Wallride Festival: il palco più divertente di sempre 0 507

Sabato 27 siamo stati al Wallride Festival di Altamura, uno dei maggiori festival di Street Culture in Italia che si tiene annualmente nella “Città del Pane” dal 2015. Per l’occasione, sabato, eravamo proprio sul palco ad ascoltare i concerti di Gomma, Ketama e Noyz Narcos. Oggi possiamo dirvelo: è stato uno dei palchi più divertenti su cui siamo mai stati.

Il festival ha aperto i cancelli al suo pubblico già dalle 10 di mattina, all’interno dello stadio comunale di Altamura, dal quale l’hip hop fuoriusciva anche dai muri: tra rampe da skate, stand delle più grandi marche di streetwear, contest di breakdance, odore di Montana e campi di pallacanestro, Altamura si è trasformata in un piccolo Bronx per divulgazione culturale. E i concerti della sera non sono stati affatto da meno.

wallride festival gomma noyz ketama blunote music

Start ore 21 con i Gomma. La band di Caserta porta sul palco un live di quarantacinque minuti anche se, dobbiamo dire, con non troppo entusiamo, complici forse un paio di pirla in prima fila che urlavano sfottò con accento napoletano. Non fraintendeteci: che i Gomma siano un po’ timidi e freddi, in pieno stile punk, lo sappiamo; è il loro personalissimo modo di portare la musica dal vivo ed è un mood che va a braccetto con il loro sound. Ilaria parla poco, annuncia giusto Elefanti e un altro paio di brani, ringrazia il fonico e saluta il pubblico prima dell’ultimo pezzo. A prescindere, i Gomma restano una delle realtà più forti del momento, in grado di portare live tutta quella ribellione che si annida nei loro testi: pirlas a parte, l’esecuzione è stata una bomba.

wallride festival gomma blunote music

Al lato dello stage intanto arriva Ketama, scambia due chiacchiere con un paio di persone nel pubblico e rientra dietro – giusto il tempo per farci un dito medio nelle storie di Instagram prima di salire sul palco del Wallride Festival e aprire con Angeli: alla fine del brano invita anche il pubblico a guardare il film con Marin Scorsese da cui è tratta la citazione finale, Mean Street. Il live procede liscio e ci si rende subito conto del perché Kety sia diventato in poco tempo uno degli artisti più importanti della scena trap italiana: l’attitudine a stare sul palco come se fosse il divano di casa propria, la verità che trapela dai suoi testi e la genuinità di chi non vuole regalare al pubblico un’immagine diversa dalla realtà, lo rendono uno dei cantanti più ricercati della scena; e infatti, maglia a righe nere e bianche, ciabatte che fan pendant e calzino bianco: come detto, il palco o il divano non influiscono. Ketama è Ketama, il vero, sempre e comunque. Il pubblico lo sa e risponde al meglio: Rehab, Misentomale, Baby Droga Freestyle e Piccolo Kety vengono accolte con entusiasmo dai circa trecento spettatori e Piero non si fa mancare nulla, neanche un bagno di folla sul suo cavallo di battaglia: Lucciole. Così, alle 23, dopo altri quarantacinque minuti, anche un pezzo di questa serata finisce; ma solo per poco, il tempo fare spazio a chi, da anni, calca i maggiori palchi italiani.

wallride festival ketama blunote music

Noyz Narcos – come si suol dire – non ha bisogno di presentazioni: è una garanzia a partire dal nome. Il suo ultimo disco, Enemy, certificato disco d’oro dopo una sola settimana, ha riconfermato il trend del king del rap italiano. Aspettavamo di vedere Noyz live da parecchio tempo, come molti suoi fan. A rendere ancor più pesante l’attesa è il possibile ritiro dalle scene del rapper alla fine del tour, come precedentemente annunciato – almeno nelle intenzioni. Ovviamente, noi sul palco abbiamo visto uno degli artisti più in forma del momento che ha ancora molto da dire, sostenuto dalle basi di un mostro sacro come Dj Sine. L’apertura viene affidata ad Inri, open-track dell’ultimo disco, accolta con un’ovazione da parte del pubblico schiacciato sulla transenna. Noyz le spara una dopo l’altra: Alfa Alfa, Mi Casa, R.I.P., Sinnò Me Moro, Non Dormire e Training Day con tanto di intro; si concede anche un piccolo siparietto in dialetto barese prima di continuare a tirare dritto fino alla fine del live. Poche smancerie e tanta cattiveria passano dal microfono del rapper romano; qualcuno gli fa i complimenti per le scarpe tra una canzone e l’altra, Emanuele ride e chiude il concerto.

wallride festival noyz narcos blunote music

Noi non sappiamo se questo sarà l’ultimo tour der Noyz; quello che sappiamo è che sabato, sul palco del Wallride Festival, abbiamo assistito alla rappresentazione fisica di un manifesto generazionale: perché i Gomma, Ketama e Noyz Narcos sono i campioni in carica dei rispettivi generi e ci vorrà davvero molto tempo prima che le cose cambino. Fortunati i presenti.

