Watchmen, il fumetto che rivoluzionò il mondo dei supereroi 0 95

Atteso e discusso, ieri sera l’ultimo grande prodotto di casa HBO ha debuttato anche sui nostri schermi (a una settimana di distanza dalla première americana). Si tratta di Watchmen, la serie televisiva ispirata al celebre fumetto della DC Comics. Non una rivisitazione della storia originale, bensì una sua contemporanea continuazione: un sequel ambientato a trent’anni di distanza dalle vicende raccontate nel 1986 dalla penna dell’autore Alan Moore (“V per Vendetta”.”From Hell”, “The Killing Joke”) e dalla matita del disegnatore Dave Gibbons (“Doctor Who”, “Lanterna Verde”). E benché si tratti di una storia inedita, i rimandi all’opera originaria sono (e saranno) molteplici, tanto che per comprendere appieno la sceneggiatura curata da Damon Lindelof (“Lost”, “The Leftovers”), è necessario sapere di cosa si parla quando si fa riferimento a quel vero e proprio cult che rappresenta Watchmen. Uno dei fumetti più rilevanti di sempre, e non soltanto per i record di vendita raggiunti o per i riconoscimenti ricevuti (tra cui il premio Hugo), ma soprattutto per il notevole impatto artistico-culturale esercitato nel corso degli anni.

Le ragioni che fanno di Watchmen un’opera imprescindibile e seminale per esperti, critici e accademici sono tante, e per ognuna di esse servirebbe un saggio specifico. Questo a dimostrazione della stratificazione della storia, della complessità dei temi trattati e della molteplicità dei rimandi interdisciplinari presenti nell’opera.

“Watchmen”, fumetto o cosa?

Tutti aspetti che portano innanzitutto a interrogarci sulla natura di Watchmen. Può essere considerato un fumetto a tutti gli effetti? Formalmente sì, trattandosi di un racconto sequenziale fatto d’immagini e testo. Eppure, per la maturità e la sofisticatezza dei suoi contenuti, raramente viene etichettato come tale. Si preferisce usare la definizione di graphic novel, in accordo con l’accezione comune per la quale questa forma letteraria vanti una maggiore dignità. E, a ben vedere, pur narrando le vicende di eroi in maschera, la trama di Watchmen si dimostra più vicina a quella di un romanzo noir, che a quella di un fumetto di supereroi (almeno per com’era stato concepito il genere fino ad allora).

Ambientato nella New York di una realtà alternativa, durante gli anni della Guerra Fredda, Watchmen si apre con il brutale omicidio del Comico, uno deivigilanti mascherati – ormai fuori attività – ai quali il titolo fa riferimento. Ai suoi excompagni, in un contesto di paranoia collettiva per un’incombente apocalisse nucleare, spetterà il compito di indagare su un mistero che, gradualmente, si scoprirà essere più grande di quanto si pensasse. La narrazione, dunque, si apre seguendo la tradizione del più classico dei romanzi “gialli”. Ma in questa storia inserita nella Storia (tanti i riferimenti al Vietnam, al Watergate, alla controcultura hippie, ai Kennedy), tanto la componente poliziesca, quanto quella supereroistica, si dimostrano essere delle mere cornici. Degli espedienti funzionali al racconto di qualcosa di diverso: la natura umana dei personaggi e il contesto sociale nel quale questi abitano.

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Quis custodiet ipsos custodes?”: l’alba dell’anti-eroe

Una delle più grandi novità introdotte da Watchmen è, infatti, la meticolosa caratterizzazione dei suoi personaggi, rappresentati in tutte le loro debolezze, le loro fragilità, le loro contraddizioni, le loro meschinità, le loro paure. In altre parole: in tutta la loro umanità. Perché di veri e propri esseri umani si tratta. Ed è questa una delle più geniali trovate di Moore: raccontare la storia di un gruppo di super eroi senza super poteri (fatta eccezione per il solo Dr. Manatthan). Di fatti, i protagonisti di Watchmensi vestono come tali, in alcuni casi addirittura scimmiottandoli esplicitamente (il vestito del Comico ricorda quello di Capitan America, così come quello di Gufo Notturno ricorda quello di Batman), ma in realtà sono persone comuni e, proprio per questo, imperfette. Esattamente com’è imperfetto il loro senso della giustizia, tanto da sfociare – nel caso di Rorschach e del Comico – nell’illegalità e nell’abuso di potere. «Who watches the watchmen?» (chi sorveglia i sorveglianti?) è, infatti, uno degli slogan ricorrenti del racconto. Una celebre massima tratta dalle “Satire” di Giovenale, che si adatta perfettamente all’universo di Watchmen. Un universo nel quale l’eroe non è più tale. I vigilanti mascherati non sono visti come una salvezza dalla popolazione, ma come una minaccia. Naturale conseguenza della fallibilità e della finitezza dell’uomo che, in quanto creatura violenta, non è in grado di proteggere la collettività. Non solo dal male, ma addirittura da se stesso. Ed ecco un altro evidente segno di rottura introdotto dall’opera di Moore: la decostruzione della figura dell’eroe. Non esistono bianco e nero, buoni e cattivi, eroi e criminali. Ogni personaggio presenta le sue sfumature, le sue zone d’ombra. In ognuno di essi convivono il giusto e l’ingiusto, il buono e il malvagio.

