Wolf Alice, il loro “Visions of a Life” dona speranza al rock 0 853

Forse sono meno interessata e ci faccio meno caso, ma dov’è finito il rock? Perché ora anche chiunque facesse deathcore nel 2009 se ne esce con nuove robe “sperimentali” dove esplora il magico mondo di Ableton e tastiere midi.
Ecco, “Visions of a Life” è arrivato il 29 settembre e io il 1° di ottobre stavo già un po’ meglio.

Quando è uscito “Yuk Foo”, il singolo che anticipava il nuovo album “Visions of a Life”, ero seduta male davanti al pc dove controllavo per noia le nuove uscite su Pitchfork. Tutti quei bei nomi pieni di X, ii, Ø e V al posto delle U mi stavano uccidendo un po’ alla volta, come se in quel momento Morrissey mi stesse cantando all’orecchio una ballata tristissima su quanto è figo Harvey Weinstein. Come ci sono arrivata al 2017 con solo una prescrizione di ansiolitici? Nel senso; la Trap quando è fatta bene ne vale anche la pena, ma io dopo il declino de i The Strokes non sono stata più la stessa, lo ammetto. Forse sono meno interessata e ci faccio meno caso, ma dov’è finito il rock? Perché ora anche chiunque facesse deathcore nel 2009 se ne esce con nuove robe “sperimentali” dove esplora il magico mondo di Ableton e tastiere midi.
Ecco, “Visions of a Life” è arrivato il 29 settembre e io il 1° di ottobre stavo già un po’ meglio.

Con due LP e “Your Love Is Cool” (2015), l’album che li ha consacrati come una delle band più interessanti dell’attuale scena alt-rock e indie Inglese, i Wolf Alice sono tornati con l’atteso secondo disco. Nel 2015 mi fecero tirare già un sospiro di sollievo. L’altalena che facevano tra innocente/riflessiva melodia indie e bratty rock menefreghista anni ’90 mi ha fatto desiderare di andare ancora al liceo. In senso buono. Ora tornano e al liceo non ci voglio lontanamente pensare e nemmeno loro. Sono cresciuti quel che potevano crescere partendo già da un buon punto (nel 2015 vinsero anche un premio Mercury, non proprio bruscolini). Con atmosfere e temi che si distaccano dal primo lavoro senza però togliere l’essenza di ciò a cui i giovani londinesi ci avevano abituato, ce la fanno di nuovo. Le sfumature dei vari generi nei quali i Wolf Alice oscillano sono distribuite con maestria e un approccio più rilassato.
La misteriosa e un po’ goffa Ellie Roswell (voce e chitarra) ci prende per mano, ci butta per terra e ci porta questa volta in posti più intimi e consapevoli che a volte graffiano e a volte accarezzano. Joff Oddie (chitarra) e Theo Ellis (basso) si occupano spesso dei sintetizzatori e si assicurano che il viaggio sia sempre meno scontato e ricco di sorprese, mentre Joel Amey alla batteria scuote la chioma (oltre essere anche un bravo batterista).

Heavenward” apre il disco con un cantato etereo e un testo poetico incorniciato da un setting tipicamente melodic-indie con quel “qualcosa” che non dovrebbe esserci ma ci sta comunque bene. E credo che proprio questa sia per loro la formula vincente. Funziona, è semplice. Non proprio, perché la track n° 2 è “Yuk Foo”, l’anthem urlato e indiscusso del disco e primo singolo estratto da esso dove riconosciamo la rabbia giovanile e le chitarre aggressive dei primi lavori come “You’re a Germ”. “Don’t delete the kisses”, secondo singolo estratto, è una conversazione quasi sussurrata, come anche “Sky Musings”, ma quest’ultima molto più tormentata. Ellie in questo pezzo ci bisbiglia, ci chiama a riconoscere le sue e le nostre paure, mentre ci immergiamo e ci facciamo cullare dalla cupa melodia composta da chitarre malinconiche e synth crepuscolari. Sa un po’ di conforto perché conosco questi suoni da anni, ma non così bene come ora. Le carte in tavola cambiano ancora con “Formidable Cool” dal cantato ammaliante e sarcastico, toni leggermente psichedelici e ritmo coinvolgente che cercano di rimanere calmi per poi incazzarsi. “Space & Time” ricorda il punk rock degli anni ’90 mentre “After The Zero Hour” è un per niente scontato pezzo acustico con un pizzico di New Age. La voce della cantante è cristallina e si presta incredibilmente bene per questo genere di canzoni quanto per urlarti in faccia che fai schifo. “Visions of a Life” si conclude con il brano omonimo che riassume l’ecletticità della band.

