“Who Built the Moon”, Noel Gallagher fa quello che gli riesce meglio: suonare 0 623

A quasi due mesi di distanza dall’uscita del primo progetto da solista del fratello Liam Gallagher, Noel porta il suo “collettivo soggetto a mutamenti” di nuovo in tour. Nuovo giro e nuova corsa… ma ne vale la pena?

 

Ok, ok, so cosa molti di voi staranno pensando: ‘Oddio, ancora?. Ancora. Noel Gallagher torna e io, oltre all’avere una voglia di esistere pari allo 0, questo album nuovo non è che ho tanta voglia di ascoltarlo. Purtroppo però forse non sono la persona più adatta a cui chiedere qualcosa sugli Oasis, avendo già risposto al domandone esistenziale (Oasis o Blur?) già intorno ai 14 anni (Blur). Quindi, fan degli Oasis e #TeamNoel, non odiatemi, anche se non credo ce ne sarà troppo bisogno. Perchè “Who Built the Moon?” dei Noel Gallagher’s High Flying Birds non ha moltissimo da invidiare alle nuove uscite tutte belle, fresche e patinate del 2017.
A quasi due mesi di distanza dall’uscita del primo progetto da solista del fratello Liam Gallagher, Noel porta il suo “collettivo soggetto a mutamenti” di nuovo in tour. Nuovo giro e nuova corsa… ma ne vale la pena?

L’album Inizia con un brano che non ti aspetteresti; “Fort Knox” parte sincopato e tiene una linea sinuosa per tutta la canzone, mentre cori e virtuosismi vocali si tracciano sempre più intensi, quindi esplodono nel culmine della canzone. Atmosfere misteriose e quasi selvagge che vengono spezzate completamente dall’energica e più commerciale “Holy Mountain”, primo singolo estratto da “Who Built the Moon?”. “It’s A Beautiful World” invece è un pezzo ritmato ma anche estremamente sognante, colpevole solo di avere un cantato pericolosamente simile ai Coldplay nei ritornelli. Sembra che talvolta ci sia uno studio di sonorità tipicamente americane, maneggiate però da un sofisticato gusto british. Essendo sicuramente un’esercitazione di stile per Noel Gallagher, ma non senza anima, l’album si dimostra in grado di non annoiare quasi mai, non solo grazie alle scelte stilistiche ma anche grazie alla grande esperienza. Nulla è posizionato a caso, e questo è paradossalmente sia il pregio che la pecca dell’album.

Esplorando alcune distinte sonorità, a volte quasi si cade nel clichè: “Be Careful What You Wish For” mi sembra un ottimo esempio di ciò. Quando la canzone parte si rimane piacevolmente sorpresi, ma il tutto va poi a scemare pian piano quando senti un pò troppo odore di Beatles. A quel punto si può decidere se farsi trasportare da anni e anni di lealtà alla fazione o da semplice e umana curiosità. “She Taught me How to Fly” è forse la canzone più brit-pop del disco insieme a “If Love is the Way”. Dreamy ma scatenata nei ritornelli e con chitarre alla New Order, è forse una delle track più commerciali presenti nell’intero progetto. “Interlude (Wednesday)” e “End Credits (Wednesday Part 2)” riprendono e tengono stretta la nostra attenzione con ben due sorprendenti e piacevoli strumentali psichedelici dai colori a volte tetri. Track n° 10 e siamo a quella che personalmente ritengo il brano più interessante di “Who Built the Moon?”. “The Man Who Built the Moon” ci porta indietro nel tempo e fa un occhiolino a “Don’t Belive the Truth” e  “Dig Out Your Soul”. Ci taglia le guance con synth affilati e chitarre possenti mentre la voce di Noel è al 100%.

Quindi, ne vale la pena sì o no? Si, ma non tutti la penseranno a questo modo. Se lo chiedete a me, probabilmente mi canticchierò qualche canzone sotto la doccia e ne metterò una nell’ipod, niente di più. Forse però quest’oretta e mezza con Noel e i suoi uccellini che volano alto mi serviva: nata e cresciuta durante il loro impero, io ero lì quando tutti in spiaggia facevano i fighi suonando Wonderwall ed ero lì quando i fratelli Gallagher si separavano creando sconcerto e sconforto su un mare di lacrime di fan. Dopo che qualche anno è passato e molti commenti acidelli, da fratello a fratello, hanno fatto il giro della rete, entrambi ci ricordano che non sono proprio gli ultimi arrivati e continuano a fare quello che non possono evidentemente smettere di fare: loro suonano. E non importa da che parte state, loro continueranno a farlo e lo faranno bene.

