“Who Built the Moon”, Noel Gallagher fa quello che gli riesce meglio: suonare 0 812

A quasi due mesi di distanza dall’uscita del primo progetto da solista del fratello Liam Gallagher, Noel porta il suo “collettivo soggetto a mutamenti” di nuovo in tour. Nuovo giro e nuova corsa… ma ne vale la pena?

 

Ok, ok, so cosa molti di voi staranno pensando: ‘Oddio, ancora?. Ancora. Noel Gallagher torna e io, oltre all’avere una voglia di esistere pari allo 0, questo album nuovo non è che ho tanta voglia di ascoltarlo. Purtroppo però forse non sono la persona più adatta a cui chiedere qualcosa sugli Oasis, avendo già risposto al domandone esistenziale (Oasis o Blur?) già intorno ai 14 anni (Blur). Quindi, fan degli Oasis e #TeamNoel, non odiatemi, anche se non credo ce ne sarà troppo bisogno. Perchè “Who Built the Moon?” dei Noel Gallagher’s High Flying Birds non ha moltissimo da invidiare alle nuove uscite tutte belle, fresche e patinate del 2017.
A quasi due mesi di distanza dall’uscita del primo progetto da solista del fratello Liam Gallagher, Noel porta il suo “collettivo soggetto a mutamenti” di nuovo in tour. Nuovo giro e nuova corsa… ma ne vale la pena?

L’album Inizia con un brano che non ti aspetteresti; “Fort Knox” parte sincopato e tiene una linea sinuosa per tutta la canzone, mentre cori e virtuosismi vocali si tracciano sempre più intensi, quindi esplodono nel culmine della canzone. Atmosfere misteriose e quasi selvagge che vengono spezzate completamente dall’energica e più commerciale “Holy Mountain”, primo singolo estratto da “Who Built the Moon?”. “It’s A Beautiful World” invece è un pezzo ritmato ma anche estremamente sognante, colpevole solo di avere un cantato pericolosamente simile ai Coldplay nei ritornelli. Sembra che talvolta ci sia uno studio di sonorità tipicamente americane, maneggiate però da un sofisticato gusto british. Essendo sicuramente un’esercitazione di stile per Noel Gallagher, ma non senza anima, l’album si dimostra in grado di non annoiare quasi mai, non solo grazie alle scelte stilistiche ma anche grazie alla grande esperienza. Nulla è posizionato a caso, e questo è paradossalmente sia il pregio che la pecca dell’album.

Esplorando alcune distinte sonorità, a volte quasi si cade nel clichè: “Be Careful What You Wish For” mi sembra un ottimo esempio di ciò. Quando la canzone parte si rimane piacevolmente sorpresi, ma il tutto va poi a scemare pian piano quando senti un pò troppo odore di Beatles. A quel punto si può decidere se farsi trasportare da anni e anni di lealtà alla fazione o da semplice e umana curiosità. “She Taught me How to Fly” è forse la canzone più brit-pop del disco insieme a “If Love is the Way”. Dreamy ma scatenata nei ritornelli e con chitarre alla New Order, è forse una delle track più commerciali presenti nell’intero progetto. “Interlude (Wednesday)” e “End Credits (Wednesday Part 2)” riprendono e tengono stretta la nostra attenzione con ben due sorprendenti e piacevoli strumentali psichedelici dai colori a volte tetri. Track n° 10 e siamo a quella che personalmente ritengo il brano più interessante di “Who Built the Moon?”. “The Man Who Built the Moon” ci porta indietro nel tempo e fa un occhiolino a “Don’t Belive the Truth” e  “Dig Out Your Soul”. Ci taglia le guance con synth affilati e chitarre possenti mentre la voce di Noel è al 100%.

Quindi, ne vale la pena sì o no? Si, ma non tutti la penseranno a questo modo. Se lo chiedete a me, probabilmente mi canticchierò qualche canzone sotto la doccia e ne metterò una nell’ipod, niente di più. Forse però quest’oretta e mezza con Noel e i suoi uccellini che volano alto mi serviva: nata e cresciuta durante il loro impero, io ero lì quando tutti in spiaggia facevano i fighi suonando Wonderwall ed ero lì quando i fratelli Gallagher si separavano creando sconcerto e sconforto su un mare di lacrime di fan. Dopo che qualche anno è passato e molti commenti acidelli, da fratello a fratello, hanno fatto il giro della rete, entrambi ci ricordano che non sono proprio gli ultimi arrivati e continuano a fare quello che non possono evidentemente smettere di fare: loro suonano. E non importa da che parte state, loro continueranno a farlo e lo faranno bene.

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Ricordati Chi Sei, il nuovo singolo di ElleBlack 0 156

Ha soli 17 anni, un talento raffinato ma soprattutto una grande valigia piena di sogni. Luigi Orlando, in arte ElleBlack, rapper originario di Palagiano, in provincia di Taranto, comincia sin da piccolo a scrivere le prime poesie strutturate come fossero lettere e, negli anni successivi, comincia a cimentarsi nei testi in chiave musicale, con immediati consensi.

Secondo “Rock it”, il più grande portale di musica italiana, ElleBlack “dimostra una buona maturità e inserisce nei suoi testi riferimenti parecchio elevati, come citazioni poetiche, piuttosto rare sempre considerando la sua età e la sua spontaneità e la sua sincerità sono da salvaguardare”.

Dopo lo straordinario successo di “Sono a casa“, album uscito a gennaio e che ha ottenuto recensioni più che positive nell’intero panorama musicale nazionale, esattamente come l’hit estiva “Snapshot”, lunedì 11 novembre a mezzanotte uscirà, su tutte le piattaforme digitali, il nuovo singolo “Ricordati chi sei”.

Prodotto da NotJerk e registrato, mixato e masterizzato dalla Valentino Records, il brano è pubblicato da Top Records, nota casa discografica di Milano.

“‘Ricordati chi sei’ è un brano rap cantautorale  con tonalità più dolci rispetto al passato – spiega ElleBlack – e racconta la storia di un ragazzo che ha perso la memoria di chi è realmente, della sua figura. Per ritrovarla inizia un dialogo con una persona cara che però non c’è più: si tratta di un colloquio spirituale, attraverso cui il giovane ritrova sé stesso e ricorda al suo interlocutore ciò che ha svolto nella sua vecchia vita”.

Il brano è autobiografico: “Questa canzone nasce da un’esigenza personale ed arriva come conseguenza di un avvenimento realmente accaduto, la morte di mio nonno, a cui ha fatto seguito per me un periodo di forte smarrimento”.

‘Ricordati chi sei’ rappresenta una nuova tappa nella carriera musicale di ElleBlack: “E’ una sorta di ancora al mio vecchio stile di fare musica – precisa il giovane cantautore – è una traccia di chiusura di una mia stagione musicale e un punto di partenza per altri progetti”.

L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 107

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

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