Enya, Radiohead, Bikini Kill e The Cure presi in pillole con un po’ di latte fresco. Un retaggio british-rock che si fa sentire senza cadere nel banale. Un pacchetto pieno di nouances ben confezionato per una giovane band che sa fare rock come non molti riescono attualmente. Sono in tour già da qualche settimana e toccheranno gli spalti milanesi il 13 Gennaio. Da non perdere.

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Uno Maggio Taranto: intervista ai Colle der Fomento 0 232

Anche i Colle der Fomento presenti ieri all’Uno Maggio Libero e Pensante. Li abbiamo incontrati nel backstage qualche ora dopo la loro esibizione, riuscendo a parlare in esclusiva con Danno per una brevissima intervista. (Leggi anche la nostra intervista esclusiva di ieri a Squarta dei Cor Veleno)

Da Roma – Rome Sweet Home, per citare Dj Gengis – a Taranto, precisamente al “controconcerto” di quello romano. Una tua breve impressione.
Beh, a noi a Roma non ci hanno mai chiamato [Ride, n.d.r.]. Qui ci hanno chiamato e ringraziamo infatti Roy Paci, ma non è per questo. Questa ci sembrava e ci sembra – e lo abbiamo visto con gli occhi oggi – una manifestazione non solo musicale; non voglio dire politica, diciamo una sorta di presa di coscienza. È sempre buono prendere coscienza di quello che ci sta succedendo intorno.”

Prese di coscienza che oggi servono un sacco, infatti son stati tanti i messaggi di antifascismo, lotta al sistema…
Noi, purtroppo, veniamo da Roma, e Roma è ‘na città piena di fascisti, apparenti o reali. Ci siamo nati in mezzo, li abbiamo sempre visti: non ci sono mai piaciuti, noi non siamo mai piaciuti a loro e quindi niente, noi ribadiamo il nostro essere antifascisti e speriamo che chi ci ascolta capisca e condivida questo nostro aspetto.

Un messaggio alla città di Taranto da parte di Danno.
Resistete e smettiamo tutti di credere ai primi che ci promettono il cielo che tanto il cielo non ce la daranno mai. Insomma, resistete: la parola d’ordine è resistenza umana.

Uno Maggio Taranto: intervista ai Cor Veleno 0 264

Nel backstage del concerto dell’UnoMaggio Libero e Pensante, Blunote Music incontra in esclusiva Squarta dei Cor Veleno per una breve intervista (leggi l’intervista di Kragler a Squarta per l’uscita de Lo Spirito che Suona).

Siamo alla sesta edizione dell’ 1Maggio a Taranto e questa è la vostra prima presenza. Da Roma al “controconcerto” di Roma, avete portato Lo Spirito che Suona.
Sì, e devo dire che spacca. È la prima volta, ma c’è un’energia da paura e la manifestazione è come piace a noi: familiare, cruda, dove la protagonista è la musica con il coltello fra i denti.

In una situazione difficile come quella che sta vivendo Taranto in questo periodo, la città ha bisogno di questo evento e ha bisogno di musica forte, come dici tu. Un messaggio alla città.
Non è solo Taranto a trovarsi in una situazione infelice, ma purtroppo ci sono tanti posti in Italia dove è altrettanto difficile. La musica può essere un mezzo per ricordarsi di lottare sempre, mai darsi per vinti e alzare la testa. Una manifestazione del genere è a questo che serve.

Questa tappa è stata inserita nella seconda parte del vostro tour.
Il tour è partito in inverno, dopo l’uscita del disco. La prima parte l’abbiamo fatta io e Grandi in formazione classica, deejay e voce. In questa parte si è aggiunta anche la band in cui al basso c’è Gabbo, che produce con me anche i beat e tutte le produzioni che sentite, e alla batteria c’è Zamibrady; Taranto è la terza tappa.

C’è qualcosa nel futuro o vi fermerete con Lo Spirito che Suona?
Un futuro c’è, perché te pare che un gruppo che se chiama Cor Veleno se ferma? (ride, ndr.). Siamo già in studio a fare delle cose nuove. Non sappiamo qual è la direzione in cui si muovono queste cose, ma ci stiamo lavorando. Lo spirito di Primo ci sarà sempre, forte e lo sentirete suonare sempre.”

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