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Uno Maggio Taranto: intervista ai Colle der Fomento 0 232

Anche i Colle der Fomento presenti ieri all’Uno Maggio Libero e Pensante. Li abbiamo incontrati nel backstage qualche ora dopo la loro esibizione, riuscendo a parlare in esclusiva con Danno per una brevissima intervista. (Leggi anche la nostra intervista esclusiva di ieri a Squarta dei Cor Veleno)

Da Roma – Rome Sweet Home, per citare Dj Gengis – a Taranto, precisamente al “controconcerto” di quello romano. Una tua breve impressione.
Beh, a noi a Roma non ci hanno mai chiamato [Ride, n.d.r.]. Qui ci hanno chiamato e ringraziamo infatti Roy Paci, ma non è per questo. Questa ci sembrava e ci sembra – e lo abbiamo visto con gli occhi oggi – una manifestazione non solo musicale; non voglio dire politica, diciamo una sorta di presa di coscienza. È sempre buono prendere coscienza di quello che ci sta succedendo intorno.”

Prese di coscienza che oggi servono un sacco, infatti son stati tanti i messaggi di antifascismo, lotta al sistema…
Noi, purtroppo, veniamo da Roma, e Roma è ‘na città piena di fascisti, apparenti o reali. Ci siamo nati in mezzo, li abbiamo sempre visti: non ci sono mai piaciuti, noi non siamo mai piaciuti a loro e quindi niente, noi ribadiamo il nostro essere antifascisti e speriamo che chi ci ascolta capisca e condivida questo nostro aspetto.

Un messaggio alla città di Taranto da parte di Danno.
Resistete e smettiamo tutti di credere ai primi che ci promettono il cielo che tanto il cielo non ce la daranno mai. Insomma, resistete: la parola d’ordine è resistenza umana.

Uno Maggio Taranto: intervista ai Cor Veleno 0 264

Nel backstage del concerto dell’UnoMaggio Libero e Pensante, Blunote Music incontra in esclusiva Squarta dei Cor Veleno per una breve intervista (leggi l’intervista di Kragler a Squarta per l’uscita de Lo Spirito che Suona).

Siamo alla sesta edizione dell’ 1Maggio a Taranto e questa è la vostra prima presenza. Da Roma al “controconcerto” di Roma, avete portato Lo Spirito che Suona.
Sì, e devo dire che spacca. È la prima volta, ma c’è un’energia da paura e la manifestazione è come piace a noi: familiare, cruda, dove la protagonista è la musica con il coltello fra i denti.

In una situazione difficile come quella che sta vivendo Taranto in questo periodo, la città ha bisogno di questo evento e ha bisogno di musica forte, come dici tu. Un messaggio alla città.
Non è solo Taranto a trovarsi in una situazione infelice, ma purtroppo ci sono tanti posti in Italia dove è altrettanto difficile. La musica può essere un mezzo per ricordarsi di lottare sempre, mai darsi per vinti e alzare la testa. Una manifestazione del genere è a questo che serve.

Questa tappa è stata inserita nella seconda parte del vostro tour.
Il tour è partito in inverno, dopo l’uscita del disco. La prima parte l’abbiamo fatta io e Grandi in formazione classica, deejay e voce. In questa parte si è aggiunta anche la band in cui al basso c’è Gabbo, che produce con me anche i beat e tutte le produzioni che sentite, e alla batteria c’è Zamibrady; Taranto è la terza tappa.

C’è qualcosa nel futuro o vi fermerete con Lo Spirito che Suona?
Un futuro c’è, perché te pare che un gruppo che se chiama Cor Veleno se ferma? (ride, ndr.). Siamo già in studio a fare delle cose nuove. Non sappiamo qual è la direzione in cui si muovono queste cose, ma ci stiamo lavorando. Lo spirito di Primo ci sarà sempre, forte e lo sentirete suonare sempre.”

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