Non un “cattivo da fumetti”

Ne consegue che a mancare è anche la figura archetipica del cosiddetto villain. Certo, c’è un’antagonista, individuato nella figura di Adrian Veidt (aka Ozymandias). Ma, anche in questo caso, i confini tra eroe e criminale sono quanto mai incerti e confusi. È sì vero che Veidt si scoprirà essere l’assassino del comico, nonché l’ideatore del piano che causerà la distruzione di metà New York. Ma è anche vero che sarà proprio l’efferatezza delle sue azioni a portare alla tanto agognata pace tra americani e sovietici (che si uniranno per combattere lo spettro di una minaccia comune) e alla conseguente fine della Guerra Fredda. Veidt agisce per un’ideale nobile, insegue un’utopia (la stessa del suo punto di riferimento, Alessandro il Grande): riunire il mondo sotto un’unica bandiera. Le sue azioni sono moralmente discutibili, ma per lui, come direbbe qualcuno, il fine giustifica i mezzi. Ed ecco che in questo paradossale rovesciamento dei ruoli, Ozymandias, assassino e genocida, si ritrova a vestire i panni di salvatore dell’umanità. Mentre gli eroi, o supposti tali, troveranno nel loro fallimento l’unico contributo offerto alla causa. «Cosa avete ottenuto? Il vostro unico trionfo consiste nel non essere riusciti a impedire la salvezza del pianeta» dice loro, infatti, Veidt. In questo modo Moore introduce una nuova forma di eroismo, ambigua e spiazzante. Così come farà il Dr. Manatthan, l’autore non commenta le gesta di Veidt: non perdona e non condanna. Starà al lettore decidere da che parte stare. Tuttavia, il finale ci suggerisce qualcosa. L’utopia di Veidt, in quanto tale, è destinata a non trovare realizzazione. La fine delle ostilità è stata ottenuta, ma quanto potrà durare una pace sorretta su una menzogna? C’è chi come Rorschach, per natura, non accetta compromessi. Neanche di fronte all’apocalisse. E forse qualcuno, alla fine, troverà il suo diario…

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Tra post-moderno e meta-narrazione

Ciò che rende Watchmen un’opera davvero unica nel suo genere, nonché del tutto avveniristica se si pensa ai suoi predecessori, è la capacità di riuscire a far convivere nelle sue pagine spunti filosofici, citazioni storiche e letterarie, rimandi alla fisica e alla psichiatria, riferimenti alla cultura pop del XX secolo. Tutti contenuti fino ad allora considerati impossibili da trattare per un fumetto. Inoltre, il lavoro di Moore è così figlio del suo tempo da poter essere considerato, a ben vedere, un autentico compendio del pensiero post-moderno. Un vero e proprio specchio del ‘900: di un secolo che ha visto, con la nascita della psicoanalisi, con l’affermarsi del nichilismo, con la teoria della relatività di Einstein, cadere progressivamente tutte le sue certezze, tutti i suoi idoli, tutte le sue millenarie convinzioni. Dio non c’è, e se c’è non è interessato alle miserie umane. Di questo sono convinti i personaggi in Watchmen. Un nichilismo dilagante che serpeggia lungo l’intera opera e che trova sfogo grazie a personaggi come il Comico, evidente personificazione dell’apollineo/dionisiaco nietzschiano. O come Rorschach, che proprio grazie a un’epifania nichilista decide di abbandonare la sua vecchia identità e di sostituirla con quella del suo alter-ego mascherato. E dire che un Dio in Watchmen ci sarebbe anche: il fu John Osterman, ovvero il Dr. Manatthan. Ma, in quanto entità altra, il superuomo ha perso qualsiasi contatto con la realtà umana. Rimane a guardare, incurante, inerte, come gli fa notare il Comico. Un Dio assente.

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Da sottolineare, inoltre, l’importanza della tematica del tempo, metaforicamente rappresentato dal ricorrente simbolo dell’orologio. D’altronde il ‘900 è anche il secolo nel quale, grazie alla teoria della relatività, si scopre una nuova maniera di percepire il tempo: non più lineare, ma simultaneo. Esattamente la maniera in cui lo percepisce il Dr. Manatthan. E la narrazione, così come raffigurata dalle vignette di Gibbons, risente di questa nuova concezione, finendo per mischiare spesso i piani temporali. Alla stessa maniera di come il Dr. Manatthan vive contemporaneamente eventi passati, presenti e futuri.

Proprio l’aspetto narrativo è, infine, un altro elemento peculiare di Watchmen. Dall’inserimento a fine capitoli di documenti fittizi (estratti di giornale, saggi, biografie ecc.), funzionali a fornire un quadro più completo dei personaggi e dell’universo Watchmen, a quello di citazioni di poesie e canzoni celebri che si ricollegano al senso della storia. Per poi giungere, addirittura, all’introduzione di un fumetto nel fumetto: “I racconti del Vascello Nero”. Una striscia immaginaria che racconta una cruenta storia di pirati e che funge da metafora per la trama principale. Un esempio di meta-fumetto che suggella l’originalità e la complessità di un’opera monumentale.

Che ci si ritenga autentici appassionati di fumetto o semplici fruitori occasionali una cosa è certa: nel mondo dei fumetti esiste un prima e un dopo Watchmen. A Lindelof e all’HBO spetta il difficile compito di rendere giustizia all’opera che ha rivoluzionato il mondo dei supereroi.

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