Un’anteprima della nostra galleria:

Si ringrazia tutta l’organizzazione del Wallride Festival e gli staff degli artisti.
Foto a cura di Greta Odone.
Guarda il report fotografico comprendente oltre 40 foto dal nostro album di Facebook!

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 92

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

Lei contro Lei: i Newdress cantano i due animi del mondo femminile 0 113

È uscito lo scorso 11 ottobre “Lei contro Lei”, ultimo lavoro dei bresciani Newdress, band attiva da più di dieci anni e con sei dischi all’attivo (tre ep e tre lp). Per l’occasione Stefano Marzioli e Jordan Vianello, storici fondatori della band e unici membri ad avervi fatto parte continuativamente sin dalla sua nascita, si sono avvalsi delle collaborazioni – tra gli altri – di Antonio Aiazzi (Litfiba) e del chitarrista Stefano Brandoni,

Con l’immediato ed esplicito intento di rendere omaggio, e di attingere a piene mani, al synthpop e alla electro wave anni ’80 (Duran Duran, New Order) senza tralasciare le sue derive più dark e decadenti (Depeche Mode, Gary Numan), “Lei contro Lei” si propone come un concept album che ruota intorno alla figura femminile. Da Marylin Monroe a Amelia Earhart, da Joyce Lussu a Greta Thunberg: sono tante e diverse le “muse” che hanno ispirato le dieci canzoni che compongono la tracklist dell’album. Positive e negative, perché con questo lavoro l’intento dei Newdress è quello di celebrare l’antitesi fra i due animi opposti del mondo femminile. Un intento ambizioso, ma non particolarmente riuscito. Sia per via di testi non sempre particolarmente a fuoco e in sintonia con il tema principale (si pensi all’opening “Vacanza Dark” o a “Il tipo banale”), sia per la scelta di un sound fin troppo derivativo e non particolarmente brillante per personalità.

Come detto, l’album si apre con l’interlocutoria “Vacanza Dark”, che con i suoi intrecci di tastiere dai suoni futuristici rimanda alle atmosfere di Digitalism e Ou Est la Swimming Pool.

Segue “Overdose in L.A.”, che cerca di immaginare l’ultima travagliata notte della diva del cinema Marylin Monroe. Sebbene sorretta da accattivanti sequenze di synth, poderosi e taglienti, il brano manca d’incisività, complice la piattezza della linea melodica del cantato.

Maggiore presa per le successive – e convincenti – “Pallida” (il singolo, che vede la partecipazione di Stefano Brandoni) e “Freelove Dating”, che parla di relazioni nate sul web.

La politica fa il suo prepotente ingresso nella più riflessiva “L’alieno e la bambina”, nella quale s’immagina un ipotetico incontro tra un visitatore dello spazio (che torna sulla Terra a 2000 anni dal suo primo approdo) e la paladina del movimento ambientalista Fridays for Future Greta Thunberg. Un pretesto per riflettere sui cambiamenti climatici causati dalla sconclusionata gestione delle risorse da parte dei nostri Capi di Stato.

Con la sua intro in stile Eurythmics arriva l’accattivante title track “Lei contro Lei” che, complice la melodia della strofa e la seconda voce al femminile, proprio non può non rimandare ai connazionali Baustelle. Al centro della narrazione del testo c’è lo scontro antitetico tra Lillith e Eva, le due moglii di Adamo.

La successiva “Joyce” vede la collaborazione di Antonio Aiazzi alla voce e alla produzione. Dave Gahan e soci presenti con la loro influenza in ogni nota pulsante di synth, mentre le parole di Marzoli si succedono come una preghiera notturna dedicata alla partigiana, scrittrice e poetessa Joyce Lussu.

È invece Amelia Earhart, prima donna ad aver sorvolato l’Oceano Pacifico, la protagonista de “Il Rumore di te”, che aggiunge poco a quanto già sentito in precedenza.

Segue la banale “Il tipo banale”, che potremmo riassumere parafrasandone il testo: “Le tastiere? Sempre uguali. La batteria? Sempre uguale. Le atmosfere? Sempre uguali.”

Terza collaborazione del disco per il brano di chiusura, “Bolle di sapone”, che si avvale del featuring di Diego Galeri alla batteria. Questa volta a essere cupenon sono solo le atmosfere ma lo è anche il soggetto del brano, che racconta una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore. Protagonista di questa macabra canzone è la serial killer Leonarda Cianciulli, nota come la “saponificatrice di Correggio”.

In definitiva “Lei contro Lei” si dimostra un disco riuscito solo in parte. Le melodie e i testi – solo a tratti particolarmente ispirati – lasciano intravedere l’indubbio potenziale di una band con una storia e un percorso di tutto rispetto. Ma l’idea di riproporre un sound sentito e risentito negli ultimi dieci anni (senza personalizzarlo o portarlo avanti in qualsiasi altra direzione) non giova a un lavoro che finisce per incartarsi nel suo stesso manierismo. Il tutto senza mantenere neanche una piena coerenza con l’idea di concept album. La seconda metà della prima decade degli anni 2000 è passata da un po’ e cavalcare l’onda di un revival ormai quasi del tutto sopito è una scelta che lascia il tempo che trova, per quanto nobili possano essere le influenze alle quali si vuole attingere. 

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: