esperienze che danno la forza necessaria per continuare il nostro “cammino”.

E si sa, lasciare andare qualcosa non è mai facile, e Margherita ce lo racconta attraverso: Un amico che va via”;una traccia più “giovanile”, come le turbe raccontate da Fabri Fibra, come il sound, come il ritornello: un chiaro omaggio all’album di Fabri Fibra prodotto da Neffa nel 2002. Si tratta in fondo di una riflessione sui rapporti, sui “via vai” della quotidianità, su quelle persone che nonostante tutto faranno sempre parte del nostro cuore. Come “Amalia”, la traccia successiva, una malinconica elettro-acustica traccia dedicata a una cara amica che è andata via. “Amalia poesia, Amalia le rose; in un giardino di spine ti sei coricata…”

La settima traccia, Ovvietà”, ci introduce nella stanza delle cose importanti che spesso trascuriamo, perché spesso le cose che ci sembrano meno ovvie sono le più importanti. Questa è la room delle riflessioni, della purezza, del tempo che passa, della nostra vita che diventa un film. La stessa ovvietà che in un certo senso possiamo riscontrare nell’ottavo brano: La stanza nel mondo”; quella stanza che ci vede entrare soltanto quando ci sentiamo perduti, falliti, da soli; la stessa che ci fa riflettere sul fatto che in fondo ci sarà sempre qualcuno che ci salverà e le persone che ci salveranno saranno sempre le più importanti. Un luogo astratto che ci fa capire il senso dei rapporti umani legati alla famiglia ed estesi a rapporti generali con il circostante.

Un’elettronica che potrebbe far tornare indietro nel tempo introduce “Casca il sogno”, un brano che parla del passaggio tra adolescenza ed età adulta, delle paure e dei sogni, del presente e del passato, del “vecchio” che ci formerà per affrontare il “nuovo”, delle difficoltà che ci danno la forza giusta. La stessa richiesta dalla traccia “Fiori di Carta”, una triste acustica ballad che ha al centro proprio il concetto espresso prima: “il senso della sofferenza è comprendere, risalire ed andare oltre, accettando anche che manchi qualcuno”.

Distanza in stanza è un album che riesce a racchiudere ogni tema attuale in dodici tracce; dodici stanze che, come detto precedentemente, trattano argomenti attualissimi e che dovrebbero portare a riflettere. Il più attuale lo si riscontra nella penultima traccia, in “Psicofermo”, un riflessivo e cupo brano che racconta la storia di un’ipotetica società futura.

“In questa canzone parlo di un’ipotetica società del futuro
immaginando l’essere umano che diventa automa in un nuovo
periodo storico pre-atomico”.

Il viaggio si conclude nel migliore dei modi, attraverso un tributo alla sua terra natia, alle sue origini, alla scena che in un modo o nell’altra ha influenzato l’artista musicalmente parlando; alla stanza più famosa di tutte e all’artista che l’ha narrata meglio di tutti: Gino Paoli. La cover in questione è ovviamente “Il cielo in una stanza”, reinterpretata in maniera molto originale, con stile e umiltà.

Questa è Margherita Zanin e questo è il suo concept album; la sua stanza. Un viaggio riflessivo, sperimentale, con uno sguardo volto al futuro per quel che riguarda il sound, dove però la Zanin riesce a rimanere ancorata alle tradizioni grazie ai suoi contenuti. Un lavoro che spazia dal trip-hop bristoliano alla forma canzone della scena genovese che ha fatto grande la sua terra. Un calderone “magico” in cui si mescolano insieme varie influenze, vari sound e mood: il risultato è la chiave per entrare in questo “non-luogo” in cui perdersi, ritrovarsi, cambiare; soprattutto, ragionare.

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